
Come tassare i ricchi, perché siano loro a pagare per la crisi climatica che hanno causato

Secondo i dati messi in fila dal World inequality report 2026, lo 0,001% della popolazione mondiale è tre volte più ricco della metà dell’umanità, mentre per Oxfam la ricchezza posseduta dallo 0,1% degli italiani più ricchi – poco meno di 50.000 persone – è circa tre volte superiore a quella nelle mani della metà più povera della popolazione (25 milioni di persone). Si tratta di un contesto che mette a rischio la tenuta degli assetti democratici, compreso quello nazionale, ma che al contempo indica con chiarezza una linea d’intervento politico in grado di tenere insieme coesione sociale e investimenti necessari alla transizione ecologica: in Italia, ad esempio, se fosse applicata una patrimoniale all’1% più ricco – cioè a chi possiede almeno 1,7 milioni di euro di patrimonio – si otterrebbe un gettito addizionale di circa 30 miliardi di euro. Ne abbiamo parlato con Jørgen Randers e Till Kellerhoff, freschi co-autori del saggio Tassare i ricchi. Come farlo e perché (con la collaborazione di Joni Praded), pubblicato da Edizioni Ambiente e curato per l’edizione italiana da Gianfranco Bologna (con Sergio Ferraris).
Intervista
L'1% più ricco (circa 56 milioni di persone in tutto il mondo, che possiedono almeno 2 milioni di euro) rappresenta il 41% delle emissioni climalteranti globali. È possibile introdurre una tassazione progressiva efficace sui grandi patrimoni a livello internazionale, e quale gettito potremmo attenderci per finanziare la transizione ecologica?
JR: Temo che non sia realisticamente possibile – almeno non nelle democrazie di mercato occidentali, dove è detenuta gran parte della ricchezza. In questi Paesi esiste una maggioranza politica insormontabile contraria a tasse più elevate. Tuttavia, credo che tutti i cittadini razionali delle nazioni ricche dovrebbero lavorare per un’imposta patrimoniale dell’1% all’anno sui patrimoni superiori a 2 milioni di euro per famiglia. Questa imposta genererebbe denaro sufficiente per pagare la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili nell’arco di 50 anni.
TK: Su questo tema c’è un movimento reale, più di quanto la maggior parte delle persone immagini. A livello globale, sotto la presidenza brasiliana del G20, il presidente Lula ha messo per la prima volta nella storia di un forum di questo tipo una tassa globale sui miliardari all’ordine del giorno. Il progetto dell’economista francese Gabriel Zucman, commissionato dal Brasile, ha mostrato che un prelievo minimo di appena il 2% sui circa 3.000 miliardari del mondo genererebbe tra 200 e 250 miliardi di dollari l’anno. E questo riguarda solo i miliardari: estendendolo ai centimilionari, si aggiungerebbero altri 100-140 miliardi. Nonostante resistenze evidenti – ad esempio, se guardiamo agli Stati Uniti – la conversazione si è spostata e non è così priva di speranza come potrebbe sembrare. Anche in diversi Stati nazionali c’è movimento.
Aumentare la tassazione sui ricchi porterebbe solo benefici alla grande maggioranza dei cittadini, eppure spesso tale proposta incontra resistenze anche da parte di chi non ne sarebbe colpito, rendendo il tema minoritario tra i partiti di centrosinistra. Come se ne esce?
JR: Non può essere superato senza un cambiamento di sistema. E poiché è improbabile che il sistema cambi, la mia grande speranza è che la superpotenza emergente, la Cina, decida di pagare ciò che costerà spostare il mondo dai combustibili fossili ad alternative prive di CO2 – fornendo pannelli solari, veicoli elettrici, batterie e così via a basso costo al resto del mondo, a prezzi così bassi che gli occidentali orientati a minimizzare i costi li acquisteranno perché più convenienti delle alternative fossili.
TK: La macchina della disinformazione è reale e ben finanziata. Gran parte della resistenza è conseguenza di gruppi di pressione che hanno passato decenni a intorbidire le acque su ciò che queste tasse significano davvero. Il caso dell’imposta di successione è quasi tragicomico: la maggior parte delle persone che dice di essere contraria immagina sé stessa mentre eredita l’appartamento della nonna, quando in realtà le proposte di cui stiamo parlando riguardano solo patrimoni molto più grandi.
