
Risorse minerarie africane: le multinazionali denunciano i governi all’ICSID della Banca Mondiale

Diversi giornali africani hanno rilanciato l’inchiesta di Jeune Afrique “Quand les groupes miniers attaquent les États : l’Afrique prise au piège des tribunaux d’arbitrage?” sui ricorsi presentati dalle multinazionali minerarie straniere contro le nazionalizzazioni o le riassegnazioni delle attività minerarie da parte di Stati africani governati da giunte militari golpiste o che, come la Guinea, sono uscite dalla fase di transizione post-colpo di stato eleggendo a gennaio alla presidenza del Paese proprio il capo dei golpisti: il Colonnello Mamady Doumbouya.
Le multinazionali si rivolgono all’International Centre for Settlement of Investment Disputes (ICSID), il potente tribunale internazionale, con sede a Washington e affiliato alla Banca Mondiale, che è stato istituito nel 1966 «Per la risoluzione delle controversie tra investitori e Stati nella maggior parte dei trattati internazionali sugli investimenti e in numerose leggi e contratti sugli investimenti». Come ricorda Jeune Afrique, «A differenza dei tribunali nazionali, le decisioni dell'ICSID sono difficili da impugnare. Gli importi assegnati possono raggiungere somme colossali, talvolta superiori ai bilanci annuali di alcuni ministeri africani».
Il settimanale panafricano più letto scrive che «Dalla Guinea al Niger, l'acquisizione delle attività minerarie sta innescando un'ondata di casi davanti all'ICSID: in pochi mesi si sono rivolte al tribunale internazionale tre compagnie straniere che estraggono bauxite in Guinea – Nomad Bauxite, Nimba Investment e Axis – per contestare il ritiro delle loro licenze minerarie da parte del governo di Conakri che ha giustificato la decisione con «L'attuazione di una politica di "bonifica" dei titoli minerari ritenuti non conformi o sottosfruttati» e che per le tre compagnie minerarie sono un'espropriazione illegale, per la quale avanzano richieste di risarcimento per centinaia di milioni di dollari.
La stessa cosa potrebbe succedere anche nella Repubblica Democratica del Congo, dove, il 20 febbraio, l’Autorité de régulation de la sous-traitance dans le secteur privé (ARSP) ha ordinato la cancellazione di diverse licenze irregolari nella dalla miniera d'oro di Kibali, uno dei più grandi complessi minerari auriferi dell'Africa. la decisione fa seguito a verifiche approfondite che hanno rivelato violazioni della legge sui subappalti. I giornali della RDC hanno festeggiato scrivendo che «L'era del laissez-faire sembra essere finita».
Infatti, anche se la legge della RDC riserva una parte significativa dei contratti minerari alle imprese a maggioranza congolese, Congo Nouveau rivela quel che sapevano già tutti: «Alcuni appalti sarebbero stati assegnati a società straniere operanti tramite società fittizie, aggirando così lo spirito della legge» e il settimanale definisce la clamorosa decisione «Un colpo di Stato dell'ARSP per restituire agli imprenditori congolesi gli appalti “indebitamente sequestrati". Questa formula suggerisce che le irregolarità non fossero marginali, ma piuttosto strutturali in alcuni segmenti del settore della subfornitura».
Nel suo editoriale "Il tempo dell'ingenuità è finito", il giornale della Le Quotidien definisce la RDC < «Uno "scandalo geologico", un Paese immensamente ricco di risorse naturali ma la cui popolazione beneficia solo marginalmente del loro sfruttamento». Se anche il subappalto sfugge alle imprese locali, l'effetto moltiplicatore dell'industria mineraria sull'economia nazionale rimane limitato, la fuga di capitali si intensifica e la redistribuzione interna si indebolisce.
Dietro l’intervento dell'ARSP ci sarebbe la volontà del presidente della RDC Félix Antoine Tshilombo Tshisekedi di "sbloccare" l'accesso dei congolesi agli appalti privati, in particolare nei settori estrattivi, dando allo stesso tempo un messaggio politico è duplice: 1. Le grandi multinazionali che operano nella RDC devono attenersi rigorosamente al quadro giuridico locale. 2. Gli organi di controllo hanno ora un mandato effettivo per imporre misure correttive. Il fatto che la cancellazione si basi su audit formali rafforza la credibilità dell'approccio. E’ una decisione amministrativa destinata ad avere significative conseguenze contrattuali e finanziarie.
