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Mentre l’Europa brucia, le compagnie petrolifere europee raddoppiano gli utili

Froggatt (Transport&Environment): «L'Ue deve tassare gli extraprofitti e utilizzare i fondi per rendere le auto elettriche accessibili a tutti. Questa deve essere l'ultima crisi petrolifera»
 |  Green economy

L’estate 2026 sta presentando all’Europa due conti di segno opposto. Da una parte, dall’inizio dell’anno il sistema europeo d’informazione sugli incendi boschivi di Copernicus (Effis) ha rilevato 1.620 incendi, che hanno percorso 554.788 ettari e prodotto emissioni stimate in 21,65 milioni di tonnellate di CO₂. Dall’altra, otto grandi compagnie petrolifere europee – tra cui l’italiana Eni – hanno accumulato nel primo semestre circa 7,5 miliardi di euro di extraprofitti attribuibili al mercato dell’Ue.

A calcolarli è una nuova analisi dell’associazione ambientalista Transport&Environment (T&E), secondo la quale sei delle otto compagnie esaminate – BP, Shell, Eni, Orlen, Repsol e Omv – hanno più che raddoppiato nel secondo trimestre gli utili realizzati nell’Ue rispetto allo stesso periodo del 2025, cavalcando la volatilità dei mercati petroliferi legata al conflitto in Medio Oriente (anche TotalEnergies e Moeve hanno comunque registrato extraprofitti consistenti).

T&E adotta una definizione volutamente circoscritta e verificabile di extraprofitti: la differenza tra l’utile rettificato dopo le imposte registrato nei trimestri di guerra del 2026 e quello ottenuto dalle stesse aziende negli analoghi trimestri del 2025. Il confronto tra periodi omogenei serve a escludere la stagionalità della domanda e a isolare l’incremento maturato durante la crisi.

Poiché le compagnie petrolifere possono trasferire contabilmente gli utili tra diverse giurisdizioni, l’analisi non considera il luogo in cui questi vengono formalmente registrati. Utilizza invece i dati sui ricavi Paese per Paese per attribuire all’Ue una quota dei profitti globali dei gruppi. Con questa metodologia, gli extraprofitti mondiali delle otto compagnie raggiungono circa 17,9 miliardi di euro nel primo semestre, dei quali il 42% è riconducibile ai ricavi prodotti nell’Ue. Gli importi più elevati sono attribuiti alla Polonia, seguita da Spagna, Germania e Francia.

La distribuzione di questi guadagni appare ancora più stridente davanti ai costi della crisi climatica. Secondo uno studio di Triodos Bank, il caldo estremo costa all’Europa circa 180 miliardi di euro, oltre l’1% del Pil. L’Italia è tra i Paesi più colpiti dopo la Francia, con danni stimati attorno ai 22 miliardi di euro: praticamente l’ordine di grandezza di una legge di Bilancio.

«I giganti del petrolio stanno abbandonando l’energia verde mentre gli automobilisti pagano il conto dei loro profitti record – dichiara Antony Froggatt, senior director di T&E – Mentre l’Europa brucia, questo è ingiusto. L’Ue deve tassare gli extraprofitti e utilizzare i fondi per rendere le auto elettriche accessibili a tutti. Questa deve essere l’ultima crisi petrolifera».

L’organizzazione propone dunque una tassa permanente sugli extraprofitti petroliferi, destinando il gettito a ridurre l’esposizione degli automobilisti alla volatilità dei combustibili fossili. Se progettato correttamente, il prelievo potrebbe intercettare i guadagni derivanti dai ricavi maturati nel mercato europeo, indipendentemente dal Paese in cui le compagnie registrano contabilmente i profitti.

La redistribuzione del gettito per aiutare le famiglie a completare la transizione verso la mobilità elettrica sarebbe, al contempo, una leva utile per ridurre l’esposizione agli shock petroliferi: una precedente analisi di T&E stima infatti che il conflitto con l’Iran stia colpendo gli automobilisti alla guida di auto a benzina cinque volte più di quelli che utilizzano veicoli elettrici.

Vale la pena notare che l’87% degli italiani è già oggi favorevole a nuove imposte sulle aziende del petrolio, del gas e del carbone per contribuire a ripagare i danni causati dalla crisi climatica. Del resto lo stesso segretario generale Antonio Guterres parla degli extraprofitti petroliferi in questo modo: «Sono guadagni inaspettati nati dal dolore, dall’instabilità, dalle difficoltà e dalla dipendenza. Esorto i governi a tassarli».

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.