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La maggior parte delle persone crede che il cambiamento climatico colpisca soprattutto gli altri

Nemmeno l’uragano Helena ha fatto cambiare l’atteggiamento degli statunitensi su clima e politica. Un rischio mal valutato ritarda l’azione climatica
 |  Crisi climatica e adattamento

Alla fine di settembre 2024, Helene, uno degli uragani più letali nella storia del nord America, ha colpito il sud-est degli Stati Uniti e quando, dopo pochi giorni, la tempesta si è placata, o danni erano stati enormi e avevano perso la vita più di 250 persone.

Helene aveva seminato morte e distruzione appena 5 settimane prima delle elezioni presidenziali statunitensi che hanno riportato alla Casa Bianca il negazionista climatico Donald Trump e i ricercatori si sono chiesti se questo tipo di eventi meteorologici estremi possa influenzare l'atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti del cambiamento climatico e del sostegno alle politiche ambientali.

Il nuovo studio “Attitudes unchanged: no support for increased climate change beliefs, concerns, or voting intentions after Hurricane Helene”, pubblicato su Environmental research communications da Magnus Bergquist e Sofiia Skipor della Psykologiska institutionen della Göteborgs universitet ha valutato questo rapporto causa-effetto in due fasi. La prima fase è prima fase si è svolta un mese prima dell'uragano, quando 1.155 statunitensi hanno risposto a un sondaggio. La seconda fase è stata condotta subito dopo l'uragano, quando gli stessi partecipanti hanno risposto nuovamente alle stesse domande. Il sondaggio chiedeva informazioni sulle intenzioni di voto alle imminenti elezioni, sulle opinioni sui cambiamenti climatici e sulle preoccupazioni relative agli eventi meteorologici estremi. Alcuni partecipanti vivevano in aree colpite dall'uragano, mentre altri vivevano in regioni non colpite.

Bergquist spiega che «I risultati mostrano che l'uragano non ha cambiato l'opinione pubblica sul cambiamento climatico. Anche le preoccupazioni per gli eventi meteorologici estremi sono rimaste invariate e non c'è stato alcun aumento nel numero di persone che intendono votare per politici a favore di politiche climatiche più severe. I risultati si riferiscono agli effetti a livello di gruppo di questo specifico uragano e non si applicano necessariamente ai singoli individui o ad altri eventi meteorologici estremi. Studi precedenti che hanno individuato collegamenti tra condizioni meteorologiche estreme e atteggiamenti climatici si basano spesso su dati raccolti in un singolo momento, il che rende difficile trarre conclusioni su causa ed effetto. Misurando gli atteggiamenti prima e dopo l'uragano Helene, il nostro studio fornisce una forte prova di una preoccupazione immutata per il cambiamento climatico e di un sostegno stabile alle politiche climatiche, anche tra le persone esposte a un uragano estremamente violento».

I ricercatori hanno anche analizzato il ruolo svolto dall’appartenenza politica e fanno notare che «In linea con ricerche precedenti, le preferenze politiche si sono dimostrate un indicatore molto più forte delle intenzioni di voto rispetto all'esposizione a un potente uragano. I Democratici hanno mostrato un maggiore sostegno ai politici che propugnavano riforme delle politiche climatiche rispetto ai Repubblicani. Le differenze tra i sostenitori dei rispettivi partiti erano sostanzialmente maggiori rispetto alle differenze tra regioni colpite e non colpite, o tra le misurazioni effettuate prima e dopo l'uragano».

Per la Skipor, «Questo potrebbe indicare l'importanza del modo in cui gli eventi meteorologici estremi vengono rappresentati dai media. La copertura mediatica successiva all'uragano Helene si è concentrata principalmente sulla responsabilità di politici e istituzioni nella gestione della crisi, piuttosto che sui legami con il cambiamento climatico. Questo potrebbe aver influenzato il modo in cui le persone hanno interpretato l'evento e potrebbe aiutare a spiegare perché né gli atteggiamenti legati al clima né le intenzioni di voto siano stati influenzati».
Bergquist, insieme e Pär Bjälkebring della Göteborgs universitet e Isak Sandlund, dell’università di Gävle, eveva pubblicato su Nature Sustainability lo studio “Meta-analytical Evidence of a Self-Other Discrepancy in Climate Change-related Risk Perceptions”, una meta-analisi di 83 studi, che ha coinvolto oltre 70.000 partecipanti provenienti da 17 Paesi, che dimostra che «I rischi legati al clima sono sistematicamente sottostimati e percepiti come più probabili per qualcun altro che per se stessi. Il 65% dei partecipanti ha valutato il proprio rischio di essere colpito dal cambiamento climatico come inferiore a quello degli altri».

Bergquist ha precisato che «Gli studi che abbiamo raccolto non misurano il rischio effettivo delle persone. Non possiamo stabilire se le valutazioni del rischio individuali siano eccessivamente ottimistiche, ma a livello di gruppo osserviamo chiaramente che la maggioranza percepisce il proprio rischio come inferiore a quello degli altri».

Una domanda centrale nello studio riguardava il confronto tra le persone e i risultati dimostrano che «La scelta del gruppo di riferimento svolge un ruolo significativo e che le valutazioni del rischio risultano più distorte quando le persone si confrontano con "altri in generale", come i propri concittadini o l'umanità nel suo complesso, così come nei Paesi con un rischio climatico complessivo inferiore».

I ricercatori hanno osservato l'effetto in Europa, negli Stati Uniti e in Asia, ma la discrepanza è risultata più pronunciata tra gli europei. 81 degli 83 studi inclusi nella meta-analisi hanno dimostrato che i partecipanti hanno valutato il proprio rischio come inferiore a quello degli altri o inferiore alla media, sia in relazione agli eventi meteorologici estremi che ai rischi più generali legati al clima.

Bjälkebring conferma: «Abbiamo riscontrato l'effetto in tutti gli studi tranne due, in cui i partecipanti erano agricoltori di Cina e Corea del Sud direttamente esposti alle conseguenze del cambiamento climatico. Questo suggerisce che l'esperienza diretta riduce l'effetto. Nel complesso, i risultati della meta-analisi su come le persone percepiscono i rischi legati al clima indicano che la nostra comprensione è limitata e imperfetta, il che potrebbe ritardare gli interventi necessari».
Bergquist conclude: «Anche quando le persone riconoscono i rischi reali posti dal cambiamento climatico, molti sembrano percepirli come se riguardassero soprattutto gli altri. Si tratta di un pregiudizio psicologico che, nel peggiore dei casi, può rallentare sia gli sforzi di adattamento che quelli di mitigazione del cambiamento climatico».

Umberto Mazzantini

Scrive per greenreport.it, dove si occupa soprattutto di biodiversità e politica internazionale, e collabora con La Nuova Ecologia ed ElbaReport. Considerato uno dei maggiori esperti dell’ambiente dell’Arcipelago Toscano, è un punto di riferimento per i media per quanto riguarda la natura e le vicende delle isole toscane. E’ responsabile nazionale Isole Minori di Legambiente e responsabile Mare di Legambiente Toscana. Ex sommozzatore professionista ed ex boscaiolo, ha più volte ricoperto la carica di consigliere e componente della giunta esecutiva del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.