
Transizione, come l’Italia può trasformare in opportunità industriale la dipendenza dai prodotti green cinesi

Ormai è sempre più evidente: l’Europa, e con essa ovviamente l’Italia, sta passando dalla padella del gas di Putin alla brace del Gnl di Trump. L’unica alternativa per non soccombere è accelerare sulla strada della transizione energetica. Ma anche in questo caso tanto l’Ue quanto il nostro Paese devono sapersi muovere con un equilibrio tutt’altro che facile da mantenere: devono cioè utilizzare le tecnologie cinesi per sviluppare l’industria green e lavorare al raggiungimento degli obiettivi climatici, ma contemporaneamente devono investire notevolmente nella propria capacità industriale per non diventare semplicemente dipendenti da Pechino e sfruttare invece i mesi e anni futuri per fare della decarbonizzazione una leva per arrestare e invertire la deindustrializzazione di lunga data, piuttosto che una nuova fonte di esposizione rispetto a Paesi terzi.
A gettare luce su tale questione è un report a cui hanno lavorato gli esperti del think tank italiano per il clima Ecco, presentato alla fiera Key Energy 2026 di Rimini. Il titolo del documento è “Dall’ambivalenza alla strategia: l’interdipendenza clean tech con la Cina”, e in 40 pagine ricche di dati, grafici e tabelle viene spiegato perché «i legami economici dell’Italia con la Cina sono un fattore fondamentale per la sua transizione energetica e industriale verso l’energia pulita, ma creano anche interdipendenze strategiche concentrate che richiedono una gestione attiva». Si legge nel report: «L’Italia dipende dalle tecnologie e dai componenti cinesi nel settore del solare fotovoltaico, delle batterie e, in misura minore, delle pompe di calore, sia direttamente attraverso le importazioni, sia indirettamente attraverso i partner dell’Ue le cui catene di approvvigionamento incorporano una quota significativa di contenuti cinesi. Allo stesso tempo, gli investimenti diretti esteri cinesi nella produzione italiana di tecnologie pulite rimangono modesti. Questi flussi non riflettono un’esposizione passiva, ma relazioni commerciali e industriali consolidate che contribuiscono alla transizione energetica, all’occupazione e alla competitività delle esportazioni italiane».
Se è vero che Pechino controlla gran parte della produzione mondiale di pannelli fotovoltaici (oltre l’80%), batterie per auto elettriche e lavorazione di materie prime critiche, i ricercatori di Ecco segnalano che il deficit commerciale dell’Italia con la Cina è sì raddoppiato, passando da circa 2-2,5 miliardi di euro nel 2020-2021 a 4-5 miliardi di euro entro il 2024-2025, ma questa bilancia commerciale non è principalmente una questione di tecnologia pulita. L’Italia registra un deficit bilaterale strutturale che riguarda la plastica, l’elettronica di consumo, l’abbigliamento e un’ampia gamma di prodotti manifatturieri, settori che hanno poco a che vedere con la transizione energetica. «I responsabili politici dovrebbero essere cauti nell’interpretare il deficit commerciale delle tecnologie pulite come una prova di fallimento strategico, poiché ciò oscurerebbe sia la reale sfida della politica industriale (costruire una capacità produttiva competitiva in tutti i settori) sia la vera opportunità: la decarbonizzazione come leva per arrestare e invertire la deindustrializzazione di lunga data, piuttosto che come nuova fonte di esposizione».
In secondo luogo, quanto al discorso «dipendenza» e alla narrativa vigente, i ricercatori sottolineano che le importazioni di tecnologie pulite non sono strutturalmente equivalenti alle importazioni di combustibili fossili. Quando l’Italia importa un pannello solare, spiegano, il valore energetico che esso genera rimane in Italia sotto forma di bollette elettriche più basse, reddito familiare conservato, costi di combustibile evitati e un bene domestico che può essere mantenuto, aggiornato e infine riciclato indipendentemente dalle future interruzioni del commercio. Quando l’Italia importa gas, aggiungono invece, quel valore viene bruciato ed esce dall’economia in modo permanente, insieme alle sue esternalità geopolitiche e di carbonio.
Importare pannelli solari cinesi per accelerare la decarbonizzazione non è quindi principalmente un problema di dipendenza. Semmai, scrivono i ricercatori di Ecco, «è una scelta economica razionale che migliora anche la sicurezza energetica dell’Italia rispetto ai rischi e ai costi della sua dipendenza dai combustibili fossili. I rischi che esistono riguardano la competitività manifatturiera, la perdita di know-how industriale e la concentrazione dell’approvvigionamento a monte in un unico paese. Si tratta di problemi legittimi da affrontare attraverso la politica industriale. Tuttavia, bisogna resistere alla narrativa che confonde la decarbonizzazione con l’esposizione geopolitica, anche perché rischia di diventare uno strumento per ritardare la transizione energetica stessa».
