
In Italia più che raddoppiati gli incendi, mentre in tutta Europa i fiumi restano a secco

È stata la mano dell’uomo. Con brutale ma efficace sintesi, il nuovo rapporto del Wwf sulla nuvola di fuoco che sta avvolgendo l’Europa traccia il perché della crisi climatica che sta investendo con particolare ferocia il Vecchio continente – quello che, per inciso, vede aumentare le proprie temperature al doppio della media globale, con l’Italia sul fronte dell’hotspot mediterraneo.
L’estate in corso, la più fresca dei prossimi anni, ci mostra come gli incendi estremi siano la nuova normalità. In Spagna sono già bruciati 219.000 ettari, in Francia 91.000, con decine di vittime e oltre 300.000 persone costrette ad abbandonare temporaneamente le proprie abitazioni; nel nostro Paese gli ettari percorsi dal fuoco sono 70.000, l’equivalente di circa centomila campi da calcio – con un aumento del 133% rispetto la media degli ultimi venti anni –, e quasi un terzo dei roghi ha interessato aree protette. Complessivamente in Europa invece sono andati in fumo finora circa 435.000 ettari, 100.000 in più dello stesso periodo del 2025, anno che si chiuse come il peggiore degli ultimi venti e 1 mln di ettari bruciati.
«Non possiamo più limitarci a rincorrere gli incendi e privilegiare la soppressione, la vera sfida è impedire che gli incendi diventino incontrollabili, intervenendo prima che si sviluppino», argomenta il responsabile Foreste del Panda nazionale, Edoardo Nevola, stressando l’importanza della parola prevenzione.
Dieci le priorità per le istituzioni: aumentare gli investimenti, rafforzare il coordinamento tra enti, migliorare il monitoraggio del rischio, aumentare divieti e sorveglianza del territorio, sensibilizzare maggiormente le comunità locali e integrare la prevenzione nelle politiche di adattamento al cambiamento climatico, che oggi sono però ridotte all’osso. Il Piano nazionale (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle. Non va meglio sul fronte della mitigazione della crisi climatica in corso, che richiede il rapido abbandono dei combustibili fossili per puntare su efficienza energetica e fonti rinnovabili, ma queste ultime nel nostro Paese stanno rallentando la crescita – soffocate da disinformazione e caos normativo – anziché accelerare.
Eppure è la mano dell'uomo ad alimentare il cambiamento climatico che predispone all’infiammabilità, ed è ancora la mano dell'uomo a provocare la quasi totalità degli incendi; in Europa il 95% è dovuto a negligenza (basta il mozzicone di una sigaretta a provocare una catastrofe) e dolo per vantaggi o vendette personali, nonostante la legge quadro italiana sugli incendi boschivi (la n.353 del 2000) preveda il divieto di cambio di destinazione d’uso delle aree percorse dal fuoco per 15 anni, il divieto di edificazione per 10 anni, il divieto di caccia e pascolo per 10 anni.

I boschi crescono, fino a coprire oltre 100mila kmq a livello nazionale, ma in queste condizioni si stanno trasformando in scatole di fiammiferi, pronti a bruciare le nostre case. E se questa è la cronaca del fuoco, quella dell’acqua rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia. I dati Wmo e Copernicus mostrano che il Danubio si è ridotto a un rigagnolo profondo 23 cm a Budapest, mentre in Romania provano a deviarne il corso con le bombe per tenere accesa (e raffreddare) la centrale nucleare di Cernavoda, mentre il 40% delle centrali nel sudest europeo ha dovuto già arrendersi al caldo estremo; il fiume Reno è ai minimi storici, frantumando le catene d’approvvigionamento in tutta l’Europa centrale perché le navi cargo non riescono a galleggiare; il Po è ormai lo spettro di sé stesso, con una portata ridotta dell’80% in Piemonte e del 74% sia in Lombardia sia in Emilia Romagna.
Se l’acqua esce ancora dai rubinetti è perché per legge nazionale l’uso idropotabile ha la priorità su quello irriguo, e dove le infrastrutture per gestire il sempre più scarso oro blu sono in funzione, la crisi (per ora) resta gestibile. «È la dimostrazione della fondamentale funzione di bacini capaci di trattenere le acque, quando arrivano per utilizzarle, quando servono», commenta il dg dell’Anbi, Massimo Gargano.
Per questo è urgente un Piano nazionale per la sicurezza idrica e idrogeologica, di cui si parla sempre dopo ogni siccità o alluvione, per dimenticarsene subito dopo: l’acqua per il momento non manca, ma è sempre più concentrata nel tempo e nello spazio, tant’è che dopo questa fase di caldo estremo si preannuncia già una nuova stagione d’alluvioni. In Italia spendiamo 7 mld di euro all’anno di risorse pubbliche e da tariffa per la gestione di tutti gli aspetti idrici, mentre ne servirebbero 10 in più, secondo le stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa). Dove trovarli? Il solo progetto per il ponte sullo Stretto di Messina, ad esempio, vale 13,5 miliardi di euro, mentre oggi anno lo Stato italiano assicura – secondo le stime del Governo Meloni – almeno 22 mld di euro in sussidi ambientalmente dannosi.






