Stop ai finanziamenti Bei a gas, carbone e infrastrutture energivore e autostradali

Werner Hoyer: «Resta il rischio di una ripresa che trascuri clima e ambiente»

[22 Gennaio 2021]

Alla conferenza stampa annuale della Banca europea degli investimenti (Bei), il presidente Werner Hoyer ha ricordato che «l’Europa sta ancora  facendo i conti con l’arretrato di investimenti pubblici strutturalmente necessari dall’ultima crisi. Qui ci troviamo di fronte a un paradosso le aziende europee ci stanno dicendo, attraverso la nostra indagine sugli investimenti , che il Covid-19 e il cambiamento climatico stanno creando esigenze di investimento strutturale ancora  maggiori. Allo stesso tempo, vediamo che queste stesse aziende stanno riducendo gli investimenti: il 45% prevede di tagliare gli investimenti nel prossimo anno, mentre solo il 6% prevede di aumentarli. Gli investimenti nella digitalizzazione e nell’innovazione sono i più colpiti da questo… e anche gli investimenti legati al clima sono influenzati negativamente dalla pandemia».

Come riportano da Euractiv, Hoyer ha evidenziato che «il problema è che una debole ripresa degli investimenti aziendali non potrebbe arrivare in un momento peggiore! Anche prima della crisi non stavamo facendo abbastanza: da oltre 15 anni investiamo – ogni anno – circa 1,5 punti percentuali di Pil in meno in ricerca, sviluppo e innovazione rispetto ai nostri principali concorrenti. Ancora una volta, guardando solo agli effetti della prima fase della pandemia, i nostri economisti stimano che le imprese europee potrebbero essere costrette a tagliare gli investimenti in quest’area tra il 30 e il 50%, a seconda di quanto sono in grado e disponibili ad aumentare la leva finanziaria . Finora abbiamo fornito ossigeno all’economia: abbiamo mantenuto aperti i canali del credito. Tuttavia, guardando al futuro, dovremo integrare i soccorsi di emergenza con il supporto per quella che potrebbe essere – per molte aziende – una lunga difficile ripresa».

Il capo del Gruppo Bei ha detto che alle imprese redditizie non devono essere imposti vincoli insostenibili, ma anche che devono investire in tecnologie verdi e digitalizzazione.

Per quanto riguarda il clima, che è stato più volte al centro della conferenza stampa, Hoyer ha sottolineato che «l’anno scorso, l’Europa ha fissato un obiettivo più ambizioso di riduzione delle emissioni entro il 2030, dimostrando ancora una volta la leadership climatica globale. Durante la nostra convalescenza post-Covid, dobbiamo assicurarci di non tornare a come erano le cose prima della pandemia. Questo richiede enormi investimenti. Alla Bei abbiamo dimostrato che, con strumenti creativi, una somma relativamente piccola di denaro pubblico è in grado di attrarre una quantità enorme di investimenti privati ​​per progetti che altrimenti avrebbero avuto difficoltà a trovare finanziamenti. La scorsa estate, prima del previsto, il pilastro finanziario del famoso Piano Juncker, il Fondo europeo per gli investimenti strategici, ha raggiunto il suo obiettivo crescente di mobilitare 500 miliardi di euro di investimenti. Nel 2020, abbiamo definito il nostro piano per questa grande ondata di investimenti climatici, la nostra  Climate Bank Roadmap, con la quale il 50% della nostra attività sosterrà la sostenibilità climatica e ambientale e che garantisce che tutta la nostra attività sia allineata con l’Accordo di Parigi sul clima e ci mette sulla buona strada per mobilitare 1.000 miliardi di euro per il clima e l’ambiente entro la fine di questo decennio».

E qui Hoyer ha finalmente annunciato quello che gli chiedevano in molti: «Oltre a eliminare gradualmente e senza sosta i finanziamenti per i progetti relativi al carbone e al gas, questo significa eliminare gradualmente i finanziamenti per le espansioni aeroportuali e stabilire criteri rigorosi per il finanziamento delle autostrade, a causa delle emissioni associate a questi settori.   Ma più importante di quello che non finanzieremo con la Climate Bank Roadmap è quello che finanzieremo di più: progetti di efficienza energetica in tutti i settori, progetti di energie rinnovabili, innovazione verde e ricerca».

