
I colossi industriali stanno dettando sempre più l’agenda politica della Commissione Ue

Secondo recenti stime nelle aree rurali dello Zimbabwe circa 4,1 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare: i cambiamenti climatici e i modelli di agrobusiness imposti su vasta scala dalle multinazionali causano alti livelli di povertà, e ostacolano il diritto a un’alimentazione adeguata e alla sovranità alimentare delle comunità.
Questo quadro, si ripete, cambiando latitudine, dati e numeri, in moltissime latitudini differenti, in molti dei Paesi dove Cospe lavora. Sono le multinazionali e le grandi industrie che si istallano su territori comunitari, che estraggono, inquinano, setacciano risorse e lasciano povertà, malattie e disgregazione sociale. Questo senza alcun freno da parte dei governi e delle istituzioni locali. Anzi, ovunque, quello che osserviamo è quanto i grandi colossi economici si sostituiscano e sopravanzino le istituzioni pubbliche, diventando anche decisori politici invece di sottostare a regole che salvaguardino l’interesse comune, il benessere e la salute delle persone.
Questo fenomeno si osserva da vicino nelle istituzioni europee, dove, come denuncia una lettera indirizzata a Ursula Von Der Leyen e firmata da centinaia di organizzazioni della società civile, tra cui Cospe, sono i grandi gruppi, i profitti e le competitività a decidere le politiche e le regole (sempre meno) che guidano i settori industriali. Nel mirino della presa di posizione c’è proprio la seconda Commissione Von Der Layen, che a poche ore dall'incontro coi capi di Stato dell'Ue (11 febbraio scorso) ha incontrato centinaia di rappresentanti delle imprese durante un evento organizzato dal Cefic, un potente gruppo di pressione dell'industria chimica europea.
Un caso che sembra però riflettere un modus operandi: i dati ci dicono infatti che il 40% delle riunioni dei membri del gabinetto dei commissari è stato con rappresentanti di aziende, il 29% con associazioni imprenditoriali e solo il 16% con ong. Parallelamente, e non casualmente, assistiamo a una a una sempre maggiore deregolamentazione per gli obblighi e i vincoli ambientali (ad esempio rispetto a pesticidi e inquinanti come il glifosato), a standard meno rigorosi e sempre più fondi pubblici alle industrie più impattanti e infine a ricerche, e studi ambientali finanziati dagli stessi grandi gruppi industriali, che mettono in discussione principi scientifici e acquisiti in questo ambito. Anche la conoscenza, oltre alla politica è dunque sotto attacco. A rischio l'integrità ambientale, la giustizia sociale, la salute delle persone, i diritti umani, i diritti dei lavoratori, la responsabilità democratica, la trasparenza istituzionale e l’indipendenza del sapere.
È dunque vitale che la società civile (ong, sindacati, mondo accademico), in Europa e in tutto il mondo, sia sempre più protagonista, non solo per un continuo monitoraggio e denuncia dei settori responsabili di inquinamento, violazioni dei diritti e rischi tecnologici. non solo per un lavoro di advocacy, non solo come elemento di pressione e vigilanza sulle istituzioni, ma anche nel presentare alternative: comunità locali, organizzazioni contadine, reti di economia solidale e iniziative di transizione ecologica stanno già costruendo soluzioni concrete diverse dal modello di sviluppo che produce disuguaglianze sociali, degrado ambientale e perdita di biodiversità.
In Zimbabwe, ad esempio, sosteniamo l’associazione comunitaria per lo sviluppo tecnologico (Ctdo), che fa ricerca su biodiversità e sementi, sicurezza alimentare e gestione dell’ambiente e del cambiamento climatico. I contadini e le contadine della zona si occupano della selezione partecipata della valorizzazione delle sementi tradizionali li (soprattutto miglio e mais) in modo che le comunità selezionino, coltivino e incrocino i semi adatti all’ambiente che vivono. È un piccolo esempio, che funziona e che rende i coltivatori della zona indipendenti da multinazionali, pesticidi e inquinamento.
Come Cospe riteniamo dunque che da un lato sia fondamentale utilizzare tutti gli strumenti democratici e legali disponibili – dalla trasparenza e dall’advocacy fino alle azioni giuridiche e ai meccanismi di accountability istituzionale – affinché le grandi imprese ma anche le stesse istituzioni europee ne rispondano e soprattutto continuare a sostenere e rafforzare le molte esperienze di resistenza e innovazione che, nei territori di Europa, Africa e America Latina, dimostrano che modelli economici diversi sono possibili.
In questo contesto, diventa fondamentale anche rafforzare l’indipendenza della ricerca, la trasparenza sui conflitti di interesse e il ruolo delle istituzioni scientifiche pubbliche. Le decisioni politiche che riguardano clima, biodiversità e sistemi alimentari devono basarsi su evidenze scientifiche solide e indipendenti, non su analisi orientate alla difesa di interessi economici di breve periodo.
Per organizzazioni della società civile come la nostra, che lavorano in molti territori colpiti direttamente dagli effetti della crisi climatica e dei modelli estrattivi, questo significa anche sostenere, legalmente, e rendere visibili le esperienze di comunità e reti locali che dimostrano la possibilità di percorsi diversi, fondati sulla tutela della biodiversità, sull’agroecologia e sulla gestione democratica dei beni comuni. Come in Zimbabwe.
Di seguito in allegato la lettera inviata alla Presidente Ursual Von der leyen e le “regole per proteggere la democrazia, le persone e il pianeta”
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