
Avvelenati dal cobalto

Una miniera è grande come 500 campi di calcio e ogni giorno vi si estraggono rame e cobalto: dal Congo arriva il 70% delle riserve mondiali di metalli essenziali per le batterie, 200.000 tonnellate di cobalto solo nel 2024. A estrarlo è un’azienda cinese, la CMOC.
L’aumento della richiesta ha indotto l’azienda a espandere l’attività anche in altre aree del Paese e questo ha aumentato le preoccupazioni, che da più parti si registrano, sugli effetti che queste attività hanno sulla salute delle popolazioni locali. Una ONG americana, l’Environmental Investigation Agency (EIA) ha condotto uno studio durato tre anni nella provincia di Lualaba a Fungurume, nota anche come la “città mineraria”, evidenziando un aumento delle patologie respiratorie tra le popolazioni che vivono nei pressi degli impianti minerari. Una precedente indagine del The Guardian nel 2021 aveva riportato le denunce dei minatori rispetto a condizioni schiavistiche.
Sotto accusa la presenza nell’aria di diossido di zolfo (SO₂), gas rilasciato nei processi di lavorazione del minerale. Gli effetti sono particolarmente gravi per i bambini ma casi di difficoltà respiratorie e malattie si sono registrati anche negli adulti anche in popolazioni che vivono fino a 500 metri dalle miniere. «La frequenza dei casi è aumentata molto», racconta un medico locale citato nel report. «Nei quartieri attorno alla clinica tutti lamentano gli stessi sintomi. Nel 2023 e nel 2024 abbiamo curato un numero di pazienti molto più alto rispetto agli anni precedenti».
Il report denuncia, inoltre, lo sfollamento di oltre 12mila persone dal 2022, avvenuto in tre diverse ondate legate all’espansione delle attività minerarie. Come sottolinea la rivista Nigrizia “la maggior parte del cobalto estratto da CMOC – circa il 67% – è destinata alla Cina, che produce tre quarti delle batterie mondiali e gran parte dei componenti utilizzati nelle batterie agli ioni di litio. Una parte del minerale resta nel continente africano, con esportazioni verso paesi come Eswatini, Tanzania e Sudafrica. Circa il 4% della produzione finisce invece in Europa, in particolare in Finlandia, per poi entrare nella filiera di diversi produttori automobilistici, tra cui Bmw, Mercedes-Benz, Volkswagen e il gruppo Stellantis”.
Qui il report della ONG: https://eia.org/wp-content/uploads/2026/03/ToxicTransitionFinalEnglish.pdf




