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Corea del Nord, la crisi climatica erode la sicurezza alimentare del Paese

Con solo il 15% di terreni coltivabili e temperature fino a 40°C, Pyongyang deve fare i conti con la fragilità dei suoli, mentre il nuovo piano quinquennale tenta di bilanciare sviluppo industriale e tutela forestale
 |  Crisi climatica e adattamento

Pyongyang – In questi giorni di fine estate il caldo sta colpendo l’Europa in modo brutale. Lo stesso caldo estremo sta colpendo la Corea del Nord, dove le temperature hanno sfiorato i 40°C. I media statali nordcoreani hanno dato notizia dell’intensa ondata di caldo estivo, concentrandosi in particolare sulle misure per aiutare la popolazione ad affrontare le condizioni meteorologiche, inclusi consigli sull’alimentazione e sulle pratiche estive tradizionali. Tuttavia, le conseguenze ambientali per la Corea del Nord vanno ben oltre il disagio immediato causato dal caldo.

Pyongyang è particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici poiché l’agricoltura riveste un ruolo centrale nell’economia del Paese, mentre solo una porzione relativamente ridotta del territorio è idonea alla coltivazione. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), solo circa il 15% del territorio nordcoreano è adatto alla produzione agricola, mentre circa l’85% è costituito da zone montuose.[1] Ciò rende particolarmente cruciale il legame tra clima, suolo, foreste, risorse idriche e sicurezza alimentare. La FAO ha già documentato in passato come l’aumento delle temperature, l’alterazione dei regimi delle precipitazioni e le tempeste di sabbia abbiano influito sulla produzione agricola in Corea del Nord.[2] Le iniziative di adattamento hanno incluso lo sviluppo e la conservazione delle risorse genetiche vegetali, nonché la ricerca di varietà di riso, mais, frumento, orzo e patate in grado di rendere adeguatamente anche in condizioni climatiche mutevoli. Le sfide ambientali della Corea del Nord non possono, pertanto, essere scisse dalla sua politica agricola.

Un ulteriore fattore da considerare è il degrado forestale: altro importante problema ambientale. La Corea del Nord ha ripetutamente promosso la piantumazione di alberi e il rimboschimento. Il ripristino delle foreste è importante non solo per la biodiversità e il sequestro del carbonio, ma anche per ridurre l’erosione del suolo, le frane e il rischio di alluvioni. Nel 2026, la Corea del Nord ha lanciato un’altra campagna di piantumazione. Tuttavia, un’analisi indipendente del materiale diffuso dai media statali nordcoreani suggerisce che la campagna presenta sempre più le foreste come risorse economiche oltre che come beni ecologici. Ciò crea un’importante tensione. Il ripristino delle foreste può contribuire all’adattamento climatico e alla protezione ambientale, ma lo sfruttamento intensivo delle foreste per il legname, il combustibile o lo sviluppo economico può compromettere questi stessi obiettivi.

La questione, quindi, non è semplicemente quanti alberi vengono piantati. È se il rimboschimento produca foreste ecologicamente funzionali, capaci di proteggere il suolo, regolare l’acqua e sostenere la biodiversità. Questa distinzione è particolarmente rilevante dal punto di vista del degrado del territorio e della protezione del suolo. Il nuovo piano quinquennale 2026-2030 della RPDC, adottato durante il Nono Congresso del Partito dei Lavoratori di Corea nel febbraio 2026, pone un forte accento sullo sviluppo economico e rurale.[3] La produzione agricola e la modernizzazione delle aree rurali rimangono elementi centrali della strategia di sviluppo del Paese. La costante “Politica di sviluppo regionale 20×10” mira a estendere lo sviluppo industriale e infrastrutturale al di fuori dei principali centri urbani.[4] Dal punto di vista ambientale, ciò comporta sia opportunità che rischi.

La modernizzazione delle infrastrutture rurali potrebbe migliorare la gestione delle risorse idriche, la produttività agricola e la resilienza. Allo stesso tempo, l’espansione industriale e la costruzione di infrastrutture potrebbero accrescere la pressione su foreste, suoli e risorse idriche. Le conseguenze ambientali sono difficili da valutare, poiché la Corea del Nord non fornisce quel livello di dati ambientali abitualmente reso disponibile dalle istituzioni sudcoreane o internazionali.

L’aspetto più significativo della situazione attuale è che la vulnerabilità ambientale della penisola coreana trascende la divisione politica tra Nord e Sud. La stessa ondata di caldo sta colpendo entrambi i paesi, eppure le loro risposte istituzionali sono profondamente diverse. La Corea del Sud dispone di una vasta infrastruttura normativa e amministrativa in ambito ambientale; pubblica obiettivi climatici dettagliati, piani di adattamento e strategie di resilienza urbana. Seoul impiega l’intelligenza artificiale, il monitoraggio digitale e la gestione dei disastri basata sui dati, perseguendo al contempo la riduzione delle emissioni. L’approccio della Corea del Nord è meno trasparente e più strettamente legato alla produzione alimentare, allo sviluppo rurale, alla silvicoltura e all’autosufficienza nazionale. La politica ambientale è quindi spesso integrata in una pianificazione economica e agricola più ampia. Ciò non significa che la Corea del Nord sia priva di politiche ambientali; piuttosto, gli elementi disponibili suggeriscono una diversa concezione di resilienza ambientale. Per Seoul, l’adattamento climatico implica sempre più la riprogettazione della città e delle sue infrastrutture in funzione di un clima più caldo e instabile. Per Pyongyang, la resilienza climatica è più strettamente associata alla tutela della produzione agricola, delle foreste e dei mezzi di sussistenza nelle aree rurali, in condizioni climatiche ed economiche difficili. Le affinità ambientali tra le due Coree indicano anche un ambito di potenziale cooperazione.

