
L’Europa in una nuvola di fuoco, incendi resi fino a oltre 20 volte più probabili dalla crisi climatica

Finora rarissimi se non sconosciuti nel Vecchio continente – il nostro, che si sta surriscaldando a velocità doppia rispetto alla media globale –, i pirocumulonembi si stanno affacciando quest’estate in Spagna, Francia e pure in Italia, mentre finora erano presenti soprattutto nel continente americano. Si tratta di nuvole nate a partire dagli incendi estremi, che sviluppano forte calore e quindi intense correnti ascensionali generando diverse tipologie di nubi convettive, fino a veri e propri temporali capaci di produrre intense raffiche di vento e fulmini (ma piogge scarse o nulle): una volta arrivati allo stadio del pirocumulonembo l’incendio diventa quasi impossibile da domare, perché si autoalimenta attraverso il vento e i fulmini che innescano nuove fiamme. Un incubo alimentato dalla crisi climatica, a causa dell’impiego di combustibili fossili come gas, petrolio, carbone.
Il cambiamento climatico indotto da mano umana ha infatti reso le condizioni meteorologiche estreme che hanno alimentato i recenti incendi boschivi «almeno due volte più probabili nel sud-ovest della Francia e almeno venti volte più probabili nella Spagna centrale», secondo quanto emerso da un’analisi pubblicata oggi dagli scienziati del World weather attribution (Wwa), i quali sottolineano che si tratta di «stime prudenti».
Gli inverni piovosi seguiti da primavere secche stanno diventando un fattore chiave del rischio di incendi boschivi nelle regioni colpite: contribuiscono alla crescita della vegetazione, che successivamente si secca e diventa combustibile per gli incendi.
«Un inverno umido, seguito da quest'estate intensamente asciutta e da una successione di ondate di calore – spiega Clair Barnes, dell’Imperial College London – ha lasciato le foreste cariche di combustibile secco, e il caldo implacabile (alimentato dai cambiamenti climatici causati dall'uomo) ha creato le condizioni affinché le scintille attechiscano e trasformino le fiamme in incendi vasti e pericolosi. Non si tratta di incendi che bruciano in aree remote, stanno avvenendo nelle immediate vicinanze di dove vive la gente. Ogni frazione di grado di riscaldamento ci spinge in un territorio sconosciuto, e questi incendi mostrano esattamente che aspetto ha questo rischio».
Gli incendi sono stati descritti come tra i peggiori mai registrati nei due Paesi, dove 300.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case: in Spagna, nel mese di luglio, sono andati in fumo 140.000 ettari, mentre in Francia, dall’inizio dell’anno, ne sono stati bruciati 115.000. L’Italia non è inclusa nello studio Wwa, che si è concentrato sui Paesi principalmente colpiti in questa stagione, ma è l’Ispra oggi a informare che dal 1° gennaio al 28 luglio 2026 la superficie nazionale percorsa dal fuoco ammonta a circa 741 kmq – un’estensione paragonabile a quella dell’intera provincia di Lodi –, composta per il 14% da boschi, per il 16% da aree agricole e per il 61% da aree prative permanenti; Sicilia (510 kmq), Calabria (78 kmq) e Puglia (48 kmq) rappresentano i contesti geografici più colpiti, contribuendo complessivamente al 73% della superficie fino ad ora percorsa dal fuoco.
A confronto, solo nella seconda decade di luglio, in Europa sono bruciati 225 kmq il giorno, come se andasse a fuoco ogni ventiquattro ore circa due volte la superficie del Comune di Parigi. L’incendio più esteso (e ancora attivo) si registra in Spagna – aggiunge l’Ispra – nella provincia di Ávila, a nord-ovest di Madrid, dove le fiamme hanno già interessato oltre 440 kmq di territorio, una superficie superiore a quella di Barcellona e Valencia. Un secondo grande incendio è in corso nella provincia di Guadalajara, a nord-est della capitale spagnola, con circa 330 kmq già percorsi dal fuoco, pari a circa metà della superficie del Comune di Madrid. In Francia invece è in atto un vasto incendio nella provincia della Gironda che, con oltre 400 kmq di superficie bruciata, una superficie più estesa di importanti comuni come Marsiglia o Lione, rappresenta il principale evento registrato nel Paese e continua a minacciare le aree limitrofe a Bordeaux.

«Questi mega-incendi – conclude per Wwa il segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), Simon Stiell – dimostrano quanto rapidamente il caldo estremo e il disseccamento dei paesaggi guidati dal clima possano trasformare i roghi in devastanti disastri nazionali – costringendo ad evacuazioni di massa, distruggendo case, attività commerciali e infrastrutture vitali, generando enormi emissioni aggiuntive di carbonio e danneggiando la salute umana, mentre il fumo pericoloso si diffonde ben oltre i fronti del fuoco. Il fatto che l'umanità continui a bruciare quantità enormi di carbone, petrolio e gas sta cuocendo il nostro pianeta, rendendo queste condizioni sempre più pericolose e questi mega-incendi più mortali e distruttivi. Ma le soluzioni sono altrettanto chiare: tutti i Paesi devono accelerare la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili e proteggere le persone dal peggioramento degli impatti climatici, dagli incendi alle mega-tempeste, fino alle alluvioni e alle siccità che colpiscono la produzione alimentare».
Peccato che l’Italia si stia muovendo a passo di gambero, allontanandosi progressivamente anziché avvicinarsi ai target 2030. Sul fronte della mitigazione, nei primi sei mesi del 2026, in base ai dati Terna, in Italia sono stati installati appena +3,4 GW di nuovi impianti rinnovabili, e continuando con questo ritmo a fine anno ce ne sarebbero dunque 6,8 GW, meno dei +7,2 GW registrati nel 2025 (a loro volta in calo del 3,9% rispetto al 2024). Il problema è che per raggiungere i pur timidi target al 2030, Legambiente stima la necessità di oltre +11 GW di nuova potenza installata l’anno, il think tank Energy square +15 GW, mentre la filiera industriale di settore si dichiara pronta a traguardare fino a +20 GW l’anno. A frenare sono la disinformazione che limita l’accettabilità sociale dei nuovi impianti, il continuo caos normativo e la lentezza degli iter autorizzativi, che in Italia durano fino a 6 anni per il fotovoltaico e 7-8 anni per l’eolico (con numerosi casi che superano ulteriormente queste soglie); a fronte di tempi medi di 12-24 mesi in molti Stati Ue, i tempi italiani sono dunque di gran lunga fuori dai limiti fissati dalla direttiva Red III. Puntuali interventi normativi – ad esempio sul Testo unico sulle rinnovabili (D. Lgs. 190/2024), o incrementando il personale della Commissione tecnica Pnrr-Pniec cronicamente sotto organico – basterebbero ad alleviare il problema.
Non va meglio sul fronte dell’adattamento a quella quota parte del cambiamento climatico che è già avvenuta, e dunque è qui per restare. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle. Servono soldi? Per venirne a capo, oltre a tassare chi inquina, occorre aumentare anche la progressività fiscale in modo che siano i più ricchi – i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra – a pagare i costi della crisi climatica. Se ad esempio fosse applicata in Italia una patrimoniale anche solo all’1% più ricco – cioè a chi possiede almeno 1,7 milioni di euro di patrimonio – si otterrebbe un gettito addizionale di circa 30 miliardi di euro, per finanziare il green deal e migliorare la coesione sociale.





