
In Italia i sussidi ambientalmente dannosi valgono oltre 22 miliardi di euro, secondo il Governo Meloni

Il ministero dell’Ambiente (Mase) ha pubblicato l’VIII edizione del Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli, con la relativa Relazione che è stata trasmessa alle Camere e al Cite nei giorni scorsi. Ne emerge un quadro dove i sussidi ambientalmente dannosi (Sad) sono in calo a 22,38 miliardi di euro l’anno – di cui 20,6 mld legati ai sussidi alle fonti fossili (Ffs) –, arrivando quasi alla quota dei sussidi incerti (Sai, 22 mld di euro), mentre i sussidi ambientalmente favorevoli (Saf) decollano a quota 82,5 mld di euro a fronte dei 23,7 mld stimati appena nel 2020.
Tra gli interventi normativi che spiegano la riduzione dei Sad, spiega la capo dipartimento del Mase per lo Sviluppo sostenibile, Laura D’Aprile, spiccano «il riallineamento delle accise benzina-gasolio (d.lgs. 43/2025), col il sussidio EN.SI.24 che scende da 3.130,2 a 2.528,8 mln € (-19,2%, circa -601 mln), superando un’asimmetria storica del sistema fiscale energetico. L’eliminazione dell’Iva agevolata per discarica e incenerimento senza recupero energetico (IVA.17, ex L. 207/2024): la voce, che valeva 140,8 mln € nel 2024, è stata soppressa. La rimodulazione del trattamento fiscale dei veicoli aziendali (L. 207/2024), oggi articolata per componenti in base alla qualificazione ambientale. Sul fronte Saf – dettaglia D’Aprile –, spicca il +84,4% del Bonus condomini (da 8.298,9 a 15.303,0 mln €) e il +200% dei crediti d’imposta Transizione 5.0. Tra le principali novità Saf introdotte nel 2026 si segnalano la riduzione dell’aliquota di accisa per biodiesel e Hvo ambientalmente sostenibili e le misure di rinnovo del parco veicolare, acquisto di grandi elettrodomestici, certificazioni ambientali e sostegno agli investimenti agricoli».
Come si evince dunque da quest’accurata ricostruzione, il calo dei Sad è stato pari ad appena 1,3 mld di euro, mentre la crescita dei Saf si collega all’inserimento in catalogo di un ventaglio di sussidi sempre più ampio, i cui effetti positivi in termini di sviluppo sostenibile restano ancora tutti da valutare; ad esempio, Transizione 5.0 oltre all'autoproduzione di energia rinnovabile incentiva anche l'acquisto di assai generici "beni materiali e immateriali strumentali nuovi funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale delle imprese"; il Bonus condomini - ovvero la detrazione nella misura del 70% o del 75%, per interventi di riqualificazione energetica sulle parti comuni condominiali - d'altro canto è stato introdotto nel 2016 e cessato nel 2025.
Vale la pena osservare che, mentre il Mase documenta Saf in crescita e Sad in calo, nel 2025 nel Paese reale è rallentata la crescita delle fonti rinnovabili a favore delle fossili nella produzione elettrica, l’Ispra prevede (in attesa dei dati definitivi) un aumento nelle emissioni di gas serra, e il tasso di circolarità dell’economia nazionale (ultimo dato 2024) è fermo al 21,6% con tanti primati quante ombre.
In ogni caso occorre sottolineare, come del resto fa lo stesso Mase, che l’attuale Catalogo rappresenta un’analisi che «non è da ritenersi esaustiva in quanto restano aree ancora da esplorare, identificare e valutare». Del resto non essendoci una definizione condivisa a livello internazionale su questi sussidi, le stime sono molto aleatorie; se ad esempio il Governo parla di 24,3 mld di euro di Sad per il 2022, per lo stesso anno il Fondo monetario internazionale (Fmi) stima 63 miliardi di dollari, e Legambiente arriva a 94,8 mld di euro. Sempre per il Cigno verde nel 2024 il dato scende a 48,3 mld di euro: una discesa che si spiega guardando ai decreti del Governo Draghi per affrontare l’emergenza bollette, causata prima dalle speculazioni sul gas e dai colli di bottiglia creatisi nella ripresa post-Covid, e aggravati dopo dall’invasione russa dell’Ucraina. Già a fine 2024 il Cigno verde aveva indicato un elenco di Sad eliminabili in pochi anni (nell'aggiornamento 2026 su dati 2024 si parla di almeno 23.065,2 milioni di euro di sussidi eliminabili entro il 2030, e 25.211,7 milioni di euro rimodulabili), mentre il Governo Meloni ha agito solo sulle centinaia di milioni di euro ricapitolate sopra.
In questo cotesto fumoso è comunque indispensabile sottolineare che eliminare i sussidi ambientalmente dannosi non è un’operazione indolore sotto il profilo sociale – in quanto in molti casi i prezzi dei carburanti aumenterebbero, ricadendo sui cittadini –, rendendola di fatto insostenibile senza un impiego socialmente equo del gettito e una rimodulazione complessiva del carico fiscale sulla cittadinanza.
Gran parte della cosiddetta fiscalità verde tende infatti, senza interventi correttivi, ad essere regressiva ovvero a colpire maggiormente le fasce più deboli della società. Al contempo, è noto che anche il sistema fiscale italiano (indipendentemente dalle misure per la transizione ecologica) è regressivo, in netto contrasto con quanto stabilito dell’art. 53 della Costituzione, favorendo di fatto i più ricchi con aliquote inferiori rispetto ai meno benestanti. L’unica risposta sensata alla cancellazione dei Sad sta dunque nella facoltà dello Stato impiegare il gettito aggiuntivo per compensare le famiglie più vulnerabili, direttamente o investendo in servizi pubblici, mettendo al contempo in campo una più profonda riforma fiscale in senso progressivo, in modo che siano i più ricchi – i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra – a pagare i costi della crisi climatica. Se ad esempio fosse applicata in Italia una patrimoniale anche solo all’1% più ricco – cioè a chi possiede almeno 1,7 milioni di euro di patrimonio – si otterrebbe un gettito addizionale di circa 30 miliardi di euro, per finanziare il green deal e migliorare la coesione sociale.