Il cambiamento climatico non rispetta i confini della Zona Demilitarizzata. I due Paesi condividono bacini idrografici, ecosistemi, foreste, biodiversità ed esposizione a eventi meteorologici estremi. Iniziative congiunte di ripristino forestale, prevenzione degli incendi boschivi, gestione dei bacini idrografici, conservazione della biodiversità, monitoraggio climatico e riduzione del rischio di disastri potrebbero dunque generare benefici per entrambe le parti della penisola. Le tensioni politiche hanno reso estremamente difficile tale cooperazione; tuttavia, le questioni ambientali potrebbero offrire un terreno di collaborazione meno sensibile dal punto di vista politico. La logica è semplice: il ripristino delle foreste in una zona della penisola può ridurre l’erosione e il rischio di inondazioni altrove; la condivisione di dati meteorologici può migliorare i sistemi di allerta precoce; e una conservazione coordinata della biodiversità può tutelare ecosistemi esistenti ben prima della divisione della Corea. La crisi climatica presenta quindi una singolare contraddizione: mentre le relazioni politiche restano profondamente divise, il sistema ambientale della penisola coreana rimane intrinsecamente interconnesso.

La lezione più importante tratta dall’ondata di calore del 2026 potrebbe, in ultima analisi, riguardare il significato mutevole della tutela ambientale. Per decenni, le politiche climatiche si sono concentrate prevalentemente sulla riduzione delle emissioni di gas serra. Tale obiettivo rimane imprescindibile. Il contributo determinato a livello nazionale (NDC) della Corea del Sud per il 2035 dimostra che la mitigazione continua a occupare una posizione centrale nella politica nazionale.[5] Tuttavia, gli eventi di quest’estate evidenziano perché l’adattamento non possa più essere considerato un aspetto secondario. Le ondate di calore incidono sulla salute pubblica, fanno aumentare la domanda di energia elettrica, minacciano l’agricoltura, danneggiano gli ecosistemi, compromettono la qualità dell’acqua ed espongono le vulnerabilità delle infrastrutture urbane; inoltre, colpiscono in modo sproporzionato le persone che dispongono di minori risorse per proteggersi.

La Corea del Sud sta rispondendo integrando la gestione del rischio climatico nelle infrastrutture, nella pianificazione urbana, nella tecnologia e nella sanità pubblica. La Corea del Nord affronta rischi fisici analoghi, ma la sua risposta è maggiormente incentrata sulla resilienza agricola, sul ripristino forestale e sulla sicurezza alimentare. La penisola coreana offre dunque un caso di studio comparativo unico nell’ambito della governance climatica: due sistemi politici, un clima in rapida evoluzione e due approcci differenti alla resilienza ambientale. L’interrogativo che accomuna entrambe le Coree è sempre più lo stesso: non se si verificheranno eventi climatici estremi, bensì se le loro istituzioni, i loro ecosistemi e le loro società siano preparati ad affrontare un futuro in cui tali fenomeni diventeranno più frequenti e intensi.

[1] FAO/WFP, Crop and Food Security Assessment Mission to the Democratic People’s Republic of Korea, 2013.

[2] FAO/WFP, Joint Rapid Food Security Assessment – Democratic People’s Republic of Korea, Pyongyang/Roma, maggio 2019, che rileva come “dry spells, heatwaves and flooding” abbiano contribuito alla peggiore raccolta degli ultimi dieci anni; cfr. anche FAO/WFP, Crop and Food Security Assessment Mission to the Democratic People’s Republic of Korea, 2013, e FAO, Climate Change, Agriculture and Food Security, Roma, 2016. Per le tempeste di sabbia: FAO, Sand and Dust Storms: A Guide to Mitigation, Adaptation, Policy, and Risk Management Measures in Agriculture, Roma, 2024.

[3] UN DPRK, 9th Workers’ Party Congress unveils new Five-Year Plan 2026-2030, 25 febbraio 2026; KCNA, Report on Ninth Congress of Workers’ Party of Korea, Rodong Sinmun, 26 febbraio 2026.

[4] UN DPRK, 9th Workers’ Party Congress unveils new Five-Year Plan 2026-2030, 25 febbraio 2026; KCNA, Report on Ninth Congress of Workers’ Party of Korea, Rodong Sinmun, 26 febbraio 2026.

[5] Republic of Korea, The Republic of Korea’s 2035 Nationally Determined Contribution (NDC), UNFCCC, 26 dicembre 2025; MCEE, Korea announces its 2035 NDC at COP30, 18 novembre 2025.

Giuseppe Poderati

Giuseppe Poderati è professore di Lingua e Cultura Italiana presso la Hubei University of Economics in Cina con focus su eco-linguismo. Laureato con lode in Giurisprudenza presso l’Università LUMSA, ha arricchito il suo percorso formativo partecipando a un programma di scambio internazionale presso la SUNY - State University of New York e il Center for Italian Studies. Giuseppe ha proseguito gli studi con corsi post-laurea in Business Internazionale, Politiche Pubbliche nell’Euro-Mediterraneo, ASEAN e Diritto Internazionale e Comparato, frequentando prestigiose istituzioni come il Graduate Institute di Ginevra e la National University of Singapore. Durante la sua carriera accademica, è stato visiting scholar presso il Max Planck Institute e l’Università di Palermo. Autore di numerosi articoli scientifici, Giuseppe ha completato un dottorato di ricerca in Diritto Ambientale presso la Wuhan University, consolidando il suo profilo di studioso internazionale e collaborando con altre università e organizzazioni.