
L’economia circolare riparte dai veicoli fuori uso, a partire dal riuso

Un’auto arrivata alla fine della sua vita utile non è soltanto un rifiuto da smaltire. Può diventare anche uno strumento didattico, un laboratorio reale per studiare motori, elettronica e materiali. È questa la logica alla base del provvedimento approvato oggi in Commissione Ambiente della Camera, che interviene sulla normativa sui veicoli fuori uso per consentire di destinarli alle scuole tecniche e agli Istituti Tecnici Superiori per attività didattiche.
Il testo riguarda la modifica all’articolo 7 del decreto legislativo 24 giugno 2003, n. 209, che disciplina la gestione dei veicoli a fine vita in Italia. Nel corso dell’esame parlamentare la Commissione Ambiente ha esaminato la proposta di legge C. 1786, alla quale è stata associata la proposta C. 2209 L'Abbate, che ho presentato. L’obiettivo è semplice ma concreto: consentire che veicoli destinati alla demolizione o singoli componenti possano essere trasferiti a scuole di indirizzo tecnico e agli ITS per finalità didattiche, invece di entrare immediatamente nel ciclo di trattamento dei rifiuti.
Da docente universitaria che insegna economia circolare, ho sempre ritenuto fondamentale ridurre la distanza tra teoria e pratica. I veicoli sono tra i prodotti industriali più complessi e diffusi: un’automobile contiene migliaia di componenti – sistemi meccanici, cablaggi elettronici, materiali metallici e plastici – che rappresentano una vera palestra per chi studia meccanica, meccatronica o manutenzione industriale. Consentire agli studenti di lavorare su componenti reali significa offrire loro una formazione più concreta e aderente alle esigenze del sistema produttivo.
Il provvedimento si inserisce pienamente nella strategia dell’economia circolare, che mira a mantenere il valore dei materiali il più a lungo possibile nei cicli produttivi. Nella gerarchia europea della gestione dei rifiuti, il riuso precede il riciclo: prima di trasformare un materiale in nuova materia prima, è preferibile prolungarne la vita utile.
Nel caso dei veicoli questo principio è particolarmente evidente. Ogni automobile contiene grandi quantità di acciaio, alluminio, rame e materiali plastici, oltre a sistemi tecnologici sempre più sofisticati. In Italia ogni anno centinaia di migliaia di veicoli arrivano a fine vita e vengono avviati ai centri di raccolta e demolizione. La normativa europea stabilisce che almeno il 95 per cento del peso dei veicoli debba essere recuperato o riciclato. Prima di arrivare a queste fasi, però, molte componenti possono ancora avere un valore tecnico e formativo.
È proprio su questo passaggio che interviene la modifica legislativa: rendere possibile il trasferimento di veicoli o componenti verso istituti tecnici e ITS, nel pieno rispetto delle norme ambientali e delle procedure previste per la gestione dei veicoli fuori uso.
Nel corso dei lavori in Commissione sono stati approvati anche emendamenti che ho presentato, con l’obiettivo di migliorare il testo e chiarire le modalità operative della norma. In particolare abbiamo rafforzato il quadro delle garanzie ambientali e valorizzato il ruolo degli impianti autorizzati al trattamento dei veicoli fuori uso, che potranno collaborare con le scuole nella destinazione dei materiali per finalità didattiche.
Per gli istituti tecnici e per gli ITS si tratta di una opportunità importante. La formazione in ambito meccanico e meccatronico richiede sempre più attività pratiche: analisi dei sistemi di trasmissione, diagnostica elettronica, studio dei materiali e tecniche di smontaggio. Utilizzare veicoli a fine vita consente di svolgere queste attività senza costi elevati per le strutture formative e, allo stesso tempo, permette agli studenti di confrontarsi con tecnologie reali.
Credo profondamente che la transizione ecologica passi anche dalla formazione. Non riguarda soltanto le politiche energetiche o industriali, ma anche le competenze delle nuove generazioni di tecnici e professionisti. Imparare a gestire correttamente i prodotti a fine ciclo di vita, a recuperare materiali e a ridurre gli sprechi è ormai parte integrante delle competenze richieste dal mercato del lavoro.
Con questo provvedimento facciamo quindi un passo concreto nella direzione dell’economia circolare: trasformiamo ciò che potrebbe essere considerato solo un rifiuto in una risorsa educativa, capace di avvicinare studenti e studentesse alla sostenibilità e alle professioni del futuro.





