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Intervista alla responsabile Energia del Cigno verde, Katiuscia Eroe

Col decreto Bollette l’Italia non risparmia. Un referendum contro il nucleare? Legambiente: «Alla fine sarà inevitabile»

Tenere accese le centrali a carbone costa almeno 70 mln di ero all’anno, mentre la soluzione strutturale alle crisi energetiche passa dalle rinnovabili: ora sta a Regioni e Comuni trovare la quadra sulle aree idonee agli impianti
 |  Interviste

La guerra in corso in Medio Oriente, l’ennesima a ruotare attorno agli interessi sui combustibili fossili e alla filiera nucleare – civile e militare, due facce della stessa medaglia – sta già facendo sentire i suoi effetti sulle tasche degli italiani. Deflagrato lo scorso 28 febbraio dopo gli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran, e ormai ampliato all’intera area, il conflitto ha portato già l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera) a informare che nel II trimestre 2026 per i clienti vulnerabili il costo della bolletta elettrica cresce dell’8,1%, mentre a marzo quello del gas è salito del 19,2%.

Che fare? Tra i suggerimenti messi in campo dalla Commissione Ue spiccano l’accelerazione nell’installazione di impianti rinnovabili – la sola fonte solare ha fatto risparmiare 110 milioni di euro al giorno dall'inizio della guerra, a livello Ue – la (nuova) diffusione dello smart working, la riduzione degli spostamenti in auto e in aereo, di fatto ricalcando quanto già affermato dalla Iea, dal trasporto pubblico al car sharing. Tutte misure temporanee per tagliare da subito i consumi di gas e petrolio, mentre il Governo Meloni – in attesa dei nuovi interventi annunciati dal ministro Pichetto – ha deciso di incentivarne il consumo con riduzioni alle accise e al contempo di ampliare la vita delle centrali a carbone, senza affrontare gli ostacoli normativi e la disinformazione che frenano la diffusione delle energie rinnovabili.

Ne abbiamo parlato con Katiuscia Eroe, responsabile nazionale Energia di Legambiente.

Intervista

Per far fronte al caro carburanti determinato dall’ennesima guerra in corso in Medio Oriente attorno agli interessi fossili e nucleari nella regione, il Governo Meloni ha impegnato 1 mld di euro per tagliare di 25 cent le accise su diesel e benzina fino al 1 maggio. Ci sono soluzioni migliori da poter mettere in campo, come quelle suggerite da Legambiente per la crisi energetica del 2022?

Come sempre parliamo di soluzioni non strutturali, che si rendono necessarie perché alle spalle non vi è nessuna strategia di medio e lungo periodo per evitare che il nostro Paese sia esposto alle conseguenze dei conflitti. Eppure, l’invasione della Russia in Ucraina avrebbe dovuto insegnare qualcosa, ma evidentemente la lezione non è stata appresa. In questi anni si sarebbe dovuto lavorare sull’elettrificazione del settore trasporti, sul potenziamento dei mezzi pubblici, sulle forme di carsharing, stimolando le persone ad usufruire di più mezzi pubblici e collettivi, magri elettrici e alimentati dalle fonti rinnovabili. Invece, siamo costretti a spendere 1 miliardo di euro con aiuti emergenziali, fino al 1° maggio, tempo irrisorio per come stanno andando le cose in Medio Oriente. 

La conversione in legge del decreto Bollette approvato definitivamente (con voto di fiducia) al Senato ha introdotto – con un emendamento a prima firma Lega – il mantenimento in vita delle centrali a carbone fino al 2038. Una pessima notizia sotto il profilo ambientale, ne potrà derivare qualche vantaggio almeno sotto il profilo economico?

Il carbone è la fonte che produce energia al costo più alto, e considerando che l’Italia, come per il gas, è un Paese importatore, vantaggi economici non se ne possono davvero ottenere. La stessa Enel, che stava già lavorando ai piani di dismissione, ha calcolato un costo di almeno 70 milioni di euro l’anno per tenerle in vita pronte per essere attivate all’occorrenza. Soldi che dovrà mettere lo Stato italiano, pagandolo o attraverso le bollette degli utenti finali, perone e imprese, o attraverso la fiscalità generale, ovvero tasse. In più, questa scelta, ferma ogni possibilità di riconversione di quei territori, mandando in fumo le tante proposte che erano in ballo, mettendo a rischio posti di lavoro, lasciando quei luoghi in balia dell’inquinamento prodotto e mettendo a rischio anche ogni tentativo di raggiungere gli obiettivi climatici.

Posso arrivare a comprendere una scelta di qualche mese per far fronte ad un’emergenza, ma torniamo anche alla mancanza di visione e lungimiranza che abbiamo vissuto in questi anni in cui l’Italia al contrario ad esempio della Spagna o della Germania ha continuato imperterrita ad espandere la propria dipendenza dal gas fossile, piuttosto che accelerare la realizzazione die grandi impianti a fonti rinnovabili, con tanto di dichiarazioni negative contro l’eolico offshore da parte della presidente Meloni. Un piano di sopravvivenza forzata al 2038 è del tutto inaccettabile. Senza dimenticare che parliamo di centrali “morte” che, nel 2025, hanno contribuito solo con il 2% dei consumi nazionali.

Sin dalla prima approvazione del decreto Bollette molti autorevoli esperti di settore, come Agostino Re Rebaudengo, criticano la ratio del provvedimento a partire dagli interventi proposti sul fronte del mercato europeo della CO2 (Eu Ets). Cosa ne pensa? E oltre a quello sul carbone, tra gli altri emendamenti approvati al decreto ce ne sono altri che la preoccupano particolarmente?

