
Piattaforma offshore Vega A: nulla di fatto in sede penale, adesso si attendono gli esiti risarcitori per il danno ambientale

Il caso della piattaforma petrolifera “Vega A”, collocata al largo delle coste di Pozzallo, in Sicilia, può essere considerato emblematico per diversi ordini di fattori. Vale innanzitutto la pena ricordare che si tratta di una delle più controverse vicende di inquinamento marino da idrocarburi legate direttamente ed indissolubilmente all’estrazione di prodotti fossili offshore in Italia.
L’inizio della vicenda viene fatto risalire tra il 1989 e il 2007 poiché, secondo gli accertamenti effettuati dalle competenti autorità, dalla piattaforma “Vega A” e dall’unità Floating Storage and Offloading (FSO equivale a nave di stoccaggio del greggio estratto) venivano prodotti diversi tipologie di liquami di scarto, quali: acque di strato, provenienti dalla separazione tra acqua e idrocarburi; acque di lavaggio delle cisterne; acque di sentina, contenenti miscele oleose.
Va ricordato che l’indagine non nacque da uno sversamento visibile ad occhio nudo in mare in mare ma scaturì, invece, dal controllo della documentazione relativa ai liquidi prodotti dall'attività della “Vega A” e dal loro successivo smaltimento.
Dagli atti ufficiali dell’allora Ministero dell'Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare, l'operazione denominata “Vega”, si concluse con il rinvio a giudizio di sei persone, dovuto alla complessa attività investigativa svolta dal personale della Capitaneria di Porto di Pozzallo nel 2009, che venne appositamente delegato dalla Procura della Repubblica di Modica (RG). Gli accertamenti portarono alla ricostruzione secondo la quale grandi quantità di rifiuti liquidi prodotti durante il processo estrattivo venivano immesse nell'area del campo “Vega A” in maniera illecita.
La Capitaneria di Porto di Pozzallo è stata, dunque, uno degli organi investigativi più incisivi, che portarono materialmente alla scoperta della vicenda carica di risvolti di natura penalistiche. Il Campo “Vega A” veniva gestito dalla Edison – era l'operatore della concessione –, con una partecipazione accertata dagli atti d’inchiesta parlamentare del 60%, mentre il restante 40% era di diretta gestione dell’ENI.
Secondo le accuse rivolte all’ora alla dirigenza dell’ENI, i reflui inquinati sarebbero stati reimmessi nel vicino pozzo “Vega 6”, a circa 2.800 metri di profondità, aggirando in tal modo la normativa sullo smaltimento dei rifiuti, effettuati secondo le correte procedure previste dalla normativa di settore; inoltre, alcuni atti parlamentari riportano anche l'impiego di additivi chimici come biocidi, inibitori di corrosione e, infine, acido cloridrico. Insomma, un cocktail micidiale per i fondali del Canale di Sicilia.
Una delle principali accuse, sollevata dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale) ha riguardato la grave contaminazione causata alla formazione geologica nella quale venivano reiniettati i rifiuti, causando in tal modo un trasferimento degli inquinanti verso parti profonde del sottosuolo, con possibile trasferimento di prodotti inquinanti nelle acque dolci fossili oltre che nelle acque marine per giungere, infine, a contaminare i sedimenti; la profondità e l'estensione della contaminazione che si era venuta a determinare nel corso degli anni rendevano, inoltre, tecnicamente improponibile un ripristino dell'ambiente per riportarlo allo status quo ante.
A distanza di oltre tre lustri, il 7 settembre (ieri per chi legge), apprendiamo che il lungo procedimento penale, trascinatosi per un tempo infinito, alla fine si è concluso senza una condanna. Dopo tanti anni, il processo si chiude per prescrizione; tuttavia, dobbiamo fare una distinzione importante: il fatto che il processo sia terminato per prescrizione non equivale a una sentenza assolutoria, che abbia accertato l'innocenza degli imputati né, ovviamente, può costituire da solo quale premessa per effettuare una nuova valutazione scientifica del danno ambientale.
La quantità complessiva dei reflui inquinati, riportata negli atti, era stata stimata (per difetto) in circa 496.217 m³ di liquidi (un volume Impressionante), mentre il Ministero dell'Ambiente, sulla base della valutazione effettuata dall’ISPRA, quantificò il danno ambientale prodotto dallo smaltimento illecito di reflui inquinati in circa 69,47 milioni di euro.
La prescrizione pronunciata ieri, in sede penale, non significa che sono stati automaticamente estinti anche gli aspetti risarcitori per il danno ambientale causato; le conseguenti cause civili, celebrate nei diversi gradi di giudizio davanti al Tribunale di Catania, sono infine approdate in Cassazione che, in nome del Popolo italiano, dovrà pronunciarsi. Attendiamo fiduciosi la conclusione degli esiti civilistici della lunga vicenda, sperando che almeno gli aspetti risarcitori possano restituire una parte di patrimonio ambientale sottratto alla collettività.