Nel report realizzato dal think tank Ecco viene comunque sottolineato che la bilancia commerciale nel settore delle tecnologie pulite è importante, «non come prova di dipendenza, ma come segnale dei settori in cui l’Italia non ha ancora sviluppato le capacità produttive necessarie per trarre valore dalla transizione che sta finanziando»: «La questione rilevante non è se l’Italia importi, ad esempio, pannelli solari dalla Cina, ma se stia sviluppando le capacità di installazione, manutenzione, integrazione e riciclaggio che traducono la diffusione in valore economico trattenuto e se stia investendo nei segmenti manifatturieri in cui può realisticamente competere».
Scrivono i ricercatori che queste interdipendenze differiscono notevolmente a seconda dei settori, rendendo l’Italia un caso di studio rivelatore per l’evoluzione della politica di industrializzazione delle tecnologie pulite in Europa. «Nel settore del solare fotovoltaico, l’Italia combina una base produttiva interna nascente ma in crescita con una cooperazione sempre più profonda con le aziende cinesi e misure di politica commerciale sempre più difensive. Nel settore delle pompe di calore, le aziende italiane sono relativamente forti, con una significativa capacità produttiva e competenze lavorative rilevanti, ma rimangono esposte ai componenti importati, alla volatilità della domanda e a rischi geopolitici più ampi, rendendo ancora più urgente un sostegno politico coerente a lungo termine. Le batterie rimangono la più debole delle tre catene del valore. Avendo perso la prima ondata di investimenti nella produzione di celle su larga scala, l’Italia rischia una dipendenza a lungo termine dalle importazioni e l’emarginazione all’interno della catena del valore delle batterie in Europa, a meno che non persegua una strategia mirata di “seconda ondata” incentrata sul riciclaggio, l’assemblaggio specializzato e lo stoccaggio a lunga durata».
Sottolineano dunque gli autori del report che «per i responsabili politici la sfida centrale non è se disimpegnarsi dalla Cina – una scelta che sarebbe sia economicamente costosa che strategicamente controproducente – ma come gestire questa interdipendenza in modo da rafforzare le capacità industriali dell’Italia, migliorare la resilienza e preservare lo spazio per una cooperazione mirata laddove ciò serva agli interessi italiani ed europei. Piuttosto che oscillare tra l’accettazione lassista e il protezionismo reattivo, l’Italia ha bisogno di una strategia proattiva che riduca i rischi e potenzi i suoi settori delle tecnologie pulite, mantenendo aperta la porta a una cooperazione mirata e basata su regole con la Cina. Ciò rafforzerebbe anche la sua autonomia strategica».
In tale quadro, nel report si suggeriscono cinque leve prioritarie per raggiungere gli obiettivi. La prima: «A livello trasversale a tutti i settori, il completamento del mercato unico dell’Ue per le tecnologie pulite è un presupposto fondamentale per il funzionamento della politica industriale, e l’Italia dovrebbe renderlo una priorità in ogni prossimo processo legislativo dell’UE. Ciò include il sostegno a norme armonizzate a livello UE sul lato della domanda, il riconoscimento reciproco dell’ammissibilità agli incentivi e appalti pubblici coordinati che creino la scala di cui hanno bisogno i produttori europei. La prossima revisione del regolamento UE sullo screening degli investimenti esteri diretti offre l’opportunità di integrare questo riequilibrio, riducendo l’incertezza unilaterale per gli investitori e mantenendo al contempo le protezioni essenziali per le risorse strategiche». A questo punto, seconda leva evidenziata dal report, «l’Italia dovrebbe utilizzare il Piano d’azione 2024-2027 come uno strumento concreto di diplomazia industriale che promuova la cooperazione politica, istituzionale, economica e tra esperti e gli accordi reciproci – anche in materia di trasferimento di tecnologia e di norme in materia di investimenti e commercio – piuttosto che lasciarlo come una risorsa diplomatica sottoutilizzata». La politica industriale nel settore solare – terza leva – dovrebbe mirare a costruire un’industria fotovoltaica italiana ed europea competitiva, non semplicemente a proteggere un’industria costosa: le quote d’asta del Net Zero Industry Act (NZIA) hanno un ruolo, ma solo se legate a parametri di competitività e integrate da una cooperazione lucida con le aziende cinesi in materia di innovazione». Quarta e quinta leva: «il settore delle pompe di calore necessita di una politica stabile e pluriennale di decarbonizzazione degli edifici e per affrontare le vulnerabilità dei componenti è necessario un coordinamento a livello Ue» e, infine, per quanto riguarda le batterie, l’Italia non ha perso la corsa: «L’economia circolare offre un punto di ingresso strategicamente coerente nella seconda ondata, incentrato sul riciclaggio, lo stoccaggio stazionario specializzato e le tecnologie a lunga durata che sfruttano i punti di forza industriali esistenti in Italia».





