
Sci senza neve? Sulle montagne italiane c’è spazio per un turismo diverso, ma non è finanziato
Il “sistema neve” continua ad assorbire la quasi totalità delle risorse pubbliche destinate al turismo montano, mentre la crisi climatica accelera lo svuotamento di impianti e strutture in quota e rende sempre più fragile il modello dello sci come monocultura. È la fotografia che Legambiente affida al nuovo report Nevediversa 2026, presentato a Milano: un censimento aggiornato di impianti sciistici dismessi, bacini per l’innevamento artificiale e “edifici sospesi”, insieme a una serie di proposte per ripensare la fruizione della montagna mettendo al centro le comunità locali.
Il dato che colpisce di più è quello sugli impianti chiusi definitivamente: nel 2026, tra Alpi e Appennini, salgono a 273 gli impianti sciistici dimessi. Parallelamente aumentano gli “edifici sospesi” censiti finora, 247 in totale: alberghi, residence, strutture turistiche e ricettive, complessi militari o produttivi dismessi o sottoutilizzati. Numeri che, secondo Legambiente, raccontano una trasformazione già in atto e insieme l’incapacità della politica di accompagnarla in modo ordinato, con risorse e strumenti dedicati alla riconversione.
«Il riscaldamento globale – commenta Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – dimostra come la riduzione della neve sulle Alpi e gli Appennini non sia un fenomeno episodico. Servono più azioni di adattamento al clima ma occorre anche orientare politiche e investimenti verso modelli di turismo più sostenibili e resilienti». E soprattutto, aggiunge, non è più sostenibile continuare a basarsi solo sul “sistema neve”, che «stimiamo dreni all’incirca il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano».
La quasi totalità delle risorse pubbliche resta dunque destinata a sostenere l’innevamento e gli impianti, lasciando alla destagionalizzazione e al riuso delle strutture dismesse solo le briciole. Eppure, a fronte di un modello che perde affidabilità climatica, continuano a crescere anche le infrastrutture artificiali: il report censisce 169 bacini per l’innevamento artificiale e segnala la diffusione di nuove attrazioni ludiche integrate ai comprensori sciistici, i cosiddetti “Luna park della montagna” (piste tubing, bob estivo e simili), inseriti per la prima volta come categoria nel rapporto: 28 le strutture censite, con concentrazione in Lombardia (13) e Toscana (7).
Sul territorio le differenze sono marcate. Il Piemonte resta la regione con più impianti sciistici dismessi (76), seguita dalla Lombardia (51). Per gli “edifici sospesi”, sull’arco alpino i numeri più alti sono in Valle d’Aosta (36), Lombardia (31) e Piemonte (20), mentre sull’Appennino spiccano Toscana (19), Abruzzo (16), Marche (15) e Sicilia (15). Tra i casi simbolo citati c’è il Grand Hotel Wildbad, a San Candido (BZ), struttura di valore storico-culturale ma in forte stato di abbandono. A livello nazionale, Nevediversa 2026 affianca anche i dati su 106 impianti chiusi temporaneamente, 98 in condizione mista di “apertura e chiusura” e 231 impianti che sopravvivono grazie ai fondi, definiti “casi di accanimento terapeutico”, con Lombardia (63), Abruzzo (47) ed Emilia-Romagna (34) in testa.
Il quadro peggiore ulteriormente osservando ciò che viene dopo la chiusura: riusi e smantellamenti procedono a rilento. Legambiente censisce appena 37 casi di riuso o smantellamento di impianti non più funzionanti, mentre all’estero – viene sottolineato – la riconversione è già una priorità. Il report porta gli esempi delle Alpi francesi: a Métabief la stazione ha scelto di anticipare la riduzione del perimetro sciabile, chiudendo un settore per concentrare risorse e sostenibilità; a Les Arcs si punta sulla diversificazione delle attività per estendere la stagione oltre l’inverno, con percorsi estivi, attività outdoor, eventi culturali, riqualificazione di strutture e mobilità sostenibile.
A valle delle Olimpiadi, Nevediversa lancia anche un allarme sui grandi eventi. In meno di trent’anni, secondo gli studi scientifici richiamati nel report, si perderà l’affidabilità climatica del 44% delle sedi olimpiche; il dato più critico riguarda le Paralimpiadi, spesso programmate a marzo: il 76% delle sedi idonee scomparirebbe e solo 22 su 93 resterebbero utilizzabili. Per Legambiente, il modello dei grandi eventi dipende ormai da infrastrutture artificiali in un ambiente sempre più fragile e imprevedibile. Anche su Milano Cortina 2026 l’associazione esprime un bilancio problematico tra ritardi, costi elevati e opere considerate faraoniche, chiedendo un confronto che coinvolga comunità locali, associazioni, categorie ed enti regionali e nazionali.
«Ogni impianto inattivo ha un costo economico e testimonia la fragilità di un modello di turismo montano che riduce la montagna a scenografia – argomenta Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente – Infrastrutture abbandonate e neve artificiale rivelano i limiti di un’illusione collettiva, con ricadute sull’ambiente, sulle comunità e sulle generazioni future». Da qui la spinta al “Manifesto della Carovana dell’accoglienza”, frutto del confronto con le 300 Bandiere Verdi dell’arco alpino, che mette al centro comunità, sostenibilità, cittadinanza attiva e un turismo partecipato, oltre all’avvio di un’attività di citizen science per raccogliere segnalazioni e immagini degli edifici sospesi.
La risposta per il futuro della montagna sta dunque nelle scelte politiche da compiere adesso: spostando investimenti e progettazione su riconversione, destagionalizzazione, riusi, servizi e qualità della vita nelle aree interne.





