Ceec e TeeC, due proposte per sostenere l’economia circolare italiana

Ecco in cosa consistono i Certificati di efficienza economica Circolare e i Titoli di efficienza energetica Circolare

[24 Febbraio 2021]

Nel’ultimo minibook pubblicato da Utilitatis, una fondazione che promuove la cultura e le best practices della gestione dei servizi pubblici locali, si affronta un problema annoso: la sostanziale assenza di incentivi per il riciclo nel nostro Paese, che cozza con la necessità di creare un adeguato spazio di mercato per il rifiuto che diventa nuova materia. In buona sostanza, alla rinnovabilità della materia manca da sempre il sostegno – sebbene ad oggi inceppato – garantito alla rinnovabilità dell’energia. Un tema sul quale si è recentemente posizionato anche il laboratorio Ref ricerche, e sul quale adesso la fondazione Utilitatis rilancia argomentando in particolare l’utilità di due strumenti da poter introdurre nel contesto italiano: i Certificati di efficienza economica Circolare (CeeC) e i Titoli di efficienza energetica Circolare (TeeC). Riportiamo di seguito uno stralcio del minibook, consultabile integralmente qui o in allegato a coda dell’articolo.

Le politiche nazionali che dovranno sostenere l’economia circolare e la conversione dell’impiantistica rispetto al fabbisogno dei flussi a recupero (basti pensare al deficit di trattamento per la frazione organica) dovranno in primo luogo estrarre e valorizzare le esternalità positive del riciclo rispetto al ricorso di materie vergini.

Il percorso della transizione energetica è stato rafforzato da strumenti di questo tipo, capaci di riconoscere il valore del kWh prodotto da una fonte rinnovabile o del Tep risparmiato grazie ad un intervento di efficientamento. Non è esagerato dire che senza tali politiche i risultati attuali nei settori energetici sarebbero stati irraggiungibili.

Se si vuole indirizzare la produzione ed il mercato verso un paradigma circolare in grado di rafforzarsi nel tempo, bisogna intraprendere un percorso simile: va estratto e riconosciuto il beneficio che la tonnellata di materia prima seconda consente di apportare al sistema. Questo beneficio è almeno di due tipi.

1) Sostenere l’avvio al recupero. L’Italia nei prossimi anni si confronterà con obblighi sull’avvio al recupero dei rifiuti che, rispetto al decennio passato, sono più sfidanti e soprattutto più organici rispetto alla strategia di sviluppo sostenibile dell’UE. E, soprattutto, indicano chiaramente l’attività di avvio al recupero (e non la mera raccolta differenziata) come il trigger della circolarità.

Per come è disegnato l’attuale schema EPR, l’inerzia con cui il nostro sistema si muove verso il nuovo paradigma non sembra essere sufficiente a raggiungere questi obiettivi e ciò rende di fatto indispensabile il ricorso ad un sostegno per quella decisiva fase della filiera che è l’avvio al recupero. Diversamente, lo sforzo rischia di essere inutile e la circolarità di questi materiali preclusa.

Quale sostegno? Se ogni tonnellata di materia recuperata ha un valore ambientale e in termini di raggiungimento degli obiettivi comunitari, è corretto riconoscerlo. Un “premio” sulla tonnellata recuperata agirebbe come leva per rendere competitivo il prezzo di questo flusso, remunerando in maniera adeguata tutte le fasi della filiera che ne hanno permesso il recupero. E inoltre, lavorando sulla creazione di una domanda virtuosa di materia recuperata, eviterebbe l’adozione di strumenti fiscali sul procurement che potrebbero risultare distorsivi ed inefficaci.

Sulla scorta della letteratura economica e delle esperienze già consolidate, il meccanismo più efficiente di allocazione di questi incentivi dovrebbe poggiarsi su dinamiche di mercato e guardare in ottica technology neutral all’output del processo di riciclo, cioè la tonnellata selezionata e messa a disposizione dell’industria.

Questo nuovo modello, che abbiamo chiamato CeeC, Certificati di efficienza economica Circolare, potrebbe prendere spunto dai CIC (Certificati di Immissione al Consumo) introdotti per supportare l’utilizzo del biometano nei trasporti: un sistema cap & trade che a fronte di un obbligo imputato ai distributori di carburanti, consente a questi ultimi di adottare le strategie più efficienti per integrare il biometano nella propria distribuzione o per assolvere all’obbligo attraverso lo scambio di appositi certificati. Questo strumento, al netto degli ostacoli amministrativi che interessano la costruzione di impianti di digestione anaerobica, si sta rivelando un driver fondamentale dell’adeguamento impiantistico per la produzione di biometano.

