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Lo spettro di una nuova guerra mondiale agita l’Europa, distraendo dalla vera crisi: quella climatica

La differenza fra i due pericoli è che per l’immaginaria invasione russa la Commissione europea ha deciso spendere in armi 800 miliardi di euro, mentre per il pericolo molto più reale del cambiamento climatico nulla. Ma la scelta guerrafondaia è sostenuta da una campagna d’informazione massiccia
 |  Green economy

Da tempo si diffonde in Europa un preoccupante clima bellicista e allarmista, fuorviante e pericoloso. Non sono i messaggi social di qualche esaltato, ma disposizioni della Commissione europea, cioè chi comanda il Vecchio continente. Le ultime pensate sono un vero salto di qualità: si ritiene che per imporre la pace a Putin bisogna inviare truppe in Ucraina e si invitano le popolazioni a dotarsi di scorte d’acqua e di cibo per affrontare un eventuale emergenza dovuta ad un’aggressione militare, ovviamente da parte della Russia.

La sensazione è che si alzi il livello dell’allarme perché la proposta di riarmarsi contro un’eventuale aggressione russa e i relativi 800 miliardi di euro per finanziarla hanno lasciato l’opinione pubblica un poco indifferente, se non contraria. Per convincerla il copione è quello di sempre: drammatizzazione della situazione, demonizzazione del nemico, Putin è il nuovo Hitler, l’Europa non è armata a sufficienza per respingere l’invasore.

Proviamo a ragionare sulle sfide che ci attendono e stabilire delle priorità. Sappiamo che sono due: il cambiamento climatico e una possibile guerra mondiale, perché è proprio questo quello che avverrebbe in caso di invasione russa dell’Europa. A quale delle due dare la priorità?

La prima è una realtà, non richiede spiegazioni, da tempo distrugge interi territori, li sommerge li desertifica, semina morte; la seconda è fortunatamente non più di un’ipotesi, anzi il pericolo di una invasione russa è poco credibile. Quella del cosacco alle porte, è un gioco molto pericoloso che l’Europa rischia di non riuscire a governare proprio per la furia bellicista che si è deciso di diffondere nelle società europee.

La differenza fra i due pericoli è che per l’immaginaria invasione russa la Commissione europea ha deciso spendere in armi 800 miliardi di euro, mentre per il pericolo molto più reale del cambiamento climatico nulla, se non parole. Ha un senso? No, non ce l’ha.

Questa più o meno è la realtà con cui fare i conti, sapendo che attualmente i rapporti di forza sono favorevoli a chi sostiene il riarmo generalizzato dell’Europa. La scelta guerrafondaia è sostenuta da una campagna di informazione massiccia che coinvolge la stragrande maggioranza di giornali e televisioni Italiane come Europee. La transizione ecologica è invece costantemente sottovalutata, non è che non se ne parli ma lo si fa tentando di celare il collegamento fra l’ondata di calore e il cambiamento climatico. Questo dell’informazione è il principale scoglio contro cui sbatte la lotta al riarmo. Sarebbe largamente auspicabile una campagna di contro-informazione e sensibilizzazione per far comprendere che il riarmo porta alla guerra, mentre la transizione ecologica promuove una nuova società più giusta più pacifica e più sostenibile.

Questo schema di ragionamento è condiviso da un largo schieramento di forze sociali, dall’associazioni ambientaliste, alla rete del volontariato, dalle variegate organizzazioni cattoliche ai sindacati, ma si stenta a tradurlo in un progetto politico e di lotta. Al contrario questo comune sentire si divide in innumerevoli rivoli che fanno di tutto per non unirsi per cui la sua influenza sul quadro politico italiano ed europeo è pressoché irrilevante. La debolezza non è solo italiana ma è diffusa in tutta Europa. In Francia non ha voce in capitolo sulle prossime elezioni presidenziali, così è anche per quanto riguarda la Germania, insomma siamo troppo deboli per provocare una crisi della maggioranza che consente a Ursula von der Leyen e alla sua Commissione di governare e sostenere il riarmo.

Le grandi manifestazioni pro Palestina avevano aperto una opportunità che non è stata colta dalle forze di sinistra e progressiste, lasciando colpevolmente rifluire queste grandi mobilitazioni. L’obiettivo per cui mobilitarsi è chiaro: spostare le risorse dal riarmo alla transizione ecologica. C’è però un problema di tempi: da settembre si aprirà un dibattito fra le forze politiche di sinistra e progressiste sul programma con cui sfidare le destre. Sarebbe grave non riuscire a essere parte di questa discussione e non riuscire a incidere sulle scelte programmatiche che verranno fatte.

Per essere incisivi vanno individuate delle priorità che concretamente facciano comprendere dove si vuole portare il paese. Ne suggerisco due: la costruzione di un nuovo modello energetico 100% rinnovabile e poco bisognoso di energia e un piano di adattamento al nuovo clima in cui le popolazioni europee sono costrette a vivere. Sul primo sappiamo che sarà necessario respingere la narrazione che le destre fanno sul ritorno al nucleare, e bloccare la gran parte del piano Mattei del Governo che rilancia le energie fossili. Soprattutto, va diffusa nella popolazione la convinzione che è praticabile un modello energetico 100% rinnovabile, nel quadro di un progetto che punti a eleminare sprechi e consumi irragionevoli.

Massimo Serafini

È laureato in Scienze politiche. Collaboratore dal 1963 al 1967 dell'Ufficio studi economici della Cgil di Bologna. Fin dalla rivista del 1969 ha militato nel Manifesto, poi nel Pdup. Partecipò alla decisione del direttivo nazionale di cui era parte di fondare il quotidiano "il manifesto", del quale è tuttora collaboratore. Deputato al Parlamento nelle file del PCI dal 1983 al 1992. È tra i presentatori delle principali proposte di legge sui temi ambientali, in particolare della lunga discussione che portò all’approvazione delle leggi 183 sulla difesa del suolo, quella dell’eliminazione del piombo nella benzina e del fosforo nei detersivi. È stato inoltre uno dei protagonisti della discussione parlamentare sulle scelte energetiche del Paese, dibattito sviluppato prima e all'indomani dell'incidente di Chernobyl che lo vide fra i promotori del primo referendum antinucleare del 1987. Dal 1992 collabora con Legambiente, di cui è stato membro della Segreteria nazionale dal 1994 al 2008. In questa veste ha diretto i settori "Formazione e Lavoro" e "Problemi del Territorio", promuovendo nel ‘94 il patto di consultazione permanente fra l’associazione ambientalista e il principale sindacato italiano (CGIL), che promosse una serie di piani del lavoro ai quali parteciparono e contribuirono anche la CISL e la UIL. È stato direttore, dal 2005 al 2006, del mensile aprile, oltre a collaborare col settimanale Left, col mensile Nuova Ecologia e con greenreport.it.