
Oltre 400 giovani a lezione di economia circolare in Lucart, mentre l’impianto Pnrr è pronto a partire

Dalla carta fatta a mano, tradizione secolare del territorio lucchese, ai più innovativi impianti industriali per trasformare scarti in nuove materie prime seconde: nell’impianto Lucart di Borgo a Mozzano (LU) si è concentrata nei giorni scorsi tutta l’evoluzione dell’economia circolare, a disposizione delle classi del territorio – con oltre 400 giovani studentesse e studenti toscani – in modo da capire l’importanza di una buona raccolta differenziata, a partire dalle proprie case. Perché una cartiera come quella Lucart, oggi, è in primo luogo un impianto di riciclo. Non a caso è stata scelta come luogo d’elezione per il tradizionale appuntamento con Riciclo aperto, l’iniziativa promossa ogni anno dal consorzio nazionale Comieco nell’ambito della Paper week, dedicata alla valorizzazione della filiera del riciclo di carta e cartone.

«Riciclo aperto – commenta l’ad di Lucart, Francesco Pasquini – rappresenta per noi un momento di grande valore, perché ci consente di condividere in modo diretto il nostro impegno verso un modello produttivo sostenibile e circolare. Aprire le porte dello stabilimento significa rendere tangibile il percorso che trasforma un rifiuto in nuova materia prima e contribuire a diffondere una maggiore consapevolezza sull’importanza della raccolta differenziata e del riciclo».
Da quattro fratelli di Villa Basilica a 1.800 dipendenti in tutto il mondo: è questa la parabola della Lucart, multinazionale dal sangue toscano – a guidarla è da sempre la famiglia Pasquini – che si occupa di sviluppo sostenibile da quando il concetto neanche esisteva. Agli albori, settant’anni fa, l’esperienza Lucart nasce mettendo a frutto l’idea di realizzare carta dalla paglia anziché dagli alberi, e ancora oggi si muove alla frontiera dell’economia circolare, riuscendo già da anni a dare nuova vita anche a imballaggi complessi come i Tetra Pak per bevande. E uno step ulteriore si sta compiendo proprio in questi giorni, per riciclare poliaccoppiati (ovvero scarti da imballaggio composti da materiali diversi tra loro) ancora più critici.

L’elemento cruciale per questa ulteriore evoluzione è un nuovo impianto co-finanziato da fondi Pnrr all’interno dei cosiddetti “progetti faro” pensati per riciclare materiali finora destinati alla discarica. La portata innovativa di questo passaggio è stata sottolineata lo scorso dicembre dallo stesso ministro al Pnrr, Tommaso Foti, che ha definito quello di Lucart «un fiore all’occhiello».
Potrà lavorare oltre 20mila tonnellate annue di scarti, carta da macero ma soprattutto poliaccoppiati diversi dal Tetra Pak, imballaggi multistrato di carta, plastiche e alluminio, particolarmente difficili da gestire; da questi poliaccoppiati, Lucart estrarrà le fibre di cellulosa per riciclare sotto forma di carta, e al contempo invierà le frazioni plastiche a industrie di settore per essere valorizzate. Saper fare rete è il valore aggiunto di questo progetto Pnrr, che mette in collaborazione Lucart con Revet – il principale hub del riciclo dell’Italia centromeridionale, con sede a Pontedera, da cui arriveranno a Diecimo anche flussi di scarti già selezionati – e GV Macero.
«L’impianto è diviso in tre macro-sezioni – spiega a greenreport Pierluigi Della Monica, Group Paper Mill Engineering Manager di Lucart – Una lavora gli scarti fibrosi e restituisce materia prima seconda per produrre carta, la seconda lava il materiale plastico attaccato alla fibra per avviarlo a riciclo, mentre la terza disidrata tutto quello che è scarto non riciclabile per ridurne i volumi. La prima e la terza sezione sono pronte, una già completamente avviata e l’altra in fase di ottimizzazione; la sezione per la plastica è in fase di completamento, entro fine mese tutto l’impianto sarà avviato».
In questo modo, dopo aver permesso il riciclo di carta, cartone e Tetra Pak, grazie all’investimento Lucart co-finanziato dal Pnrr sarà possibile massimizzare anche il riciclo di scarti finora destinati a smaltimento, come le frazioni fibrose presenti nella raccolta differenziata del multimateriale. Certo, come in ogni processo industriale e come insegna la seconda legge della termodinamica anche in questo caso il “rifiuto zero” in uscita non esiste: ciò che non si può riciclare andrebbe avviato a recupero energetico, secondo la gerarchia europea per una buona gestione degli scarti. Ma in assenza di impianti di prossimità, che si scontrano con le sindromi Nimby (non nel mio giardino) e Nimto (non nel mio mandato elettorale), l’unica alternativa possibile resta sempre la discarica. Massimizzando il riciclo, se ne può però minimizzare l’impiego chiudendo il cerchio dell’economia circolare.






