
Migliaia di imballaggi per bevande dispersi nel milanese, il deposito cauzionale può porre un freno

Contenitori per bevande abbandonati lungo strade e aree verdi continuano a essere una delle principali fonti di littering in Italia. In occasione della Giornata della Terra 2026, la campagna “A Buon Rendere” pubblica i risultati dell’ultima indagine annuale di Brand Audit, che collega la presenza dei rifiuti dispersi ai grandi marchi del comparto beverage e chiede di intervenire in modo strutturale: introdurre un sistema di deposito cauzionale (DRS) per gli imballaggi.
Il punto di partenza è il lavoro di monitoraggio svolto nel 2025 da Helena Boers, che ha recuperato e analizzato 19.803 contenitori per bevande abbandonati, destinandoli al riciclo. Il monitoraggio – condotto in diversi Comuni del milanese, tra cui Grezzago, Trezzo sull’Adda e Pozzo d’Adda – si basa sulla webapp ABR Radar, dove i dati vengono caricati per tipologia, materiale, marca e tipo di bevanda. Un’operazione che, secondo la campagna, ha permesso di evitare l’emissione di 3,02 tonnellate di CO₂ grazie al reindirizzo dei materiali verso il riciclo.
Dai dati emerge una composizione netta dei rifiuti: nel milanese prevale la plastica (41%), seguita dall’alluminio delle lattine (29%), dal vetro (26%) e dai cartoni per bevande (4%). Guardando alle categorie di prodotto, birra e acqua in bottiglia pesano quasi allo stesso livello sul fenomeno del littering, rispettivamente con il 35% e il 33%, mentre le bibite analcoliche rappresentano il 26% e vino/alcolici il 6%.
Il cuore dell’analisi è però l’identificazione dei marchi: sui 11.629 contenitori per i quali è stato possibile risalire alla marca, le dieci marche più presenti costituiscono il 65% del totale dei contenitori dispersi. La classifica vede Moretti al primo posto, seguita da San Benedetto e Red Bull; nella top ten nazionale del littering italiano, la campagna indica San Benedetto per le acque minerali, Moretti/Heineken per la birra e Coca-Cola e Red Bull per le bevande analcoliche. Se si osservano i gruppi industriali con più marchi in portafoglio, al primo posto si colloca Heineken (che include anche Moretti e Ichnusa), seguito da San Benedetto, Coca-Cola e Ab InBev.
Per “A Buon Rendere”, questi risultati richiamano un principio cardine delle politiche ambientali europee: chi inquina paga. E se ai marchi corrisponde una quota di mercato elevata, dovrebbe corrispondere anche una responsabilità maggiore nel sostenere strumenti che agiscano a monte del problema, non solo sulla sua raccolta a valle. La campagna ricorda infatti che ogni anno oltre 8 miliardi di contenitori sfuggirebbero al riciclo, in un Paese con una dipendenza dall’importazione di materie prime più che doppia rispetto alla media europea e con l’industria del riciclo della plastica in crisi.
La soluzione indicata è il deposito cauzionale: nei 19 Paesi Ue dove il sistema è attivo, l’abbandono dei contenitori per bevande è “crollato drasticamente”, con tassi di raccolta oltre il 90% e punte del 98% in Germania e Finlandia. Il funzionamento del Drs è semplice: per ogni contenitore acquistato, il consumatore paga una piccola cauzione che viene restituita al momento della restituzione del “vuoto”.
Enzo Favoino, coordinatore scientifico della campagna, osserva che «le evidenze raccolte hanno spinto i produttori di bevande di praticamente tutti i paesi europei a sostenere politiche di EPR più efficaci, come i sistemi di deposito cauzionale (DRS)» e sottolinea che «l’Italia purtroppo non figura ancora tra questi», auspicando «un celere iter parlamentare per le tre proposte di legge per un deposito cauzionale in Italia assegnate alla Commissione ambiente della Camera».
Sul fronte della pressione ai produttori, Silvia Ricci, del coordinamento “A Buon Rendere”, mette in evidenza che «i produttori di bevande non stanno ancora supportando pubblicamente un deposito cauzionale», mentre in alcuni casi «tendono a minimizzare la propria responsabilità, enfatizzando quella dei singoli consumatori “incivili», anche perché «un sistema cauzionale riduce al contempo l’entità della plastic tax che paghiamo ogni anno all’Unione Europea per gli imballaggi in plastica che non ricicliamo».
Tutto questo, in un contesto che vede comunque la necessità di migliorare le performance italiane sull’economia circolare non solo in tema di imballaggi – che nel loro complesso, dunque non solo quelli per bevande, cubano appena l’8% di tutti i rifiuti generati annualmente nel Paese –, seguendo tutti gli step indicati dalla gerarchia europea per la buona gestione dei rifiuti: prevenzione, riuso, riciclo, recupero energetico, smaltimento in discarica.





