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Dalle Dolomiti alla Puglia, il modello rigenerativo di VAIA fa scuola in Italia

La società Benefit ha ripiantato 200mila alberi nei boschi devastati dalla tempesta nel 2018 grazie a prodotti circolari, e adesso punta a trasformare la ferita della xylella in un’occasione di sviluppo sostenibile
 |  Interviste

VAIA nasce nel 2019 da una domanda molto semplice: come ricucire, concretamente, un territorio devastato dalla tempesta Vaia, che rientra appieno tra gli eventi meteo estremi – cresciuti del 526% in Italia nell’ultimo decennio – alimentati dalla crisi climatica? Invece di limitarsi a raccontare la distruzione, i giovani dietro alla start-up hanno scelto di partire da ciò che restava: milioni di alberi abbattuti nelle Dolomiti. Da lì è iniziato un percorso di recupero della materia prima locale, il legno, che unisce design, artigianato e rigenerazione ambientale. Ne abbiamo parlato con Daniele Rodia, communication manager di VAIA.

Intervista

Com’è nata e come si è sviluppata l’esperienza di VAIA, da start-up a Pmi innovativa e società Benefit?

Siamo partiti come startup, con un primo prodotto simbolico, il VAIA Cube, e negli anni il nostro percorso ci ha portato all’evoluzione naturale di diventare B Corp e Società Benefit. Questo significa certificare quello che è stato il modello di impresa sin dall’inizio: avere non solo un obiettivo economico, ma anche ambientale e sociale. Ogni scelta che facciamo tiene insieme impatto e sostenibilità nel lungo periodo.

VAIA Cube è il prodotto da cui è nato tutto: cosa rende unico il suo modello di produzione e commercializzazione, restituendo al territorio ricadute ambientali e socioeconomiche positive?

VAIA Cube è molto più di un oggetto: è un pezzo di foresta che torna a vivere. È realizzato a partire dal legno degli alberi abbattuti dalla tempesta, lavorato da artigiani locali delle zone colpite. Ogni Cube è unico, per le venature del legno e per l’iconica spaccatura, fatta a mano per ogni pezzo.

Il modello rigenerativo di VAIA realizza appieno il concetto di economia circolare: recuperiamo una materia prima che altrimenti sarebbe uno scarto, attiviamo filiere corte e artigianali sul territorio, creiamo oggetti di design sostenibile e reinvestiamo parte dei ricavi in progetti di riforestazione.

Chi acquista un prodotto VAIA non compra solo un prodotto, ma partecipa a un processo concreto di rigenerazione ambientale e supporto alle comunità locali.

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Oltre al Cube ci sono altri prodotti nel portfolio VAIA?

Sì, nel tempo abbiamo ampliato la gamma mantenendo lo stesso principio: dare nuova vita al legno e trasformarlo in oggetti che abbiano un significato.

Oggi, accanto al VAIA Cube ci sono il VAIA People, una docking station analogica per vari device, il VAIA Focus, un amplificatore di immagine per smartphone, e ovviamente le varie versioni del VAIA Cube, come Joy e Imperfetto. L’ultimo arrivato in famiglia è VAIA Cube Essential Aria, una versione Cube in limited edition pensata per portare un’esperienza ancora più legata al benessere e al respiro.

Quanti sono gli alberi piantati finora grazie alle vostre iniziative e di quali specie si tratta?

Ad oggi abbiamo contribuito alla messa a dimora di oltre 200.000 nuovi alberi. Le specie sono autoctone delle aree colpite, come abete rosso, larice, faggio, sorbo e altre selezionate insieme a enti e partner locali per favorire una riforestazione più resiliente e adatta ai cambiamenti climatici.

L’obiettivo non è solo piantare alberi, ma ricostruire ecosistemi più stabili e diversificati rispetto al passato.

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La tempesta Vaia risale ormai a 8 anni fa, il legno da alberi abbattuti è ancora disponibile o state diversificando le fonti di approvvigionamento?

Una parte del legno della tempesta è ancora disponibile, e a quello purtroppo si è aggiunto negli anni anche il legno degli alberi abbattuti dal bostrico, un insetto che, anche a causa della tempesta Vaia, ha aumentato esponenzialmente la propria diffusione sulle Dolomiti, iniziando a colpire sempre più alberi nelle nostre foreste.

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La crisi climatica in corso rende sempre più intensi e frequenti eventi meteo estremi come la tempesta Vaia: ritiene che i territori colpiti siano oggi più preparati a rispondere rispetto al 2018?

Rispetto al 2018 oggi c’è sicuramente più consapevolezza, sia a livello istituzionale che nelle comunità locali. Allo stesso tempo, la crisi climatica sta accelerando e mettendo alla prova territori che spesso non hanno ancora strumenti sufficienti per rispondere in modo strutturale.

Quello che serve è un cambio di paradigma: non solo gestione dell’emergenza, ma prevenzione, cura del territorio e modelli economici che rendano le comunità più resilienti.

È proprio qui che iniziative come quella di VAIA cercano di contribuire, creando connessioni tra economia, ambiente e comunità. Per noi rigenerare non è un progetto: è un modello replicabile.

Dalla Valsugana e più in generale dalle aree colpite dalla tempesta Vaia nel nord Italia, la vostra società sta provando a replicare questo modello di impresa anche in Puglia: in che modo?

Quando abbiamo visto l’impatto della xylella in Puglia, ci è sembrato naturale estendere il modello VAIA oltre le Dolomiti. Nasciamo per trasformare una ferita in occasioni di rigenerazione, e qui abbiamo ritrovato la stessa urgenza: territori colpiti, comunità da sostenere, paesaggi da rigenerare. Abbiamo quindi attivato una filiera locale, portando il nostro approccio che unisce design, impatto e rigenerazione dei territori.

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Farete quindi prodotti in legno d’ulivo?

Sì, ma non con la stessa logica dei prodotti con legno d’abete. Una sfida che abbiamo dovuto affrontare in questi anni, infatti, è stata quella di dover lavorare in maniera innovativa sulla materia prima, non potendo contare sul legno massello sia per caratteristiche intrinseche dell’ulivo sia per il fatto che la xylella rende i tronchi degli alberi secchi e fragili. Insieme all’Università di Trento e a diversi partner tecnici abbiamo creato un materiale bio-composito con fibra di legno d’ulivo e polimeri bio-based, con il quale abbiamo la possibilità di creare varie gamme di prodotti.              
A metà giugno sveleremo il primo prodotto nato dal legno degli ulivi pugliesi, che contribuirà alla rigenerazione della macchia mediterranea nei primi territori del Salento.

Oltre alla vendita di prodotti sostenibili state mettendo in campo altre iniziative di sensibilizzazione, ad esempio attività di team building aziendale?

Sì, lavoriamo molto anche con le aziende attraverso progetti di coinvolgimento diretto. Costruiamo Foreste aziendali e organizziamo attività di team building nei territori colpiti, dove le persone possono vivere in prima persona cosa significa rigenerare un ecosistema: dalla messa a dimora degli alberi al contatto con le comunità locali.

Inoltre proponiamo regali aziendali con una storia di sostenibilità concreta e misurabile e sviluppiamo progetti speciali e percorsi di formazione per aziende che vogliono generare un impatto concreto e raccontarlo in modo autentico. Per noi è fondamentale creare esperienze e community, non solo prodotti: è lì che nasce una consapevolezza più profonda e duratura.

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Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.