I gruppi terroristici del Sahel si finanziano con il traffico di benzina e oro

Le bande armate attaccano i campi profughi per creare altra disperazione e caos

[22 Dicembre 2020]

Dal 30 novembre al 6 dicembre, durante un’operazione coordinata da Interpol e United Nations office on drugs and crime (Unodoc)  in Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali e Niger, sono state sequestrate armi da fuoco, munizioni ed esplosivi illegali, che hanno consentito interrompere le reti di traffico utilizzate per rifornire i gruppi terroristi che operano nell’Africa occidentale e nel Sahel.

Si è trattato dell’Operazione KAFO II che è stata resa possibile grazie al sostegno di Germania, Francia, Italia e Unione Europea e che, dicono all’Onu, «Ha consentito agli agenti sul campo di colpire i punti critici del contrabbando negli aeroporti, nei porti marittimi e nei confini terrestri in Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali e Niger. Gli agenti hanno controllato più di 12.000 persone, veicoli, container e merci nei database criminali internazionali e hanno condotto ricerche sul campo per determinare se i sospettati stavano usando documenti di viaggio rubati e se erano noti alla polizia di uno dei 194 Paesi membri dell’Interpol o se stavano viaggiando con un veicolo rubato».

Oltre all’arresto di un certo numero di sospetti terroristi, la polizia ha sequestrato merci illecite come 50 armi da fuoco, 40.593 candelotti di dinamite, 28 corde per detonatori, 6.162 munizioni, 1.473 chili di cannabis e khat, 2.263 confezioni di droghe di contrabbando e 60.000 litri di carburante di contrabbando.

Secondo il segretario generale dell’Interpol Jürgen Stock, «L’operazione KAFO II mostra la necessità di fare i necessari collegamenti tra casi criminali che coinvolgono armi da fuoco e terroristi in diversi Paesi».

L’operazione ha mobilitato più di 260 ufficiali della polizia, della gendarmeria, delle commissioni nazionali per il controllo delle armi leggere e di piccolo calibro, delle dogane e delle unità aeroportuali per la lotta alla tratta, nonché dei servizi di frontiera e del traffico di merci illegali e di specie animali protette.

La direttrice esecutiva dell’Unodc, Ghada Waly. Ha evidenziato che «La lotta contro il traffico illecito di armi da fuoco richiede una forte cooperazione internazionale e tra agenzie, al fine di identificare la fonte di queste armi e assicurare gli autori alla giustizia. Dopo la fase operativa di KAFO II, è importante che Unodc e Interpol continuino a lavorare insieme e a sostenere le indagini in corso e i casi aperti».

Loperazione ha fatto demergere nuove tendenze nel finanziamento del terrorismo: dato che  il traffico di armi da fuoco è spesso associato ad altre forme di contrabbando, l’operazione KAFO II si è concentrata anche sull’interruzione del flusso di altri tipi di merci illecite utilizzate per finanziare attività criminali e terroristiche nella regione. Interpol e Unodc  dicono che «Tra le nuove tendenze osservate durante questa seconda edizione dell’Operazione KAFO c’è il sequestro di benzina di contrabbando in grandi quantità in Niger e Mali. Sembrerebbe che la benzina sia originaria della Nigeria e sia stata trafficata per finanziare e rifornire il gruppo terroristico di Al Qaeda e le sue organizzazioni affiliate».

Invece, i più di 40.000 candelotti di dinamite e detonatori che sono stati sequestrati in diversi luoghi, non servono, come potrebbe senmbrare lgico, ad effettuare attentati, ma erano tutti destinati all’estrazione illegale dell’oro, che, sottolineano Unodc e Interpol,  «Costituisce una nuova fonte di finanziamento, e persino un terreno di reclutamento, per gruppi terroristici armati che operano nel  Sahel».

Le organizzazioni terroristiche stanno approfittando anche della crisi sanitaria del Covid-19: gli agenti hanno sequestrato grandi quantità di gel igienizzanti per le mani, guanti e farmaci di contrabbando, il cui mercato è fiorente.

La formazione preoperativa fornita congiuntamente da Interpol e Unodc ha assicurato che gli ufficiali dei Paesi coinvolti avessero le competenze necessarie per utilizzare le capacità operative dell’Interpol al massimo delle loro potenzialità e assicurato che i le indagini penali siano dotate degli strumenti necessari per monitorare i casi in corso e le indagini post-operative.

Gli ufficiali sono stati addestrati all’uso del sistema Illlicit Weapons Tracing and Records Management System (iARMS) dell’Interpol per rilevare, identificare e rintracciare armi da fuoco illecite ed è così che diverse centinaia di armi da fuoco recuperate nei quattro Paesi nel corso dell’ultimo anno sono state identificate e ricondotte ai Paesi di produzione o di ultima importazione legale nota, per tracciarne la storia. proprietà e i loro movimenti. Raccogliendo questa intelligence preoperatoria sulla criminalità, i Paesi partecipanti sono stati in grado di prendere di mira meglio i sospetti, le reti e gli hot spot del traffico di armi.

