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Il nuovo libro di Luigi Idili per La Traccia Buona edizioni

L’Agenda 3000 per una transizione ecologica, giusta e pacifica

Dobbiamo abbandonare l’idea rassicurante che la transizione ecologica, per funzionare, possa fermarsi alla sola sostituzione tecnologica. Servono soluzioni collettive e nuovi modelli culturali basati sul principio di sufficienza
 |  Green economy

Che senso ha chiamare in causa un orizzonte al prossimo millennio, mentre gli obiettivi dell’Agenda 2030 sono ancora lontani dall’essere raggiunti, nonostante una scadenza ormai alle porte? È proprio in questa apparente sproporzione che si trova la chiave di Agenda 3000. Manuale di teoria e pratica verso una transizione ecologica, giusta e pacifica, appena pubblicato per i tipi de La Traccia Buona edizioni e firmato da Luigi Idili.

Dirigente del settore Programmazione e finanza locale della Regione Toscana, dove si occupa di sviluppo sostenibile e politiche della montagna, Idili è stato presidente di Mani Tese e ha contribuito alla nascita di Banca Etica. Esperienze diverse che nel libro confluiscono nel tentativo di tenere insieme conoscenza scientifica, politiche pubbliche, economia, partecipazione e giustizia internazionale.

L’anno 3000 del titolo non è una previsione e neppure una scadenza. Serve ad allungare lo sguardo oltre la congiuntura economica, i mercati finanziari e i cicli elettorali, per valutare le decisioni presenti alla luce delle loro conseguenze sulle generazioni future. Non occorrono mille anni per ottenere risultati: occorre semmai iniziare adesso a progettare politiche capaci di durare. È una forma aggiornata di pensiero utopico, sostenuta però dai dati e dai modelli elaborati dalla ricerca scientifica.

La premessa del libro parte dal «binomio inscindibile» tra l’umanità e il pianeta. Non esistono da una parte la società e dall’altra l’ambiente: esiste un unico sistema in coevoluzione, nel quale le attività umane modificano clima ed ecosistemi e questi cambiamenti restringono, a loro volta, lo spazio disponibile per lo sviluppo umano.

Da qui deriva uno degli argomenti più efficaci a supporto della transizione ecologica, che non è un’opzione che possiamo accettare o rifiutare; è certo che una transizione avverrà, qualunque siano le scelte o l’assenza di scelte. Come collettività possiamo governarla, cercando di ricondurre le attività umane entro i limiti planetari, oppure subirla attraverso nuovi equilibri climatici, sociali ed economici sempre più instabili.

La crisi ecologica viene così ricollocata all’interno di una più vasta crisi di civilizzazione, composta da tre dimensioni che si alimentano reciprocamente: il superamento dei limiti planetari, le disuguaglianze e la crisi della convivenza pacifica. La risposta proposta da Idili segue la stessa struttura: sviluppo sostenibile, sviluppo umano e sicurezza umana devono confluire in una transizione ecologica, giusta e pacifica.

È un’impostazione ambiziosa, che ha il merito di sottrarre la transizione all’idea rassicurante di una semplice sostituzione tecnologica. Non basta cambiare le automobili, le centrali elettriche o gli impianti industriali se restano immutati i rapporti di potere, la distribuzione della ricchezza, i modelli di consumo e un sistema internazionale fondato sulla competizione per risorse e mercati.

Tra gli ostacoli individuati dal libro hanno particolare importanza, non a caso, i limiti culturali. Lo sviluppo economico e le pressioni esercitate sulla natura sono avanzati più rapidamente della capacità culturale di riconoscerne le conseguenze. Continuiamo a comportarci come se vivessimo in un mondo vuoto, nel quale sembra sempre possibile estrarre nuove risorse e trasferire altrove rifiuti ed emissioni, mentre abitiamo ormai un pianeta pieno di persone, infrastrutture e scarti.

A questo ritardo si aggiungono la perdita di una visione di lungo periodo e la scarsa diffusione del pensiero sistemico. Il risultato è una cultura che percepisce le politiche ambientali soprattutto come un insieme di vincoli e sacrifici, anziché come strumenti per proteggere le condizioni materiali da cui dipendono benessere e libertà.

