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Il ministro dell’Ambiente è pronto a riaprire le centrali a carbone se il prezzo del gas sale: Bruxelles attende chiarimenti

Pichetto Fratin ha detto che se il costo della materia prima supera 70 euro al MWh, gli impianti di Brindisi e di Civitavecchia torneranno in funzione: «Possono essere operativi anche subito, basta un decreto». «Valuteremo se ci sarà un piano», replica a distanza il portavoce della Commissione Ue ricordando che esistono dei «principi» chiari in materia
 |  Inquinamenti e disinquinamenti

Al governo è andata male con i distributori di benzina (per non parlare di come gli è andata con la riforma della giustizia) e ora per provare a contenere i prezzi dell’energia notevolmente aumentati a causa della guerra in Iran e del blocco dello Stretto di Hormuz, si dice pronto a riaprire le centrali a carbone. E subito arriva un messaggio chiaro da parte dell’Unione europea, che giusto il mese scorso ha definitivamente approvato una legge sul clima che prevede entro il 2040 un taglio del 90% delle emissioni di gas serra rispetto al 1990. Primo: come ha sottolineato una portavoce della Commissione europea parlando con i giornalisti presenti a Bruxelles, esistono dei «principi» chiari in materia. E, si può facilmente aggiungere, questi principi devono essere rispettati tanto più da un paese come il nostro, che è in ritardo anche rispetto agli obiettivi 2030 (secondo gli obiettivi previsti dal Piano nazionale energia e clima servirebbe una riduzione delle emissioni del 22% nei prossimi quattro anni e mezzo, equivalente a un taglio di oltre 17 MtCO2eq all’anno, mentre finora ci siamo attestati su riduzioni di circa 9MtCO2/anno). Secondo, Bruxelles non merita degne di commento uscite estemporanee di alcuni ministri italiani e aspetta di conoscere, se c’è, un piano concreto per riaprire in Italia le centrali a carbone, che è il più inquinante dei combustibili fossili. «Esaminiamo caso per caso qualsiasi misura o regime nazionale», ha spiegato la stessa fonte sottolineando che pertanto bisognerebbe «conoscere il caso specifico prima di fare qualsiasi commento in merito».

Ma andiamo con ordine.

Il tentativo del governo di far abbassare di 25 centesimi al litro il prezzo di benzina e gasolio è fallito: se il ministero delle Imprese e del made in Italy sostiene che il taglio delle accise previsto dal “decreto carburanti” ha «contribuito a contenere il prezzo della benzina, portandolo a un livello inferiore rispetto alle medie degli anni precedenti: -2 centesimi rispetto al 2025, -10 centesimi rispetto al 2024, -15 centesimi rispetto al 2023 e -9 centesimi rispetto al 2022», il Codacons ha gioco facile nel denunciare che i prezzi alla pompa sono solo leggermente diminuiti il primo giorno (e tutt’altro che in modo generalizzato) per poi tornare a salire e attestarsi nuovamente sui 2 euro al litro per il gasolio e circa 1,80 euro per la benzina.

E allora ecco l’altra trovata del governo per far fronte all’aumento dei prezzi dell’energia, che inevitabilmente comportano un aumento del carovita (con tutto quel che ne consegue in termini di gradimento per l’operato del governo): far tornare in funzione le due centrali a carbone di Brindisi e di Civitavecchia, per le quali autorizzazione ambientale è scaduta l’anno scorso. Il phase out era infatti previsto per la fine del 2025 e si aspettava solo un atto formale del governo per la chiusura definitiva. Ma a metà del dicembre scorso è venuto fuori che l’esecutivo vuole mantenerle in vita come possibile fonte di riserva, spendendo tra l’altro la non modica cifra di 100 milioni di euro l’anno pur in assenza di produzione energetica. E giusto mentre il “decreto carburanti” mostrava tutta la sua inefficacia, è arrivata la dichiarazione del ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin: se il prezzo del gas si stabilizza oltre i 70 euro al MWh, le centrali a carbone di Brindisi e di Civitavecchia potrebbero tornare in funzione: «Possono essere operative anche subito, basta un decreto», ha detto alla Stampa e in un intervento per i 70 anni di Cesi (multinazionale di cui fanno parte anche Enel e Terna). Attualmente il gas sta sui 55 euro/MWh, ma se la crisi in Medio Oriente dovesse durare a lungo non è da escludere un aumento di altri 15 euro, analogo a quello registrato dopo l’inizio dei bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran.

Quella di Pichetto Fratin è un’uscita che fa seguito alla decisione di non smantellare le due inquinanti centrali, su cui il ministro ha pure risposto in un’interrogazione parlamentare senza però fornire spiegazioni o dettagli sui costi necessari per il mantenimento in stand by. Ora è arrivata la novità del possibile riavvio di produzione elettrica ricorrendo al carbone. Al Mase stanno lavorando a un decreto che dovrebbe precisare con quali tempistiche, in che modo e in che quantità questa produzione dovrebbe ripartire. E anche come si concilierebbe questa riapertura con l’impegno a tagliare le emissioni di gas serra, su cui come si diceva siamo già ora in forte ritardo. Anche a Bruxelles attendono chiarimenti.

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.