Tuttavia, quando si pongono le domande nel modo corretto, le opinioni reali delle persone sono molto diverse. Nel 2024 abbiamo commissionato con Ipsos un grande sondaggio per Earth4All: 22.000 persone in tutti i Paesi del G20. Il 68% nei Paesi del G20 sostiene una tassa patrimoniale sulle persone ricche come mezzo per finanziare grandi cambiamenti nella nostra economia e nei nostri stili di vita. Anche in Paesi dove ci si potrebbe aspettare più resistenza: Germania 68%, Francia 67%, Stati Uniti 67%. L’Italia si è attestata al 62% in termini di convinzione che sia necessaria un’azione climatica immediata, comunque una chiara maggioranza nonostante l’attuale clima politico. Quindi un certo sostegno c’è.
Dobbiamo essere chiari sul fatto che si tratta di dare sollievo alla maggioranza: l’alternativa è che le persone comuni sostengano il costo di una trasformazione climatica che non hanno causato. Solo in Germania, l’1% più ricco ha causato oltre 15 volte la CO2 pro capite della metà più povera della popolazione. Una transizione giusta non può significare che chi sta in basso paghi per gli eccessi di chi sta in alto. E fare la cosa giusta – la trasformazione di cui abbiamo bisogno – costa circa il 2% del Pil all’anno in più rispetto al business as usual. I mercati da soli non lo risolveranno. Abbiamo bisogno di intervento statale, sussidi, investimenti pubblici su larga scala. E allora la domanda è semplicemente: chi paga? Se non si risponde chiaramente a questa domanda, si ottengono i gilet gialli, disordini sociali e la polarizzazione politica che stiamo già vedendo.
Nelle economie più avanzate è spesso lo Stato a farsi carico del rischio d'investimento iniziale all'origine delle nuove tecnologie, che poi però portano grandi ricchezze nelle mani dei privati che le sviluppano e commercializzano. Quali politiche fiscali ed economiche sono possibili per rompere questo cortocircuito?
JR: È molto semplice: attraverso una partecipazione pubblica parziale nella proprietà delle aziende che utilizzano innovazioni finanziate dallo Stato.
TK: Per cominciare, uno dei miti più diffusi è l’idea che lo Stato sia intrinsecamente inefficiente, mentre il mercato sarebbe il luogo in cui avviene tutta la vera innovazione. Storicamente non è così che ha funzionato il progresso tecnologico. Internet, GPS, vaccini a mRNA, touchscreen: più e più volte il settore pubblico si è assunto i rischi iniziali, mentre il settore privato ha catturato la maggior parte dei ritorni. Quindi la vera questione non è “Stato contro mercato”, ma chi beneficia di una collaborazione che è sempre esistita. Inoltre, vediamo ripetutamente che una massiccia accelerazione delle energie rinnovabili su larga scala richiede interventi statali.
Come indicato nella domanda, al momento i guadagni fluiscono in modo schiacciante verso chi è già al vertice. Ci sono molte idee su come affrontare questo problema, tra cui contrastare i monopoli, riformare i sistemi brevettuali affinché le scoperte finanziate pubblicamente non possano essere semplicemente privatizzate per decenni, applicare una tassazione societaria adeguata e garantire che il pubblico mantenga quote di partecipazione nelle imprese sostenute da investimenti pubblici.
Nel libro sosteniamo anche qualcosa di più strutturale: un dividendo universale di base. Se tanta parte della ricchezza odierna si fonda su basi create collettivamente – ricerca pubblica, infrastrutture, persino l’atmosfera che le industrie hanno trattato come una discarica gratuita – allora tutti dovrebbero ricevere una quota dei ritorni. Non come carità o welfare, ma come dividendo derivante da beni comuni. Il punto è cambiare la logica di fondo: la società dovrebbe agire come comproprietarie della ricchezza che creiamo insieme, non limitarsi a stare a guardare mentre i guadagni si accumulano verso l’alto.





