
Il super El Niño sta cambiando il clima del mondo, e potrebbe costarci 17.560 miliardi di dollari

El Niño e La Niña sono le fasi calda e fredda di un modello climatico ciclico (l'oscillazione meridionale di El Niño - Enso), uno dei principali fattori naturali che influenzano, di anno in anno, il clima stagionale in ampie aree del pianeta. Ha un ciclo irregolare, che può ripetersi ogni due-sette anni e durare da nove a dodici mesi, talvolta anche più a lungo.
Il fenomeno nasce dall’anomalo riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico, ma i suoi effetti si propagano ben oltre l’oceano. Può rendere più probabili ondate di calore, siccità, incendi, precipitazioni intense e alluvioni, con conseguenze a cascata su salute, agricoltura, disponibilità idrica, sistemi sanitari e stabilità economica. La crisi climatica non genera El Niño, ma aggiunge ulteriore energia e instabilità al sistema climatico, amplificando gli impatti delle sue oscillazioni naturali.
Quello in corso si sta palesando come il più intenso El Niño mai registrato, tanto da essere già stato ribattezzato super El Niño. La Banca Mondiale ha già avvertito che l'evento climatico potrebbe far aumentare i prezzi internazionali dei prodotti alimentari, spingendo altre 49 milioni di persone verso l’insicurezza alimentare, mentre il Financial Times segnala che potrebbe anche interferire con la logistica commerciale – in particolare se la siccità in America Centrale dovesse ridurre la profondità del Canale di Panama, come già accaduto in passato. Ma le «ripercussioni economiche potrebbero essere più gravi e durature di quanto comunemente si creda», avverte il principale quotidiano finanziario internazionale, segnalando uno studio del 2023 pubblicato su Science, in cui gli scienziati Christopher Callahan e Justin Mankin notano che i principali episodi di El Niño in passato hanno avuto un grave impatto sui tassi di crescita in decine di Paesi, con perdite di reddito che persistono per anni dopo ogni evento.
Per capire la portata dell’attuale super El Niño, il Peterson institute for international economics (Piie) ha elaborato un aggiornamento proprio a partire da quello studio, prendendo come modello il fortissimo El Niño già sperimentato – in condizioni globali meno segnate dalla crisi climatica come quella attuali – nel 1997-98: il risultato è una perdita economica stimata pari a «circa 986 miliardi di dollari» nel solo 2027. Estendendo tale cifra ai prossimi sei anni, la perdita economica stimata arriva a «circa 17,6 trilioni di dollari, con un intervallo di confidenza che va da 7,2 a 28,5 trilioni di dollari in base al percorso dell'evento El Niño del 1997-98. Questa cifra cumulativa su sei anni – precisano dal Piie – non tiene conto di ulteriori shock. Riflette semplicemente l'effetto cumulativo della riduzione degli investimenti negli anni successivi all'evento iniziale, che è proprio il periodo in cui si presenta l'opportunità di intervento».
Questo risultato drammatico non si presenta come un colpo singolo all’economia, ma come un accumulo di ferite più piccole che rischiano di erodere la base degli investimenti che alimenta la crescita futura.
«I meccanismi attraverso cui El Niño frena la crescita sono molteplici e si rafforzano a vicenda – argomentano nel merito dal Piie – I cattivi raccolti riducono i redditi agricoli e aumentano la spesa per le importazioni alimentari, sottraendo valuta estera agli investimenti produttivi. Inondazioni e frane danneggiano strade, reti elettriche e altre infrastrutture, e la loro ricostruzione sottrae risorse agli investimenti pubblici che, a lungo termine, generano crescita. L'elevato carico di malattia riduce la produttività del lavoro e dirotta le risorse delle famiglie e dei governi verso le cure piuttosto che verso gli investimenti. Inoltre, poiché molti Paesi sono già gravati da pesanti debiti derivanti dalla pandemia di Covid-19, dispongono di uno spazio fiscale limitato per attuare misure anticicliche. Queste diverse fonti di difficoltà aumentano significativamente il rischio di conflitti civili , con ulteriori effetti deleteri sulla crescita. E naturalmente, tutto ciò si verifica mentre gli effetti della chiusura dello Stretto di Hormuz si ripercuotono sull'economia globale, alimentando l'inflazione, limitando l'accesso ai fertilizzanti e causando probabilmente un'impennata dei prezzi alimentari tra la fine del 2026 e l'inizio del 2027».
Non si tratta però di un destino scontato: i 986 miliardi di dollari di perdite del primo anno sono in gran parte già previsti. Le ulteriori perdite cumulative, pari ad almeno 6.200 miliardi di dollari, nei cinque anni successivi (che insieme alle perdite del primo anno raggiungono la stima minima di 7.200 miliardi di dollari in sei anni) non lo sono. Tale divario rappresenta migliaia di decisioni di investimento rinviate – fabbriche non costruite, colture non piantate, cliniche non rifornite – che dipendono dalla disponibilità di credito, spazio fiscale e sostegno esterno.
«La finestra di opportunità per agire si sta restringendo, ma è ancora aperta», affermano dal Piie, indicando due priorità d'azione che «spiccano su tutte». La prima, le banche multilaterali di sviluppo – la Banca Mondiale, le banche regionali di sviluppo e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) – dovrebbero predisporre linee di credito agevolate per i paesi a basso e medio reddito prima del picco dell'evento, non dopo. La seconda, le riserve alimentari globali e il preposizionamento umanitario dovrebbero iniziare ora.
Per un'economia globale già provata dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente e dalla prolungata chiusura del canale di Hormuz, l'arrivo del super El Niño è una notizia tutt'altro che gradita. Ma la comunità internazionale può ancora agire per garantire che le inevitabili perdite non si accumulino nel futuro e che vengano soddisfatti gli attuali fabbisogni alimentari. «Le previsioni sono note. Gli effetti sulla crescita sono noti. La questione – concludono dal Piie – è se la comunità internazionale sarà in grado di agire con lungimiranza anziché attendere passivamente che le perdite si ripercuotano per anni a venire».





