«Il rischio climatico è il rischio di investimento», e ora il mondo della finanza se n’è accorto

Fink (BlackRock): «Chiediamo alle aziende di divulgare un piano relativo alla compatibilità del proprio modello di business con un’economia a zero emissioni nette»

[26 Gennaio 2021]

BlackRock è il più grande fondo d’investimento al mondo, il che significa che se decide di “votare col portafoglio” a favore del clima è in grado di spostare qualcosa come 8,7 trilioni di dollari, dove 84 miliardi di euro sono gestiti solo per i clienti in Italia. «Il denaro che investiamo è destinato in prevalenza alla pensione», ricorda oggi il ceo di BlackRock, Larry Fink, nella nuova lettera annuale diretta agli altri ceo delle società dove il fondo investe. Dunque la sostenibilità a lungo termine dell’investimento è essenziale, e la crisi climatica inizia a cambiare in profondità le carte in tavola.

«La pandemia ha inoltre accelerato trend più profondi, dalla crisi sempre più grave dei sistemi pensionistici alle disuguaglianze sistemiche», ma come osserva Fink «tra le priorità dei nostri clienti il rischio climatico occupa in assoluto il primo posto».

«L’anno scorso – argomenta il ceo di BlackRock – non abbiamo sperimentato solo i crescenti effetti fisici del cambiamento climatico, con incendi, siccità, inondazioni e uragani, ma anche le prime conseguenze finanziarie dirette, con le società energetiche costrette, a causa del clima, a svalutazioni miliardarie su asset che non potranno essere valorizzati e i regolatori impegnati a valutare il rischio climatico nel sistema finanziario globale. Aumenta inoltre l’interesse per la grande opportunità economica che deriverà dalla transizione, alla ricerca di soluzioni per realizzarla in modo giusto ed equo».

Certo, non si tratta di un fulmine a ciel sereno: «A gennaio dello scorso anno scrivevo che il rischio climatico è il rischio di investimento, e che non appena i mercati avessero iniziato a scontare il rischio climatico nel valore dei titoli avremmo assistito a una riallocazione fondamentale dei capitali. Poi è arrivata la pandemia, e a marzo l’opinione più diffusa era che la crisi avrebbe distolto l’attenzione dal clima. Invece è successo esattamente il contrario e la riallocazione dei capitali ha subito un’accelerazione ancora più rapida di quanto avessi previsto. Da gennaio a novembre 2020, gli investitori in fondi comuni ed Etf hanno investito globalmente $288 miliardi in asset sostenibili, con un incremento del 96% rispetto a tutto il 2019. Siamo all’inizio di una transizione lunga ma in rapida accelerazione, che si dispiegherà per molti anni e trasformerà i prezzi delle attività finanziarie di ogni tipo. Adesso sappiamo che il rischio climatico è il rischio di investimento. Ma siamo anche convinti che la transizione climatica rappresenti un’opportunità di investimento storica».

A monte della transizione ci sono gli indirizzi politici, che si stanno – lentamente ma progressivamente – rafforzando: come ricorda Fink nel 2020 Unione europea, Cina, Giappone e Corea del Sud hanno assunto impegni storici per raggiungere l’obiettivo della neutralità carbonica, e gli Usa sono appena rientrati negli Accordi di Parigi: «L’interesse continua a crescere e nel 2021 diventerà ancora più pressante, con notevoli implicazioni per l’economia globale», tanto che «i modelli di business di tutte le società, nessuna esclusa, saranno profondamente interessati dalla transizione verso un’economia a zero emissioni nette».

«Con l’accelerazione della transizione – sottolinea Fink – le società che hanno una strategia a lungo termine ben articolata e un piano chiaro per gestire la transizione verso la neutralità carbonica si distingueranno agli occhi degli stakeholder, nonché dei clienti, responsabili politici, dipendenti e azionisti, spingendoli a fidarsi della loro capacità di affrontare questa trasformazione globale. Saranno invece penalizzate le attività e le valutazioni delle società che non si prepareranno in tempi rapidi, perché questi stessi stakeholder perderanno fiducia nella loro capacità di adattare i propri modelli di business ai radicali cambiamenti previsti».

Da qui una richiesta che potrebbe essere molto persuasiva, data la fonte da cui arriva: «Visto il ruolo centrale che rivestirà la transizione energetica per le prospettive di crescita di tutte le società, chiediamo alle aziende di divulgare un piano relativo alla compatibilità del proprio modello di business con un’economia a zero emissioni nette, ovvero uno scenario in cui il riscaldamento globale sia limitato a un livello assai inferiore a 2°C, in linea con l’aspirazione globale di arrivare a zero emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050».

Da BlackRock si dicono consapevoli del fatto che «possa essere scomodo divulgare queste informazioni e che la varietà dei framework di rendicontazione sia fonte di ulteriori complessità per le aziende», ma sostenere «fermamente il passaggio a un unico standard globale» non significa anche disponibilità a temporeggiare ancora: «Disporre di informative migliori sulla sostenibilità è nell’interesse delle società come degli investitori, pertanto vi chiedo di iniziare fin da subito a divulgarle, senza aspettare che siano i regolatori a renderle obbligatorie».