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Guerra ecologica alle porte di casa: il relitto della Arctic Metagaz alla deriva nel Canale di Sicilia

La nave gasiera russa attaccata con droni navali è stata divorata dalle fiamme, ma non è affondata. Il relitto minaccia adesso la sicurezza della navigazione e quella ambientale
 |  Inquinamenti e disinquinamenti
Foto dal profilo X di OSINTdefender

Ne avevamo scritto da queste colonne pochi giorni fa, biasimando l’arrivo della guerra guerreggiata nel nostro Mediterraneo, a poche miglia a Sud di Capo Passero – estremità Sudorientale della Sicilia, collocato di fronte al Canale di Malta – quando durante la notte tra il 4 e 5 marzo si è abbattuta sulla nave metaniera russa "Arctic Metagaz" (sorella del rigassificatore “Italis”, posizionato nel porto di Piombino) un attacco da parte di droni navali lanciati dal mare – per i quali il principale sospettato è l’Ucraina – tra Malta e la Sicilia. Tale attacco ha provocato un grave sinistro marittimo, con un elevato potenziale di rischio per l’ambiente marino.

L’eco della guerra in Medio Oriente si riverbera fino a noi. La gasiera russa o, meglio, ciò che ne rimane, non è andata affondata; l’incendio, dopo aver consumato tutto il materiale organico presente nelle cisterne del carico, aggredibile e combustibile, l’ha lasciata flottante, naturalmente senza equipaggio. I trenta marittimi sono stati fortunosamente tratti tutti in salvo da una petroliera battente bandiera omanita di passaggio.

A noi Paesi mediterranei rimane un muto testimone: il relitto flottante, spinto dai venti e dalle correnti marine, che in questo momento si trova tra Malta e Lampedusa.  Un problema serio, per le catastrofiche potenziali conseguenze ambientali contenute nel relitto stesso.

Procediamo con ordine e cerchiamo di analizzare gli aspetti legati a questo relitto, una struttura in acciaio di circa 280 metri che se ne va a spasso nel Mediterraneo centrale in un’area di convergenza di importati flussi di traffico marittimo – dopo gli Stretti della Manica, Gibilterra, Malacca, viene in ordine d’intensità di transiti navali il Canale di Sicilia, di cui bisogna tener conto.

Lo Stato di Bandiera (la Russia), il proprietario, l’armatore o la società d’armamento, per quanto ci è dato sapere, non hanno avanzato finora alcun interesse nel recupero del relitto. L’equipaggio, incluso il comandante, non è presente a bordo e pertanto, giuridicamente, il relitto può essere considerato res nullius, significando che il primo che sale a bordo può reclamarne la proprietà; naturalmente, nessuno vuole diventarne proprietario perché il recupero stesso costerebbe molto di più del possibile ricavato del relitto.

In primis, va segnalato che un relitto di quelle dimensioni, privo di qualsiasi governo, costituisce un serio rischio per la sicurezza della navigazione marittima e non può essere lasciato in balia dei venti e delle correnti marine; in secondo luogo vanno considerati i rischi per gli ecosistemi marini, in quanto anche supponendo che il carico presente (gas naturale liquefatto) sia stato consumato dall’incendio, resta ancora presente a bordo il combustibile (quantità e tipologia non conosciuta) della nave stessa e gli oli lubrificanti, che costituiscono di per sé un elevatissimo rischio ambientale.

Dal punto di vista dell’intervento di recupero del relitto, va subito evidenziato che ci troviamo di fronte a un caso più unico che raro; non c’è una competenza riferibile ad un singolo Stato o ad una singola Autorità marittima. Gli aspetti di responsabilità SAR (Search and Rescue), ricadenti nell’area maltese, sono venuti meno col positivo soccorso prestato a tutti i membri dell’equipaggio. Restano in campo gli aspetti richiamati sopra: sicurezza della navigazione e sicurezza ambientale.

La sicurezza della navigazione su scala mondiale, come noto, afferisce all’IMO (International Maritime Organization) e per la sicurezza ambientale potremmo chiamare in causa due distinte autorità: l’EMSA (European Maritime Safety Agency) con sede a Lisbona e, ad abundantiam, il REMPEC (Centro Regionale di Risposta d'Emergenza per l'Inquinamento Marino per il Mar Mediterraneo) con sede a Valletta (Malta).

Questi Enti internazionali, a nostro avviso, dovrebbero costituire un immediato tavolo tecnico-programmatico per valutare le azioni di recupero, individuando nel contempo il Port Refuge dove ricoverare in sicurezza il relitto della gasiera in parola.

In altre occasioni, sempre da queste colonne, abbiamo invocato (invano!) l’intervento degli enti internazionali per contenere o limitate potenziali rischi per l’ambiente marino e, segnatamente, in occasione dell’incendio di navi petroliere colpite dagli Houti nel Mar Rosso. La situazione odierna, tuttavia non è lontana: quello che stiamo raccontando sta avvenendo, mentre scriviamo, dietro la porta di casa, nel nostro mare, e i potenziali pericoli ambientali ci riguardano molto da vicino.

Aurelio Caligiore, Ammiraglio Ispettore del Corpo della Guardia Costiera

Da oltre quarant’anni Ufficiale della Marina Militare del Corpo della Guardia Costiera, l’Ammiraglio Ispettore Aurelio Caligiore è da sempre impegnato in attività legate alla tutela dell’ambiente. Nell’ultimo decennio è stato Capo del Reparto ambientale marino delle Capitanerie di Porto (RAM) presso il ministero dell’Ambiente. Attualmente è Commissario presso la Commissione Pnrr-Pniec del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase).