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Senza le opportune politiche per il clima, il rapporto debito/Pil dell’Italia aumenterà del 99% entro il 2050

Attualmente è al 137,1%, ma secondo un nuovo rapporto del centro studi britannico New economics foundation non è niente in confronto a quel che potrebbe succedere di fronte a un atteggiamento “business as usual” riguardo riscaldamento globale e connessi eventi meteo estremi. La soluzione? Passa per le rinnovabili e una riforma delle norme fiscali dell’Ue
 |  Crisi climatica e adattamento

Stando all’ultimo bollettino Ista, pubblicato una settimana esatta fa, il rapporto debito/Pil dell’Italia è a quota 137,1%. Troppo alto? Un brutto segnale per valutare la capacità del nostro Paese di effettuare pagamenti futuri? In realtà rischiamo di ben peggio in un futuro neanche troppo lontano. Secondo un nuovo rapporto su scala continentale appena pubblicato dalla New economics foundation (Nef) sull’impatto della crisi climatica sul debito pubblico degli Stati europei, tutte le attuali analisi di sostenibilità del debito dell’Ue ignorano i danni economici del cambiamento climatico, che vanno dal calo di produttività ai danni alle infrastrutture, dagli eventi di crisi in agricoltura ai problemi legati ai trasporti e altro ancora. E, restringendo lo sguardo sull’Italia, dal report del centro studi britannico emerge che senza nuovi investimenti per far fronte al problema, entro il 2050 il rapporto debito/Pil italiano sarà 99 punti percentuali più alto rispetto alle proiezioni ufficiali. Entro il 2070, l’incremento salirebbe a ben 286 punti. Con conseguenze facilmente immaginabili, tra le altre cose, circa le valutazioni degli investitori esteri, i costi di prestito per l’Italia e i rendimenti dei nostri titoli di Stato.

Il Belpaese non sarebbe l’unico, all’interno degli Stati membri dell’Ue, a pagare a caro prezzo un atteggiamento da “business as usual” nei prossimi anni. Ma basta dare un’occhiata alla mappa pubblicata dalla New economics foundation per vedere che a rischiare più di tutti (+99,16%) saremmo proprio noi italiani, seguiti dalla grecia (+89,3%).

Il rapporto mostra però anche come una maggiore spesa pubblica per l’azione climatica ridurrebbe l’aumento del debito nei prossimi decenni. Se il riscaldamento globale venisse limitato a 1,5°C, si legge, il rapporto debito/Pil italiano aumenterebbe comunque rispetto alle proiezioni ufficiali, ma solo di 1 punto percentuale.

Il report segnala anche che non c’è tempo da perdere perché la crisi climatica danneggerà la produttività, le infrastrutture e settori chiave come l’agricoltura, i trasporti e i comparti legati al settore energia. Questo, a sua volta, farà lievitare i rapporti debito/Pil danneggiando il prodotto interno lordo e le entrate fiscali, aumentando al contempo i costi per riparare e ricostruire dopo i disastri climatici. Limitare il riscaldamento globale a un livello sicuro richiederà elevati livelli di investimento pubblico. Tuttavia, le regole fiscali dell’Ue proibiscono investimenti pubblici sufficienti per la mitigazione e l’adattamento climatico, nel tentativo di ridurre l’indebitamento a breve termine.

Per questo, spiegano gli esperti che hanno lavorato a questo nuovo report, l’azione precoce è la miglior strategia fiscale: investire oggi in energie rinnovabili, trasporti elettrici e pompe di calore protegge le finanze pubbliche nel lungo termine. Parallelamente a questo, è necessario attuare una riforma delle regole Ue: se le attuali regole fiscali impediscono gli investimenti necessari, gli analisti del Nef suggeriscono di escludere le spese verdi dal calcolo del deficit o di finanziarle tramite Eurobond. Tra l’altro, scrivono facendo riferimento a una questione di trasparenza, la Commissione europea deve includere i costi reali del collasso climatico nelle sue previsioni ufficiali per riflettere la realtà ecologica e finanziaria.

Spiega Sebastian Mang, che è il responsabile del programma Ue presso la New economics foundation: «Costruire un’economia più forte e resiliente non passerà attraverso lo smantellamento delle normative verdi, ma attraverso investimenti mirati nelle infrastrutture e nelle tecnologie che rendono l’Europa più competitiva e sicura: energia rinnovabile più pulita ed economica, veicoli elettrici, trasporto pubblico e pompe di calore, insieme all’adattamento agli eventi meteorologici estremi. Sono questi investimenti nella prosperità condivisa che proteggono le finanze pubbliche, rafforzano la base industriale europea e garantiscono una vita dignitosa alle generazioni future. Gli Eurobond possono aiutare mettendo in comune le nostre risorse, il che ci permetterebbe di realizzare la transizione più velocemente, a costi inferiori e in modo più equo di quanto possa fare ogni singolo Stato membro da solo».

Redazione Greenreport

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