
Il Delta del Niger affogato nel petrolio

A giugno 2008 per 72 giorni e a dicembre per altri 77 un oleodotto della Shell riversò 3.900 barili di greggio al giorno nel Delta del Niger. Uno dei peggiori disastri ambientali di tutti i tempi che ha reso quell’area una delle più inquinate al mondo. Un’area dove vivono 40 milioni di persone che come ha documentato Amnesty International “sono costrette a bere, cucinare e lavarsi con acqua inquinata. Mangiano pesce contaminato dal petrolio e altri prodotti pericolosi. La terra che coltivano è inquinata in modo irrimediabile. Ogni anno, in seguito a centinaia di fughe di petrolio e alle torce di gas, la popolazione respira aria inquinata. La popolazione soffre di problemi respiratori e di lesioni cutanee”.
Lo scorso novembre Irpi Media (un’associazione di giornalisti e attivisti) ha pubblicato un’inchiesta che ripercorre la storia del disastro ma che comprende anche l’aggiornamento sul ritardo con cui la bonifica promessa va avanti.
Già nel 2010 Shell, ritenuta responsabile del disastro, aveva offerto un rimborso ritenuto irrisorio agli abitanti di uno dei villaggi più colpiti. Ma gli stessi abitanti, aiutati dalle organizzazioni non governative, l’anno successivo portano la Shell in tribunale a Londra e ottengono una compensazione pari a 75 milioni di euro. Cifre molto lontane dalle reali necessità tanto che la Shell sarà tenuta in seguito a finanziare la bonifica dell’area inquinata con una cifra di un miliardo di dollari.
Come ricordano i curatori dell’indagine anche questa è una cifra largamente sottostimata, basti pensare che per il disastro Deepwater Horizon nel Golfo del Messico nel 2010 la società petrolifera BP sborsò 30 miliardi di dollari. La gestione della bonifica è ora affidata a un’altra società, Hyrep, che dichiara di aver quasi completato il ripristino dell’ambiente vegetativo, le mangrovie, ma che niente è stato fatto per quanto riguarda la bonifica delle falde idriche.
A Verona, al Museo Africano, è in corso - fino al 31 marzo - una mostra fotografica dedicata alla zona nel sud-est nigeriano, simbolo dei danni ambientali dell’industria petrolifera.