Ma di queste irregolarità l'ICSID sembra occuparsi poco, dietro le battaglie legali intentate dalle Multinazionali minerarie si cela una questione più ampia: gli Stati africani possono davvero esercitare la loro sovranità economica senza esporsi a sanzioni finanziarie internazionali?
Per il KongoTimes, «Il caso dei contratti irregolari a Kibali solleva una questione centrale: la RDC può trasformare il suo immenso potenziale minerario in un vero e proprio motore di sviluppo interno? L’ARSP ha inviato un segnale agli investitori: la sicurezza giuridica va di pari passo con il rispetto delle normative nazionali. Se questo approccio verrà mantenuto nel tempo, potrebbe: rafforzare l'emergere di un ecosistema imprenditoriale congolese, aumentare il gettito fiscale indiretto, stimolare l'occupazione qualificata locale. La battaglia sulla subfornitura appare quindi come una questione strategica fondamentale: non solo per la sovranità economica, ma anche per la strutturazione di una vera classe media nazionale».
Dopo il colpo di stato del 2021, il governo guineano ha avviato una revisione completa dei titoli minerari con l’obiettivo dichiarato di: «Aumentare la lavorazione locale e contrastare la speculazione sui permessi». La Guinea è uno dei principali produttori mondiali di bauxite, un minerale strategico per l'alluminio e, ritirando le licenza inattive o non conformi agli obblighi contrattuali, Conakry vuole rafforzare il controllo statale sulla catena del valore. Ma Nomad Bauxite, Nimba Investment e Axis dicono che questo viola i loro diritti e hanno chiesto un risarcimento attraverso l’ICSID.
Anche in Niger, dopo la presa del potere dei militari, la revisione delle licenze per l'uranio e il petrolio ha catenato tensioni con gli investitori stranieri. Ma l’esempio dell’Africa Occidentale sembra contagioso e diversi Stati africani stanno rivalutando i loro accordi minerari, sbilanciati a favore delle multinazionali e con scarsi benefici (se non danni ambientali e per la salute) per le economie locali.
Il tutto mentre in Africa cresce il rifiuto del neocolonialismo e la richiesta di una vera sovranità e una migliore ridistribuzione della ricchezza mineraria, che diventi valore aggiunto per lo sviluppo locale. Ma queste istanze delle quali si fanno spesso carico le giunte militari golpiste e/o le ribellioni della Gen Z africana poi si trovano a fare i conti con gli arbitrati internazionali che spesso rappresentano per i governi africani spese insostenibili per pagare avvocati specializzati e costi dell'arbitrato, con il rischio di risarcimenti che possono arrivare a centinaia di milioni di dollari che gravano pesantemente sulle finanze pubbliche di economie fragili, compromettere i programmi sociali o gli investimenti pubblici che si vorrebbero incrementare con le nazionalizzazioni o con licenza più eque.
Non a caso, i principali utenti dell’ ICSID sono le multinazionali minerarie e del Gas&Oil e gli investitori nel settore energetico o infrastrutturale che puntano a ottenere un risarcimento finanziario ma soprattutto a esercitare una pressione strategica sui governi perchè rinegozino condizioni più favorevoli. La partecipazione degli Stati al sistema ICSID è spesso legata a impegni internazionali volti a rassicurare gli investitori e ad attrarre capitali esteri.
Jeune Afrique conclude: «Il dibattito va oltre i singoli casi. Solleva una domanda centrale: il diritto internazionale degli investimenti protegge eccessivamente gli investitori a scapito delle politiche pubbliche nazionali? Alcuni Paesi africani hanno già denunciato o rinegoziato trattati di investimento ritenuti sbilanciati. Altri stanno cercando di inserire clausole che rafforzino la capacità regolamentare dello Stato. La tensione tra attrattività economica e sovranità politica sta diventando una questione strategica importante per il continente.
Al di là dei procedimenti legali, queste controversie riflettono una ridefinizione dell'equilibrio di potere globale attorno alle risorse strategiche. L'Africa, ricca di minerali essenziali per la transizione energetica globale, si trova al centro di un confronto legale, economico e geopolitico. La questione non è più solo legale. È politica: chi controlla veramente la ricchezza del sottosuolo africano? Davanti ai tribunali arbitrali, gli Stati africani stanno ora svolgendo un ruolo decisivo nel garantire la propria sovranità economica».




