
In Francia si affaccia il «laburismo ecologico»

Il partito laburista oggi nel Regno Unito - dopo alterne vicende seguite alla «terza via» di stampo blairiano alla fine degli anni ’90 del secolo scorso - ultimamente non si può lamentare: nel luglio 2024 Keri Starmer ha vinto le elezioni anticipate e il Labour è tornato al governo dopo 14 anni all’opposizione, poi lo scorso luglio l’ex sindaco della Grande Manchester, Andy Burnham, ha preso le redini del partito ed è diventato premier. Ora però un nuovo partito del lavoro, un nuovo laburismo, arriva dalla Francia. Anzi, per la precisione un «travaillisme». E, per essere ancora più precisi un «travaillisme écologique». A lanciarlo è dalle colonne del sito specializzato in tematiche ambientali Reporterre è François Ruffin. Candidato alle prossime presidenziali, presidente del movimento politico “Debout!”, eletto deputato con La France Insoumise nonché giornalista e regista autore di inchieste e documentari sui Gilet gialli, sull’amministratore delegato di LVMH Bernauld Arnault, sul sistema baronale dei docenti universitari e su molte altre tematiche, Ruffin racconta che ha trascorso il mese di luglio facendo l’autostop per «ritrovare la realtà» e raccogliere sostegno (sul suo canale X ci sono vari video di resoconto): dopo aver a lungo sostenuto l’idea di grandi primarie della sinistra — che alla fine vedranno partecipare solo il Partito Socialista e Place publique — mantiene la propria candidatura per l’Eliseo e fa sapere che domani pubblicherà un opuscolo elettorale sul tema appunto del «travaillisme écologique», del «laburismo ecologico».
Spiega Ruffin nell’intervista a Reporterre: «Il modo per uscire dalla crisi climatica è il lavoro. Se vogliamo porre fine ai 5 milioni di edifici energivori, ci vuole lavoro. Lo stesso vale se vogliamo trasportare le merci maggiormente su rotaia anziché su strada, se vogliamo un’officina di riparazione in ogni quartiere o cantone, se vogliamo un’agricoltura con meno input chimici e meccanici. È anche un obiettivo politico. Dobbiamo garantire alle classi popolari che, in una società ecologica che raccoglie la sfida climatica, ci sarà spazio per guadagnarsi da vivere».
Tra le numerose proposte che mette sul piatto c’è quella di puntare alla creazione di «centri non commerciali», in cui siano presenti sia officine di riparazione, sia punti di prestito di attrezzi, sia negozi di abiti usati. «Ogni volta che si acquista un cellulare, non solo si genera un deficit ecologico (considerando tutti i materiali e i metalli che contiene), ma anche un deficit commerciale, poiché tutto ciò viene importato dalla Cina. Dobbiamo quindi decidere quali sono i 100 prodotti per i quali vogliamo recuperare la nostra autonomia. Penso agli alimenti, ai medicinali, alle tecnologie che ci permetteranno di affrontare la sfida ambientale, agli armamenti, all’acciaio… Non si tratta di dire che produrremo di nuovo tutto nel nostro Paese, ma quali sono le nostre priorità? E per il resto, dobbiamo porci l’obiettivo di consumare meno, per importare meno».
E alla domanda se la sfida ecologica non imponga forse anche di eliminare alcuni posti di lavoro, Ruffin risponde così: «In realtà, è il Capitale, e non l’ecologia, che da decenni elimina milioni di posti di lavoro. Quindi sì, sono favorevole alla riduzione del traffico aereo, questo è molto chiaro. Sono favorevole all’abbandono delle energie fossili, anche questo è molto chiaro, ma si tratta di un processo che richiederà una generazione e ciò significa che i posti di lavoro di domani saranno altrove. A quali lavori stiamo preparando i ragazzi che oggi frequentano la scuola? È questo il punto. Ecco perché siamo a favore di “cucinare, fare giardinaggio, riparare” alle scuole medie, per avere giovani più autonomi che si orientino con più orgoglio e meno riluttanza verso i cosiddetti “mestieri manuali”, assolutamente necessari alla grande trasformazione».
Ancora, dice che è insieme ai lavoratori che dobbiamo chiederci: cosa vogliamo produrre. «I lavoratori sono i primi interessati, è insieme a loro che dobbiamo chiederci: cosa vogliamo produrre? Cosa non vogliamo più produrre? Questo si ricollega a un’altra questione centrale: portare la democrazia nelle imprese. Sono favorevole a consigli di amministrazione composti per un terzo da lavoratori, per un terzo da azionisti e per un terzo da ONG, rappresentanti eletti a livello locale e associazioni di consumatori, che rappresentino altri interessi… E che siano loro a determinare ciò che si fa all’interno dell’azienda».





