
Dopo un quarto di secolo il decommissioning delle centrali nucleari italiane è arrivato al 47,7%

L’Italia, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, ha costruito 3 centrali nucleari: erano i primi e più potenti impianti europei dell’epoca, che hanno portato il Paese a diventare la terza potenza a livello internazionale nel nucleare civile. Una quarta centrale nacque nel 1981, ma con l’incidente di Chernobyl dell’86 e il referendum abrogativo dell’anno dopo, l’esperienza del nucleare italiano si chiuse (almeno per il momento, perché il Governo Meloni si appresta ora ad approvare un nuovo quadro giuridico per il ritorno dell’energia dell’atomo in Italia).
Il nucleare però è una tigre da cui è molto difficile scendere, una volta che si è deciso di salirci sopra. Ancora oggi paghiamo infatti carissima l’eredità del nostro primato atomico, come mostrano i dati comunicati da Sogin – la società statale che si occupa della dismissione (decommissioning) delle centrali dal 1999. Secondo l’ad, Gian Luca Artizzu, il bilancio 2025 «fotografa una Sogin più solida, con risultati economici positivi, una pianificazione industriale più robusta e una capacità sempre maggiore di mettere a valore competenze e asset strategici per il Paese».
Effettivamente l’azienda ha chiuso l’ultimo anno con un utile netto pari a oltre 2,5 mln di euro e un valore della produzione pari a quasi 225 mln di euro, ma sul fronte operativo non è neanche a metà dei lavori: per quanto riguarda il decommissioning nucleare, al 31 dicembre 2025 «il completamento complessivo delle attività raggiunge il 47,7%, includendo le operazioni di smantellamento, la gestione del combustibile irraggiato e la messa in sicurezza degli impianti».
Come spiegava già un anno fa Artizzu sul Sole 24 Ore, l’orizzonte per finire i lavori è il 2052, con un costo complessivo (a partire dal 1999) stimato in 11,38 miliardi di euro (il piano precedente stimava invece un impegno di 8 miliardi di euro al 2042); il dato è stato sostanzialmente confermato quest’anno dall’Arera, cui si aggiungono 1,5 mld di euro per costruire il Deposito unico nazionale dei rifiuti radioattivi. Ovvero l’unica infrastruttura nucleare che ha davvero senso costruire nel nostro Paese, peccato che non si sappia dove farla nascere: il Governo non l’ha ancora localizzato a causa delle contrarietà locali. Dovendo azzardare una data per quando sarà pronto, Arera parla del 2041.