Parallelamente, nel caso di un sistema analogo per le frazioni della raccolta differenziata, i produttori di beni – a fronte di un obbligo in termini di utilizzo di MPS – sarebbero spinti a contrattualizzare i flussi derivanti dalla selezione dei rifiuti o, alternativamente, ad acquistare un ammontare di Certificati corrispondente al proprio obbligo. A differenza di un vincolo diretto sul procurement, i produttori potrebbero quindi “gestire” il proprio obbligo e ottimizzare il processo produttivo in raccordo con gli obiettivi di circolarità.

Il valore del Certificato attestante il rispetto dell’obbligo del produttore e, in forma aggregata, di quello nazionale, verrebbe quindi riconosciuto all’atto dell’acquisto della MPS oppure separatamente con la compravendita del solo Certificato (attraverso una controparte centrale o, in prospettiva, tramite un mercato organizzato). Un valore commisurato al costo che il sistema può sopportare per raggiungere gli obiettivi di circolarità rimpiazzando la materia vergine con quella recuperata anche nei settori hard to recycle, e che verrebbe riconosciuto al produttore del bene al momento dell’annullamento del Certificato (in modo che sia il sistema a coprire tale costo, e non il singolo consumatore).

Tale sistema, oltre ad indirizzare la gestione dei flussi di rifiuti verso una traiettoria monitorabile ed in linea con i target dei prossimi decenni, offrirebbe una spinta all’efficientamento dei costi di tutta la filiera ed in questo senso traguarderebbe un mercato del riciclo maturo ed in grado di esprimere innovazione e competitività.

Introdurre quanto prima un meccanismo del genere è quindi essenziale, soprattutto in questa fase iniziale, per accompagnare gli sforzi degli operatori che possono investire in questa area e per dare un segnale a tutta l’economia di una politica necessaria e irreversibile. E per l’Italia significherebbe puntare alla leadership industriale in un settore per cui ha già dimostrato la propria vocazione.

2) Sostenere l’efficientamento della produzione. Altro aspetto pregevole del recupero è quello connesso al risparmio energetico che stimola, contribuendo al raggiungimento dei target comunitari anche sotto questa prospettiva. Il risparmio in questione può riguardare il processo industriale in sé o tutto il valore legato alla commercializzazione della materia, incluso quindi – e rappresenta un aspetto non secondario per le esternalità ambientali che produce – il trasporto collegato alle importazioni di risorse vergini.

L’Italia si è dotata da oltre un decennio di un meccanismo specifico per promuovere l’efficienza energetica: i Certificati Bianchi, cioè Titoli scambiabili e ottenibili a fronte di interventi di efficientamento con un outcome misurabile, in cui il soggetto obbligato – il “pivot” del meccanismo – sono i distributori di energia elettrica e gas. Un meccanismo il cui design è stato giudicato talmente meritevole da essere inserito come best practice nell’ambito dell’ultima Direttiva sull’efficienza energetica (2012/27/EU) ed esteso a tutti gli Stati membri. Inoltre, lo sguardo verso l’industria e le infrastrutture che caratterizza questo strumento appare particolarmente utile per rafforzare l’assetto impiantistico del settore del recupero.

Sarebbe quindi opportuno contabilizzare, all’interno del meccanismo dei Certificati Bianchi, il beneficio del risparmio energetico derivante dalla produzione circolare in luogo di quella lineare. Oltre al rafforzamento del meccanismo con nuovi interventi, ciò intercetterebbe i vantaggi ambientali del recupero nella loro trasversalità. Inoltre potrebbe lasciare sostanzialmente invariato il meccanismo attuale, ampliando l’offerta sul mercato attraverso un canale analogo a quello riservato per i Certificati Bianchi riservati alla Cogenerazione ad alto Rendimento (CB-CAR). In altre parole l’obiettivo è quello di certificare il risparmio energetico derivato dalla disponibilità sul mercato di materia seconda vita finalizzata a un determinato processo produttivo e che sia alternativo al consumo di materia vergine, valutando il processo nel suo complesso in una logica LCA con il riconoscimento di certificati equivalenti, originando nuovi titoli che abbiamo chiamato TeeC – Titoli di efficienza energetica Circolare.

Si tratta di un’integrazione che richiede un approccio rigoroso e concreto. Rigoroso nell’estrazione del “TEP risparmiato” e concreto per permettere l’accesso agli operatori del settore e stimolarne la capacità di innovazione. Per questo motivo Utilitalia, all’interno di un protocollo di ricerca con Enea, che rappresenta il partner scientifico, ha avviato un progetto di ricerca mirato a valutare gli elementi tecnici su cui quantificare i coefficienti numerici per determinare l’importo dei TeeC. Tale progetto pilota, che inizialmente riguarderà necessariamente alcune filiere-tipo, per valutare la fattibilità del percorso rappresenterà un punto di riferimento obbligato per la messa a terra in maniera concreta dei principi alla base dello stesso.

di Luca Mariotto*, Alberto Mariani** e Francesca Mazzarella***

* Direttore Area Ambiente, Utilitalia; ** Specialista regolazione settore ambiente; *** Direttore Utilitatis