Skip to main content

I danni diretti annui alle infrastrutture italiane causati dagli impatti della crisi climatica potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro entro il 2030 e 5 miliardi entro i prossimi 25 anni

In Italia il rischio climatico può costare fino al 6% del Pil entro il 2050

Lo evidenzia un nuovo report di Deloitte da cui emerge anche che solo il 14% delle Pmi ha adottato misure per la continuità operativa in caso di eventi estremi e soltanto il 10% ha introdotto azioni di adattamento rivolte a infrastrutture e asset fisici
 |  Crisi climatica e adattamento

Dici rischio climatico e magari il pensiero va al settore agricolo o a quello del turismo. Ma il problema è ben più ampio, tanto che in Italia può costare fino al 6% del Pil entro il 2050, con danni che potrebbero raggiungere i 5 miliardi di euro annui entro i prossimi 25 anni. E la portata del problema non si esaurisce qui, perché, tra le Pmi italiane solo il 14% ha adottato misure per la continuità operativa in caso di eventi estremi e soltanto il 10% ha introdotto azioni di adattamento rivolte a infrastrutture e asset fisici. Tutto ciò emerge dal report di Deloitte “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”, che analizza l’impatto del rischio climatico sul contesto economico-finanziario italiano e la maturità delle piccole e medie imprese nell’affrontarne le sfide. Il report è stato realizzato con la collaborazione di esperti del Politecnico di Milano, dell’Università Ca' Foscari, del team dell'area Climate della Florence School of Regulation (European University Institute) e con Ipsos-Doxa.

«L'Italia, a causa della sua collocazione geografica nel Mediterraneo, è tra i Paesi europei in cui gli effetti del cambiamento climatico si manifestano più rapidamente – commenta Paolo D'Aprile, sustainability leader di Deloitte central mediterranean – e le principali proiezioni indicano un aumento delle temperature superiore ai 2°C rispetto ai livelli preindustriali già nel prossimo decennio. Il cambiamento climatico produce già oggi perdite economiche rilevanti che si amplificheranno in futuro. In questo scenario investire in strategie di mitigazione e adattamento non significa solo rispondere a vincoli normativi o finanziari, ma cogliere un’opportunità concreta per rafforzare la capacità di crescita e innovazione delle imprese e dei territori».

I danni diretti annui alle infrastrutture italiane causati dagli impatti del rischio climatico potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro entro il 2030 e 5 miliardi entro il 2050. Considerando anche gli effetti indiretti, come l’interruzione dei servizi e gli impatti sulle catene di fornitura, il costo complessivo stimato si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050. Per il settore del turismo si stima invece una contrazione della domanda fino all'8,9% in caso di un forte aumento della temperatura media (+4°C), e perdite dirette per circa 52 miliardi di euro. In uno scenario di aumento della temperatura di 2°C, invece, le perdite dirette stimate sarebbero di circa 17 miliardi di euro.

In questo senso, si prevede una progressiva riduzione del Pil compresa fra l’1,6% e il 6% entro il 2050, a seconda dell’intensità degli impatti economici e dello scenario considerato e rispetto a un contesto non interessato dal rischio climatico. Un danno economico che tende ad accumularsi in maniera non lineare e ad accelerare progressivamente nel tempo. In particolare, il rischio climatico si trasmette dall’economia reale del Paese a quella finanziaria in differenti modalità, come il costo di rifinanziamento, l’aumento del debito pubblico e la compressione dello spazio fiscale.

Dall’indagine promossa da Deloitte e condotta da Ipsos-Doxa emerge che solo il 34% delle piccole e medie imprese intervistate attribuisce al tema un ruolo significativo o centrale nei propri framework di gestione del rischio e appena il 39% delle stesse dichiara un’esposizione molto o abbastanza elevata ai rischi climatici fisici su un orizzonte decennale.  

«Da un lato – spiega Elio Santoro, general manager di Deloitte climate & sustainability – alcune grandi imprese italiane mostrano livelli di maturità più avanzati rispetto al tema della sostenibilità e alla percezione del rischio climatico, dall’altro lato le piccole e medie imprese evidenziano un percorso di consapevolezza e adattamento ancora disomogeneo. Le Pmi sono chiamate a compiere un salto in avanti, dal momento che gli interventi di adattamento previsti non sono di natura strutturale e sono prevalentemente orientati verso l’adozione di coperture assicurative, oltre a pianificare investimenti che abbracciano un orizzonte temporale di breve termine».

In termini di investimenti dichiarati o pianificati, la strategia delle Pmi riflette una visione orientata su un orizzonte temporale di massimo di cinque anni (83%), per un importo complessivo inferiore a 100.000 euro entro i tre anni (77%). Le principali voci di investimento sono dominate dalle coperture assicurative (54%), seguite da interventi di adattamento infrastrutturale (23%) e da sistemi di monitoraggio del rischio (20%). Le imprese che si sentono pienamente preparate a rispondere alle richieste di banche e assicurazioni in materia di rischio climatico fisico sono una minoranza del campione (18%). Il report indica come le piccole e medie imprese facciano prevalentemente ricorso a soluzioni tradizionali e non più del 18% delle imprese intervistate si serve di strumenti digitali, tra cui l’intelligenza artificiale, o piattaforme per la gestione del rischio climatico fisico.

«L’intelligenza artificiale – conclude D’Aprile – rappresenta una delle principali leve per massimizzare il ritorno sugli investimenti ed incrementare la resilienza climatica delle infrastrutture. Sia per le istituzioni pubbliche che per le imprese, è fondamentale valutare le applicazioni dell’IA in base alla propria esposizione ai rischi e investire in digitalizzazione, infrastrutture tecnologiche, strategie dati e monitoraggio continuo delle analisi di rischio».

Redazione Greenreport

Greenreport conta, oltre che su una propria redazione giornalistica formata sulle tematiche ambientali, anche su collaboratori specializzati nei singoli specifici settori (acqua, aria, rifiuti, energia, trasporti e mobilità parchi e aree protette, ecc….), nonché su una rete capillare di fornitori di notizie, ovvero di vere e proprie «antenne» sul territorio.