Dopo i sequestri sono in corso le indagini per risalire alla storia e alla proprietà di tutte le armi da fuoco illecite recuperate e costruire una solida base per l’azione penale.

L’Unodc  lavora con la polizia e la magistratura per supportare l’adeguato follow-up di questi casi, in particolare attraverso una cooperazione internazionale rafforzata utilizzando tutti gli strumenti forniti dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità transnazionale (CTO) e il protocollo sulle armi da fuoco.

Intanto dal Burkina Faso arriva una buona notizia: decine di rifugiati maliani sono tornati in un campo nel nord-est del Paese nove mesi dopo che attacchi armati e minacce li hanno costretti a fuggire in una città vicina.

L’Unhcr  ha infatti aiutato 3.000 rifugiati a tornare al campo di Goudoubo dopo che le autorità nazionali del Burkina Faso hanno rafforzato la sicurezza all’interno e intorno al sito, con più personale e un aumento delle pattuglie.

Ioli Kimyaci, rappresentante dell’Unhcr in Burkina Faso, spiega che «I profughi del Mali che tornavano a Goudoubo ci chiedevano di riportarli nel campo dove la maggior parte di loro aveva vissuto dal 2012. Ringraziamo le autorità per aver reso possibile il loro ritorno a Goudoubo aggiungendo misure di sicurezza e il loro impegno a mantenere il campo sicuro. Goudoubo offrirà un migliore accesso ai servizi e renderà la vita fuori dalle loro case un po’ più facile, mentre cerchiamo alternative e soluzioni durature».

Fino a marzo, a Goudoubo vivevano circa 9.000 rifugiati maliani, ma poi gruppi islamisti armati hanno lanciato una serie di attacchi violenti contro il campo e hanno posto un ultimatum, provocando la fuga dei profughi.  Molti sono fuggiti nella vicina Dori, che era già in condizioni disastrose per quanto riguardava rifugi, acqua potabile  e servizi sanitari. 5.000 profughi hanno scelto di tornare in Mali, esponendosi a vendette e rappresaglie settarie e tribali, dove hanno ricevuto l’assistenza dell’Unhcr.

La maggior parte dei 3.000 rifugiati del Mali che sono tornati a Goudoubo sono stati trasportati con 31 convogli di autobus e camion, mentre 150 si sono trasferiti da soli in motocicletta o in coclo-taxi. Altri hanno raggiunto il campo profughi a piedi insieme al loro bestiame.

L’Unhcr e la Commission nationale pour les réfugiés del Burkina Faso hanno costruito 1.500 nuovi rifugi nel campo e l’agenzia Onu e i suoi partner hanno anche ristrutturato e rifornito una clinica sanitaria e le scuole sono pronte ad accogliere nuovamente gli studenti. Ci si aspetta che i profughi ritornati rivitallizzino anche i mezzi di sussistenza, compresa l’agricoltura e la pastorizia. I rifugiati hanno già iniziato a riaprire piccole attività nel campo, come negozi di alimentari e macellerie. L’Unhr riferisce che «Le persone hanno affermato che il ritorno significa la fine della lotta per trovare un rifugio e accedere ai servizi di base».

Nel complesso, il poverissimo Burkina Faso ospita circa 20.000 rifugiati maliani.  Si prevede che altre 2.100 persone torneranno a Goudoubo questo mese dal campo di Mentao, che era stato chiuso per più di un anno dopo degli attacchi mortali contro gli operatori umanittari e chi distribuiva cibo e aiuti, costringendo l’Un hcr ad evacuare il suo personale.

Il Burkina Faso. Un Paese dove convivevano pacificamente musulmani e cristiani, è diventato quello che l’Unhcr ha definito «L’epicentro della crisi dei rifugiati in più rapida crescita nel mondo«.

In tutto il Sahel, un milione di persone – una su 20 – sono sfollati interni a causa della violenza e la pandemia di Covid-19  ha solo aggiunto difficoltà alle loro vite già difficili, complicando ulteriormente gli sforzi umanitari per aiutare gli ultimi degli ultimi.

L’Unhcr ha avvertito che «In tutto il Sahel, li rifugiati, gli sfollati interni e le loro comunità di accoglienza subiscono delle violenze brutali, compresi stupri ed esecuzioni. Gli attacchi di gruppi armati nel Sahel comporteranno ulteriori sfollamenti in una regione che ospita quasi due milioni di sfollati interni e centinaia di migliaia di rifugiati».