
Referendum, Azzariti: «Grande partecipazione, abbiamo evitato il peggio. Quando si tocca la Costituzione, gli italiani sono molto attenti»

Volti contratti dal nervosismo che si distendono in un sorriso, abbracci, telefonate per darsi appuntamento in piazza. La primavera referendaria segna bel tempo, il popolo sovrano ha detto ‘no’ alla consultazione sulla giustizia. Un bel pezzo di popolo, visto che a questo referendum voluto dalla destra al governo ha votato quasi il 60% degli aventi diritto. Più che alle scorse elezioni europee, poco meno che alle politiche del 2022. “Abbiamo evitato il peggio - spiega il costituzionalista Gaetano Azzariti, professore all’Università ‘La Sapienza’ di Roma - È stato messo un freno a una deriva che da decenni vede la Costituzione messa in discussione”.
Intervista
Professor Azzariti, può darci un giudizio a caldo sull’esito del referendum?
Lo ripeto, abbiamo evitato il peggio. Ora si tratta di costruire il meglio, con grande impegno. Il governo, la maggioranza di governo che aveva approvato questa riforma della giustizia, deve prendere atto di una forte opposizione popolare. A questo punto è costretto a interrompere la sua cavalcata verso la trasformazione del nostro sistema costituzionale. Ma è chi ha vinto che si deve rimboccare le maniche. Ha evitato il peggio, ora però vanno affrontati con più serietà e condivisione i problemi della giustizia. In questi mesi il fronte del ‘no’ ha detto tante volte che questa era una riforma bugiarda. Adesso è il momento delle proposte, per affrontare le tante questioni che erano state accantonate, a partire dalla lunghezza dei processi.
Nessuno fra gli addetti ai lavori si aspettava un’affluenza così alta. Come lo spiega?
Quando si tocca la Costituzione evidentemente il sentimento popolare si risveglia, i cittadini si sono dimostrati ancora una volta attenti. Il record di partecipazione fu raggiunto dal referendum Renzi-Boschi, più del 65% di votanti. Quella proposta di revisione costituzionale venne sconfitta nettamente, eppure il Pd di Renzi aveva raggiunto il 40% dei consensi solo due anni prima. Avvenne lo stesso nel 2006, quando presidente del Consiglio era Silvio Berlusconi. E ora è toccato a Giorgia Meloni subire la stessa sorte. In conclusione, invece di puntare a cambiare la Costituzione, chi governa dovrebbero rendersi conto che è arrivato il momento di attuarla. Il corpo elettorale mostra di essere molto più attento alla salvezza della nostra Costituzione che al destino dei partiti politici. Vorrei ricordare che alle ultime elezioni europee c’è stata una percentuale di votanti inferiore al 50%.
Cara vecchia Costituzione, verrebbe da dire…
Tutti quelli che sono andati a votare hanno capito che, al di là dei tecnicismi, ad essere veramente in gioco era l’equilibrio tra i poteri dello Stato. A prevalere è stato il sentimento, l’attaccamento alla nostra Costituzione, rispetto a una proposta pasticciata come quella portata avanti dalla maggioranza di governo. Non era facile orientarsi sul quesito referendario, si è fatta molta confusione intorno agli obiettivi dei sostenitori del ‘sì’. Ma per gli elettori non è stato difficile capire dove si va a parare se metti le mani sulla Costituzione. La direzione in cui andava la legge di riforma era regressiva, non certo di attuazione costituzionale.
La campagna referendaria è stata connotata da tanti attacchi alla magistratura…
Sarebbe l’ora di smettere di attaccare i magistrati e cominciare a pensare allo stato in cui versa la giustizia. É inutile continuare ad aggredire i giudici ogni volta che c’è una sentenza che non piace. Cerchiamo piuttosto di risolvere i problemi, gravi, della giustizia. Questioni che la legge di riforma non affrontava in alcun modo. I cittadini elettori lo hanno capito. Che c’entra la separazione delle carriere con i casi di Enzo Tortora, con il delitto di Garlasco, con la cosiddetta ‘famiglia nel bosco’? Sui bambini non mi pronuncio, è una questione più controversa, gli altri due sono casi di malagiustizia, ma non c’entrano niente con la riforma costituzionale. E questo è stato capito, chi è andato a votare non si è lasciato traviare da queste storie, che pure venivano riproposte con incessante regolarità.
A differenza di Renzi, Meloni ha già anticipato che l’esito negativo non influirà sul cammino del suo governo. Ne siamo sicuri?
Dal punto di vista politico potrà dire quello che le pare, ma la sua è una sconfitta secca, netta. Nel commentare il risultato del referendum, la presidente del Consiglio ha assicurato che rispetterà la volontà del popolo. Ma questo vuol dire anche trarne alcune conseguenze. Sicuramente non può fare finta di niente. Dovrà cambiare qualcosa nell’indirizzo politico sulla giustizia, e non solo su quella. Sarebbe opportuno interrompere questa aggressione alla Costituzione, a cominciare dalla cancellazione del premierato. Se avesse vinto il ‘sì’ sarebbe stato interpretato come una spinta a ad andare avanti. Avendo vinto il ‘no’, dovrebbe esserci una spinta ad andare indietro, a fermarsi. A volgere lo sguardo su altre, troppe questioni aperte che fino ad ora sono state accantonate.
Come le previsioni del tempo nell’epoca degli stravolgimenti climatici, i sondaggisti non ci hanno preso nemmeno questa volta: davano per certa la vittoria del ‘sì’, si sono accorti solo all’ultimo momento che il ‘no’ era in costante rimonta.
Sono personalmente soddisfatto della partecipazione popolare a questo referendum. Considero molto positivamente questo dato. Alla vigilia del voto, non sapevo come sarebbe andata, ero però sicuro che ci sarebbe stato un grande sconfitto e un grande vittorioso. Adesso sappiamo chi è il grande sconfitto e chi è il grande vittorioso.





