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Nucleare, l’Italia si è data altri 15 anni per far tornare le scorie radioattive dall’estero

L’accordo con la Francia era scaduto nel 2025 ma è stato rinnovato fino al 2040 a caro prezzo, in assenza del Deposito unico nazionale
 |  Inquinamenti e disinquinamenti

Nei bagliori delle vicine guerre e nell’indignazione quotidiana determinata nel constatare l’insipienza dell’Unione Europea nei confronti del genocidio, ancora in atto, rivolto ai palestinesi ovunque essi siano – senza distinguere tra Gaza, Giordania, Siria, Libano, etc – è passato quasi inosservato un fatto che riteniamo assai importante e che riguarda il rinnovato accordo con la Francia per continuare a tenere all’estero le scorie delle vecchie centrali nucleari italiane.

In virtù di questo rinnovato accordo potranno, dunque, restare nei depositi francesi – ove erano già stoccati –, ancora per altri 15 anni rispetto al previsto, arrivando fino al 2040; oggetto dell'accordo non sono tutti i rifiuti legati al decommissioning ma il combustibile irraggiato, che pesa poco in termini di volume complessivo ma molto in termini di carico radioattivo. Il rinnovo in questione è stato determinato in quanto il fantomatico Deposito nazionale per le scorie radioattive, di cui si vagheggia da più di vent’anni, non è ancora stato realizzato e neanche localizzato. Senza quel deposito i piani del governo, che con crescente insistenza auspicano di sfruttare l’energia nucleare, evaporano come nebbia al sole.

La notizia del rinnovo è stata confermata dalla Sogin (società pubblica che si occupa dello smantellamento delle ex centrali italiane), facendo sapere che l’accordo con la Francia ha permesso di spostare “il limite massimo consentito per il rientro per il rientro delle scorie”; infatti, il limite previsto dai vecchi accordi era stato fissato al 2025 e, di conseguenza, risulta già scaduto da un anno.

Nonostante l’Italia abbia smesso di produrre energia nucleare nel 1987 (dopo il referendum scaturito in seguito all’incidente di Chernobyl), le vecchie scorie prodotte e altri rifiuti radioattivi sono in costante aumento e continuato ad aumentare ancora oggi: la parte più consistente deriva dallo smantellamento delle quattro vecchie centrali nucleari (Trino in Piemonte, Caorso in Emilia-Romagna, Latina nel Lazio, Sessa Aurunca in Campania) mentre un’altra rilevante parte proviene da altri siti che producono rifiuti radioattivi, quali: ospedali, centri di medicina nucleare, laboratori industriali, centri di ricerca etc. Lungo lo Stivale è presente ancora una trentina di depositi cosiddetti temporanei, distribuiti in otto regioni.

L'Italia dovrebbe invece realizzare un deposito unico nazionale con standard di sicurezza adeguati, peraltro previsto da una legge del 2010; la realizzazione di quest’opera rimane, purtroppo, ancora in ritardo, ostacolata soprattutto dalla difficoltà di trovare un luogo disposto a ospitarlo. A nulla è servito che nel corso degli ultimi anni siano state pubblicate mappe delle aree idonee (l’ultima individua 51 aree in sei regioni); tuttavia, le proteste dei cittadini residenti, amplificate dagli enti locali, hanno bloccato le procedure amministrative.

Va detto e sottolineato che mantenere lo stoccaggio delle scorie all’estero diventa non solo una questione di dipendenza ma assume una valenza economica rilevante, dovuta ai crescenti costi, che possiamo solo immaginare perché gli accordi commerciali di questo genere, come è ben noto, includono clausole di riservatezza; alcune fonti attendibili indicano l’avvenuto pagamento 1,8 miliardi di euro per la manutenzione degli attuali depositi temporanei presenti sul territorio nazionale (periodo 2003-2019) e 1,2 miliardi per il mantenimento del combustibile radioattivo in Francia e nel Regno Unito.

Sappiamo che il governo Meloni – che fa vanto di essere tra i più longevi della storia repubblicana – vuole rilanciare la produzione di energia nucleare, puntando sui piccoli (e al momento inesistenti) reattori modulari di nuova generazione; tuttavia, il nostro scetticismo aumenta in quanto un Paese dell’Unione Europea ancora privo, a distanza di lustri, di un proprio deposito nazionale operativo, risulta assai poco credibile per ogni ipotetica progettualità di sviluppo di centrali nucleari.

Redazione Greenreport

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