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A trent'anni dal decreto Ronchi non decolla, se non in alcune regioni, l’industrializzazione del comparto

Gli Ambiti ottimali (Ato) nella gestione rifiuti esistono davvero? Sta evaporando l’idea del servizio integrato

La realtà di Enti di governo realmente operativi si limita a Toscana, Emilia Romagna, Umbria, Veneto e Friuli-Venezia Giulia
 |  Green economy

C’era una volta la “privativa” comunale. Ovvero ogni Comune gestiva i suoi rifiuti urbani a modo suo, e i Comuni in Italia sono 7.896, mentre la dimensione media dei Comuni italiani è 7500 abitanti. Non ci voleva molto a capire che c’era poco di “ottimale” in quella situazione. È dal 1997, con il decreto Ronchi, che l’Italia ha previsto la gestione dei rifiuti urbani a scala di “ambito territoriale ottimale”. Ovvero con l’obiettivo di passare da 8000 gestioni a circa 100. Una strategia che voleva superare la frammentazione gestionale, far nascere operatori industriali dotati di economia di scala, capaci di fare investimenti, migliorare i servizi, raggiungere target ambientali e avere costi efficienti.

Ma dopo poco meno di trenta anni a che punto siamo? Ce lo racconta Arera, chiamata dal 2023 a consegnare al Parlamento una relazione semestrale sullo stato di attuazione del percorso di razionalizzazione dei servizi a rilevanza economica.

La legge italiana per prima cosa impone di perimetrare gli Ambiti territoriali ottimali, compito attribuito alle Regioni, con dimensioni minime pari a quelle delle Province o delle Città metropolitane. Ma la stessa legge consente una deroga: non applicare il “modello delle Ato” ma ricorrere a modelli alternativi.

È quello che ha fatto per adesso solo la Regione Lombardia, che non ha individuato le Ato ma ha lasciato i singoli Comuni a organizzare la gestione dei rifiuti, promuovendo però forme volontarie di aggregazione. Scelta possibile anche per la matura configurazione impiantistica in tutte le filiere e per tutti i tipi di impianto.  

Le altre regioni hanno invece seguito la strada delle Ato. Molte hanno scelto perimetri di dimensione regionale.

La Sardegna e la Provincia Autonoma di Bolzano lo hanno fatto in forma integrale, senza prevedere articolazioni sottostanti, i famosi sub-ambiti. Vuol dire che la gestione non dovrebbe essere frammentata nemmeno in fase di raccolta.

In 12 Regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Friuli Venezia, Giulia, Liguria, Molise, Piemonte, Puglia, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto) e nella Provincia autonoma di Trento è stato scelto l’Ato unico per l’intero territorio di pertinenza, articolato però in sub-ambiti per la gestione di alcune fasi del ciclo dei rifiuti.

La Regione Marche ha scelto Ato provinciali, la Regione Lazio ha ancora Ato provinciali ma è in fase di modifica il Piano regionale che potrebbe modificare questo assetto. La Toscana ha scelto 3 Ato sovracomunali. Campania e Sicilia hanno scelto Ato con dimensione inferiore a quella provinciale.

Ma definire il perimetro di un Ato è solo la prima fase, cui deve succedere la costituzione del cosiddetto Ente di governo di ambito (Egato).  Qui le cose si complicano.

Ovviamente la Lombardia non ha costituito niente, non avendo Ato. Ma anche Lazio, Sardegna e Molise gli Egato non sono stati costituiti né previsti. In altre Regioni (Piemonte, Liguria, Province di Trento e Bolzano, Sicilia e Campania) gli Egato sono in lenta fase di costituzione. Insomma la realtà di Enti di governo realmente operativi ed efficaci si limita alla Toscana, l’Emilia Romagna, l’Umbria, il Veneto, il Friuli.

La situazione lungo lo Stivale è dunque ancora molto articolata. Tanto che Arera da anni ha introdotto una sua “classificazione” di Ente territorialmente competente (Etc) a prescindere quindi dalla costituzione di soggetti pluricomunali, che includono quindi i singoli Comuni. Scrive Arera nella sua relazione: “Per l’aggiornamento biennale (2024-2025) delle predisposizioni tariffarie, infatti, risultano operanti come ETC circa 3.100 soggetti, di cui 98 con competenze a livello sovracomunale (per una popolazione residente di circa 37,5 milioni di abitanti) e circa 3.000 di dimensione comunale (corrispondenti a circa 21,4 milioni di abitanti). Emerge dunque con evidenza la complessità dell’articolazione della “filiera amministrativa” che connota il settore”.

Le cose si complicano ancora di più se si analizza l’organizzazione della gestione e il quadro degli affidamenti, ancora più frammentati del quadro organizzativo.

Insomma non decolla, se non in alcune regioni, la “industrializzazione” della gestione dei rifiuti, con dimensioni operative dei gestori in molti casi molto piccole, un’ampia diffusione ancora oggi delle gestioni in economia o di gestioni in appalto a soggetti privati.

Fenomeno che va di pari passo ad una crescente separazione fra gli assetti gestionali delle fasi di raccolta da un lato e la gestione di impianti dall’altro, sempre più collocati in aree di libero mercato.

Insomma assistiamo al “tramonto” del concetto di gestione integrata dei rifiuti, introdotta dal decreto Ronchi nel 1997.

Andrea Sbandati

Andrea Sbandati è senior advisor di Confservizi Cispel Toscana (l’Associazione regionale delle imprese di servizio pubblico), dopo esserne stato Direttore fino a novembre 2024. È esperto senior nella regolazione economica della gestione dei rifiuti urbani e dei servizi idrici (sistemi tariffari, piani industriali, benchmark), come nella organizzazione dei servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, trasporti, energia, altro). Ricercatore senior nel campo della gestione dei rifiuti e dell'acqua, docente in Master di specializzazione nella regolazione economica dei servizi ambientali locali (Sant'Anna, Turin school of regulation). Da venti anni coordinatore ed esperto di progetti di assistenza tecnica e cooperazione internazionale nei servizi pubblici locali (Medio Oriente, Africa, Sud America).