Rispondendo ai giornalisti il capo della BEI ha detto: «Per usare un eufemismo, il gas è finito. Si tratta di una cesura importante con il passato, ma senza la fine dell’uso sregolato di combustibili fossili non saremo in grado di raggiungere gli obiettivi climatici».

Come spiega Euractiv, in base alla roadmap della banca del clima pubblicata nel 2020 la Bei «prevede di utilizzare il 50% delle sue attività per finanziare progetti di sostenibilità climatica e ambientale, sbloccando 1 trilione di euro per finanziamenti verdi entro il 2030, e garantendo che tutte le attività siano allineate con gli accordi di Parigi. In questa tabella di marcia, il gas ha un sostegno limitato. Secondo le regole della BEI, solo le centrali elettriche che emettono meno di 250 grammi di CO2 per chilowattora possono ricevere il sostegno dell’istituto, che intende perseguire la sua politica di decarbonizzazione eliminando prima della fine del 2021 tutti i contributi ai combustibili fossili».

La roadmap delinea anche l’intenzione della Bei di sostenere sia l’idrogeno verde sia il cosiddetto “idrogeno low-carbon”, con energia nucleare e gas che utilizzano la contestata tecnologia di Carbon and caputure storage.

Hoyer ha annunciato che «i finanziamenti per la produzione di energia basata su fonti come petrolio, gas naturale, carbone o torba sono stati interrotti il 1° gennaio, e una quota maggiore di investimenti verrà destinata a progetti di efficienza energetica, energia rinnovabile, innovazione verde e ricerca».

CEE Bankwatch, una rete di Ong dell’Europa orientale o che vi operano, ha preso atto con soddisfazione del fatto che entro la fine dell’anno la Bei terminerà il suo sostegno ai combustibili fossili: «E’ una pietra miliare cruciale nello sforzo globale per affrontare la crisi climatica – non da ultimo per la Bei in quanto più grande prestatore multilaterale del mondo – ma c’è molto da fare prima che la Bei possa etichettarsi come la “Banca del clima dell’Ue”.

Anna Roggenbuck, policy officer di Bankwatch, fa notare che «la roadmap della Banca del clima della Bei, approvata dal consiglio di amministrazione della banca nel novembre 2020, esclude infine il finanziamento di progetti, soprattutto nel settore energetico, che aggraverebbero la crisi climatica. Ma sarebbero ancora disponibili fondi per alcuni progetti infrastrutturali ad alta intensità di carbonio. Nel settore dei trasporti, ad esempio, la BEI potrebbe ancora supportare autostrade e superstrade in un momento in cui i veicoli privati ​​con motore a combustione interna devono essere urgentemente limitati, non incoraggiati. La roadmap manca inoltre di orientamenti sulla selezione di clienti affidabili e intermediari finanziari che faciliterebbero realmente gli obiettivi climatici della BEI.

Come ha mostrato la precedente analisi “The Road Less Travelled: How the European Investment Bank’s Climate Roadmap 2021-2025 can lead it to become the climate bankdi Bankwatch, «Tra il 2013 e il 2019, la BEI ha fornito 4,7 miliardi di euro di denaro pubblico europeo a una serie di società con un’elevata quota di carbone nei loro portafogli di produzione di energia e calore, o a compagnie che hanno ancora dei piani sviluppare nuove capacità energetiche a carbone». Per la Roggenbuck, «Questa scappatoia politica deve essere chiusa per garantire che la Bei non stia più finanziando la crisi climatica, anche se indirettamente. Richiedere piani di decarbonizzazione allineati a Parigi da parte di mutuatari aziendali e intermediari finanziari è il minimo che la BEI può fare per assicurarsi che sia parte della soluzione, non il problema. In effetti, il settore finanziario commerciale lo sta già facendo, quindi è deludente che il braccio finanziario dell’Ue stia ancora perdendo tempo».

