Strage a Cox’s Bazar: un enorme incendio devasta i campi profughi Rohingya

Distrutti più di 10.000 rifugi, 15 morti, più di 400 dispersi e 560 feriti, tra i quali molti bambini

[24 Marzo 2021]

Mentre nella loro patria dalla quale sono stati cacciati, il Myanmar, i militari golpisti continuano a reprimere e uccidere i manifestanti,  i Rohingya che si sono rifugiati in Bangladesh sono stati colpiti da un enorme incendio che ha spazzato via tre siti a Cox’s Bazar  gestiti dall’International organization for migration (Iom) che ha privato 45.000 persone dei loro rifugi e causato la morte certa di 15 persone e fatto 560 feriti. Ma le vittime potrebbero essere molte di più perché risultano dispersi 400 profughi  Rohingya. Tra i feriti ci sarebbero anche molti bambini e diversi di loro sono stati separati dalla famiglie.  I rifugiati colpiti hanno cercato rifugio presso famiglie e amici, oltre che nei siti di transito gestiti dall’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Questa tragedia umana è iniziata ben prima dell’esodo di massa che ha portato alla costruzione di Cox’s Bazar; in Bangladesh c’erano già molti più di 200.000 rifugiati Rohingya fuggiti dalle persecuzioni razziste e anti-islamiche della destra buddista, spalleggiata e armata dai militari,  in Myanmar. La crisi dei rifugiati è però sci oppiata nell’agosto 2017, quando gruppi di Rohingya hanno cominciato a rispondere con le armi alle persecuzioni, attaccando remoti avamposti della polizia nel Myanmar nord.occidentale. Attacchi che sono stati l’occasione per l’esercito e i nazionalisti birmani – con il silenzio complice di Aung San Suu Ky e degli altri leader della Natinal league for (NLD) democracy ora in galera o in clandestinità dopo il golpe-  per sferrare contrattacchi sistematici contro la minoranza Rohingya, costituita principalmente da musulmani. Una vera e propria pulizia etnica, secondo i gruppi che si battono per i diritti umani e alti funzionari dell’Onu.

Nelle settimane successive, oltre 700.000 Rohingya – la maggior parte dei quali bambini, donne e anziani – sono fuggiti dalle loro case nel nord del Myanmar per mettersi al sicuro in Bangladesh, abbandonando il loro Paese con poco più dei vestiti che avevano addosso e fondando quella che è una vera e propria megalopoli della disperazione: Cox’s Bazar.

L’incendio è partito il 22 marzo intorno alle 15,00 ora locale dal Camp 8W nel megacampo di Kutupalong e si è rapidamente esteso ai Campi 8E, 9 e 10, colpendo circa il 66% della popolazione di questo settore di Cox’s Bazar, il più grande campo profughi del mondo. L’incendio ha danneggiato più di 10.000 rifugi e ha distrutto il più grande centro sanitario dell’Iom  del campo, che nell’ultimo anno aveva prestato soccorso e cure a più di 55.000 persone nel bel mezzo della pandemia di Covid-19. Sono stati rasi al suolo anche due centri nutrizionali e un centro di distribuzione alimentare gestiti dal World food programme (Wfp). Altri due siti nutrizionali del Wfp e un punto vendita di voucher elettronici sono stati chiusi fino a quando i danni non saranno stati valutati.

A febbraio, la rete dei campi di Kutupalong, che comprende circa 26 sottocampi, ospitava oltre 700.000 dei circa 880.000 rifugiati Rohingya di Cox’s Bazar. Infatti, a gennaio, più di 3.500 rifugiati erano rimasti senza casa quando un altro incendio aveva distrutto circa 550 rifugi e 150 negozi nel campo di Nayapara, a circa 30 chilometri a sud di Kutupalong.

All’Iom spiegano che «Il fuoco che infuriava nei campi è rallentato solo quando ha raggiunto le strade principali, i pendii, i canali e le risaie. Da allora è diminuito, ma non prima di consumare le strutture essenziali, i rifugi e gli effetti personali di decine di migliaia di persone.  La causa dell’incendio è ancora sconosciuta».

Il direttore generale dell’Iom, António Vitorino, ha sottolineato che «Questo disastro è una terribile battuta d’arresto che esacerba i bisogni umanitari dei rifugiati a Cox’s Bazar. Per ricostruire dovremo iniziare da zero. I nostri cuori sono con tutti coloro che sono stati colpiti. Ci impegniamo ad aiutarli a tornare più sicuri con il sostegno del governo del Bangladesh, dei nostri donatori, partner e attori umanitari».

Subito dopo ,lo scoppio dell’incendio, i servizi di risposta del governo, inclusi i vigili del fuoco, l’esercito e le agenzie umanitarie si sono precipitati a Cox’s Bazar per spegnere le fiamme. Le ambulanze e le équipe mediche mobili dell’Iom hanno soccorso i feriti e fornito aiuto per la salute mentale e supporto psicosociale.  Ma i primi soccorritori sono stati i volontari Rohingya  che hanno aiutato le persone a mettersi in salvo e hanno aiutato a spegnere l’incendio e sostenuto i soccorritori. I team dell’Iom, le ONG e le altre agenzia umanitarie hanno lavorato tutta la notte per rispondere ai bisogni più immediati di coloro che sonoriusciti a fuggire da quello che in poco tempo è diventato un inferno.

Già da ieri le famiglie sfollate hanno iniziato a tornare agli appezzamenti di terra che erano stati loro assegnati. L’Iom sta distribuendo assistenza di emergenza a tutte le persone colpite, compresi kit per costruire rifugidi emergenza, e acqua, mascherine anti-Covid, sapone, coperte, lucia energia solare, zanzariere e taniche.

Gli ingegneri del Wfp e il personale sul campo, così come i team di assistenza alimentare,  sono al lavoro sul campo sin dalla prima segnalazione dell’incendio. L’agenzia Onu ha anche dispiegato mezzi leggeri e pesanti , compresi serbatoi d’acqua e volontari per aiutare a contenere l’incendio e supportare l’Iom e ha distribuito circa 6.000 cartoni di biscotti super-energetici alle famiglie colpite la notte dell’incendio. Ieri, il Wpf ha fornito 62.000 pranzi e cene caldi a chi è rimasto senza casa.

Anche l’Unicef ha mobilitato l i suoi team di pronto soccorso e volontari per evacuare i rifugiati e sta assistendo i bambini bisognosi, compresi quelli separati dalle loro famiglie.  Il rappresentante dell’Unicef in Bangladesh, Tomoo Hozumi, ha detto che «La nostra priorità è garantire la sicurezza, la protezione e la protezione immediate dei bambini in coordinamento con le autorità interessate, i primi soccorritori e le organizzazioni partner della comunità delle Nazioni Unite e delle ONG».

All’agenzia Onu per i migranti sono molto preoccupati perché «Con l’inizio del monsone incombente, la ricostruzione è fondamentale. L’Iomcontinuerà ad aiutare le persone a ricostruire rifugi durevoli, strutture idriche, igienico-sanitarie (WASH) e il suo centro sanitario, una struttura che è stata fondamentale per rispondere al Covid-19 nell’ultimo anno».

Intanto, il fondo di emergenza dell’Iom a stanziato 1 milione di dollari per i soccorsi, ma sono necessari altri 20 milioni di dollari per rispondere solo alle esigenze più urgenti e vitali.