Quasi tutto il decreto bollette è sbagliato e preoccupante. Non c’è solo la questione dell’Ets, ma anche il bonus emergenziale in bolletta. Anche qui torniamo a misure spot ed emergenziali che verranno pagare attraverso i fondi per le rinnovabili, per l’efficienza e per la decarbonizzazione. Di nuovo questo è una chiara e palese misura che dimostra ancora una volta che l’Italia paga le conseguenze di una politica energetica senza visione. Se avessimo fatto come la Spagna, il gas avrebbe inciso sul costo dell’energia per il 15% delle ore, in Italia siamo all’89% e probabilmente non avremmo avuto bisogno di spendere miliardi di euro per una misura emergenziale e spot. E pensare che è lo stesso Governo Meloni ad aver introdotto uno strumento strutturale come il Reddito energetico, ma invece di implementarlo e allargarlo anche alle famiglie in affitto continua a preferire viaggi in Africa per nuovi accordi sulle importazioni. A questo si aggiunge la detassazione del gas che poi verrà pagata dalle bollette elettriche, che già sono ricche di oneri impropri e che necessiterebbe di una revisione.

Si poteva fare altro? Si certo, anche qui copiare da Paesi come Spagna e Germania che hanno messo 5 miliardi di euro per accelerare le fonti rinnovabili, spingere l’elettrificazione dei consumi e politiche di efficienza energetica, tra le tante cose. Noi siamo fermi all’emergenza e non abbiamo capacità politiche per uscirne.

Il nuovo assetto normativo nazionale sulle Aree idonee agli impianti rinnovabili porta al paradosso per cui tali aree idonee, in una regione come la Toscana, vanno fermandosi attorno al 4% del territorio e allo 0% per l’eolico. Significa che la partita delle installazioni si giocherà quasi esclusivamente nelle aree a legislazione ordinaria? In questo contesto come si raggiungono gli obiettivi al 2030 evidenziati da Legambiente nel suo ultimo rapporto Scacco matto alle rinnovabili?

Sicuramente il nuovo Decreto Transizione 5.0 ha fatto dei passi in avanti, ad esempio impedendo alle Regioni di fare moratorie e di restringere le aree idonee rispetto a quelle identificate dal Ministero. E queste sono due cose importanti per non ritrovarci in situazioni come quella della Sardegna. Ora la palla sta alle Regioni e qui possono intervenire due elementi: Regioni intelligenti e lungimiranti che avranno la capacità di allargare il campo delle aree idonee, questo lo potranno fare tutte le Regioni. O quelle che più timorose che tenteranno di interpretare la normativa nazionale ponendo nuovi limiti. Due cose che abbiamo già visto fare.

Le Regioni come la Toscana non sono destinate ad avere solo quel 4%, sta a loro ragionare, anche con i Comuni, per trovare soluzioni e fare in modo che le fonti rinnovabili si facciano e si facciano velocemente. Certo ci sarebbe stato bisogno di una normativa più coraggiosa, noi nel nostro Rapporto e nelle osservazioni che abbiamo fatto abbiamo elencato i tanti limiti. Il primo grande è che ad oggi sono considerate aree idonee quasi solo ed esclusivamente le aree già compromesse, quelle a forte pressione antropica o quelle in cui gli impianti sono già esistenti. Una normativa lungimirante dovrebbe considerare quelle come aree di accelerazione, visto che sono i luoghi “più semplici” in cui fare gli impianti. E ad esempio definire idonee, invece, tutte le aree prive di vincoli. Noi siamo fiduciosi nelle Regioni e continueremo a fare il nostro lavoro per cercarle di stimolarle.

Il successo referendario di marzo mostra che la politica è ancora in grado di coinvolgere la cittadinanza, ponendola di fronte a scelte chiare. Crede sia percorribile la sfida di un referendum abrogativo contro il nuovo nucleare e le norme – se ve ne sono di affrontabili attraverso questo strumento – che bloccano lo sviluppo delle rinnovabili?

Il referendum sulla giustizia è stato un chiaro esempio del fatto che le persone e i giovani hanno voglia di partecipare. Non è certamente automatico che un referendum sul nucleare sarebbe partecipato allo stesso modo, ma credo che in qualche modo, visto che il Governo va avanti da solo senza considerare appieno le conseguenze economiche di tale scelta, alla fine sarà inevitabile. Noi eventualmente ci faremo trovare pronti all’ennesima battaglia. Certo il Governo ha messo oltre 6 milioni di euro in campagna di comunicazione per il nucleare, non partiamo alla pari.

Questo però lo separerei dal tema sui “blocchi alle rinnovabili”. Lì non abbiamo bisogno di referendum, ma solo che il Governo faccia rispettare i tempi autorizzativi, che ci sono, sbloccando gli oltre 1700 progetti in attesa di valutazione. Credo che si facessero rispettare le norme già questo porterebbe le rinnovabili ad avere un peso del tutto diverso nel sistema energetico. A questo andrebbero aggiunte lo sblocco sulle aste per l’eolico offshore, che la presidente Meloni non ama, ma anche politiche di efficienza. Certo poi a questo punto non avremmo bisogno né di nucleare né tanto meno di tutte queste importazioni di gas e di mantenere accese le centrali a carbone fino al 2038.

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.