Interessante è il recupero del principio di sufficienza, inteso come capacità di interrogarsi sulla natura dei bisogni e di ridurre la domanda di beni, energia e materie prime. L’efficienza tecnologica rimane necessaria, ma da sola non può compensare indefinitamente l’espansione dei consumi. La sufficienza assume inoltre una funzione sociale: contenere la domanda può contribuire a mantenere accessibili energia e cibo, riducendo la vulnerabilità delle fasce economicamente più fragili.

Il pericolo è quello di una «transizione superficiale», affidata prevalentemente alla tecnologia e alla finanza. Impianti rinnovabili realizzati senza coinvolgere le comunità, corsa competitiva ai minerali critici, coltivazioni bioenergetiche che sottraggono spazio alle foreste o alla produzione alimentare, aree protette istituite espellendo popolazioni indigene e interventi di adattamento climatico che ignorano le vulnerabilità sociali mostrano come anche una politica presentata come sostenibile possa produrre ingiustizie.

Come si osserva nel libro, «la mancata transizione equivale ad una transizione iniqua», perché il riscaldamento globale e la perdita degli ecosistemi colpiscono soprattutto chi dispone di minori risorse economiche e possibilità di adattamento. Ma anche politiche climatiche mal progettate possono aumentare disuguaglianze e conflitti, alimentando opposizioni che finiscono per bloccare il cambiamento.

Per questo «la transizione giusta non è un correttivo della transizione ecologica, ma una sua condizione di possibilità». Deve distribuire equamente costi e benefici, garantire accesso a energia, acqua, cibo e infrastrutture, proteggere lavoratori e territori coinvolti nell’uscita dalle attività più inquinanti e assicurare una partecipazione effettiva alle decisioni. Non basta compensare i danni alla fine del processo: inclusione e dialogo devono iniziare prima della progettazione degli interventi.

In questo contesto, pace e cooperazione non sono presentate come un auspicio morale collocato accanto alle politiche ambientali, ma come un’infrastruttura indispensabile alla loro riuscita. Un sistema internazionale dominato dalla corsa agli armamenti, dall’accaparramento delle risorse e dalla contrapposizione geopolitica rende più difficile condividere tecnologie, finanziare l’adattamento nei Paesi più vulnerabili e governare beni comuni come oceani, atmosfera e biodiversità.

La transizione pacifica assume dunque sia il significato di assenza della guerra sia quello di costruzione di una “pace positiva” introdotta nel dibattito accademico da Johan Galtung, fondata sulla sicurezza umana, sui diritti e sulla cooperazione multilaterale. È probabilmente il passaggio più difficile da tradurre in un programma politico, ma anche quello che distingue maggiormente l’Agenda 3000 da molte proposte di transizione concentrate soltanto sulla decarbonizzazione.

Dopo essersi mosso sulla scala planetaria, il libro si chiude infine sulla domanda più immediata: «Cosa posso fare io?». La risposta non cade nella retorica secondo cui la salvezza del pianeta dipenderebbe dalla somma di consumatori individualmente virtuosi. Alimentazione, mobilità, energia, risparmio e acquisti contano, ma acquistano forza quando entrano in relazione con comunità energetiche, finanza etica, gruppi di acquisto, reti civiche, associazioni, istituzioni e movimenti di cittadinanza globale.

«La risposta sul piano delle azioni richiede un allenamento nella promozione di soluzioni collettive, piuttosto che limitarsi a scelte individuali», scrive Idili. Anche un orto urbano, un progetto di cura del verde pubblico o lo spostamento dei risparmi verso una banca etica possono diventare laboratori di trasformazione, purché siano collegati a politiche capaci di rimuovere gli ostacoli economici e culturali che impediscono a molti di compiere le stesse scelte.

In questo senso, Agenda 3000 funziona dunque più come una bussola che come una dettagliata tabella di marcia. La vastità dell’impianto lascia inevitabilmente aperta la questione decisiva di come modificare concretamente rapporti di potere e istituzioni che traggono vantaggio dall’assetto esistente. Ma il libro offre un criterio utile per giudicare ogni politica di transizione: chiedersi se riduca insieme la pressione sugli ecosistemi, le disuguaglianze e le condizioni che alimentano i conflitti. Non è poco.

matrice idili

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.