Dopo aver anche lui tirato un diplomatico ma evidente sospiro di sollievo per l’uscita di scena di Donald Trump e per l’opportunità di rinvigorire il multilateralismo con la nuova amministrazione statunitense di Joe Biden, Hoyer ha evidenziato che la vittoria dei democratici Usa è importante non solo per il clima ma è anche vitale per il finanziamento allo sviluppo. «Lo scorso anno abbiamo raggiunto livelli record di prestito in Africa e siamo membri orgogliosi di Team Europe: abbiamo firmato quasi 5 miliardi di euro di finanziamenti in tutto il continente con più di 50 accordi, con un aumento di circa il 50% rispetto all’anno precedente. Il 71% dei nostri finanziamenti nell’Africa subsahariana è andato a beneficio dei Paesi meno sviluppati o degli Stati fragili. Abbiamo raggiunto l’obiettivo di SheInvest , la nostra iniziativa per mobilitare 1 miliardo di euro di investimenti per promuovere l’uguaglianza di genere e responsabilizzare economicamente le donne in tutta l’Africa».

Ma il capo della Bei non si è nascosto che c’è molto di più che si può e si deve fare: «Le nostre ambizioni climatiche e le politiche dell’Ue non si concretizzeranno senza una dimensione di sviluppo più forte in ciò che fa la Banca dell’Ue. Poiché l’Unione europea è responsabile solo di circa l’8% delle emissioni in tutto il mondo, la nostra ambizione climatica non avrà alcun impatto se non supportiamo nuove soluzioni verdi al di fuori dell’Ue. Qui dobbiamo pensare anche in termini di autonomia strategica dell’Ue. Questo è vero per gli investimenti per il clima al di fuori dell’Ue, ma è molto più vero quando si tratta di vaccini, medicinali e capacità di produzione: si tratta di questioni collegate al ruolo globale dell’Ue. Anche in questo caso, la Banca dell’Ue ha un track record molto chiaro.

Hoyer ha concluso: «Il gruppo Bei, lavorando in collaborazione con altre istituzioni, ha aiutato l’Europa a navigare attraverso le “4C”: Covid, Clima, Competitività e Coesione. E ha sostenuto gli interessi politici dell’Europa a livello globale. Abbiamo ottenuto un impatto senza precedenti sul clima, preparando il terreno per molto di più. Ma resta il rischio di una ripresa che trascuri clima e ambiente. Abbiamo agito a livello globale, non solo in Europa. Ma resta il rischio che l’Europa trascuri il proprio ruolo sulla scena mondiale. Abbiamo affrontato la pandemia. Ma permane il rischio di ritardi e disuguaglianze nel dare accesso al vaccino, di trascurare gli investimenti nelle terapie e di investire in modo insufficiente nella salute e nella ricerca, in modo da esporci all’impatto di future pandemie. E permane il rischio di non riuscire a colmare le lacune negli investimenti nell’innovazione e nella digitalizzazione. Credo che il gruppo Bei sia uno strumento chiave per correggere i fallimenti del mercato in tutti questi settori. Non è mai stato più rilevante di oggi».

Aleksandra Antonowicz-Cyglicka, ricercatrice di CEE Bankwatch Network, ha commentato: «La Bei è ancora in ritardo rispetto alle pratiche di trasparenza e divulgazione di altre istituzioni finanziarie multilaterali. Il Parlamento europeo ha ripetutamente invitato la BEI ad alzare il livello della trasparenza e garantire il massimo livello di integrità dei suoi intermediari finanziari. Inoltre, la due diligence sulla sostenibilità ambientale e sociale per i progetti che la Banca finanzia negli ultimi anni lascia molto a desiderare». Ad esempio, Bankwatch ha rivelato come la Bei abbia consentito, attraverso gli intermediari finanziari, un impianto idroelettrico massiccio e mal pianificato nei Balcani occidentali e ha dimostrato che la Banca non controlla i suoi progetti per il loro impatto sui diritti umani, tra i quali alcuni in Paesi classificati molto in basso nell’indice Freedom in the World di Freedom House.

La Antonowicz-Cyglicka conclude: «E’ tempo che la BEI prenda sul serio la trasparenza, i diritti umani, le dimensioni ambientali e sociali delle sue operazioni. Se la Banca vuole essere all’altezza del proprio mandato, deve sviluppare un’adeguata due diligence sui diritti umani, sia a livello di politica che di progetto».