
Sfruttamento e caporalato, Omizzolo: «Non basta il lutto al braccio per i morti, è un sistema malato e ci sono responsabilità politiche»

“Ad Amendolara si è consumata l’ennesima tragedia annunciata. I braccianti sono vittime di un sistema malato che umilia, sfrutta e uccide”. Per Marco Omizzolo, docente universitario e profondo conoscitore dei fenomeni di caporalato e agromafie, sociologo dell’Eurispes, autore del libro-verità Il mio nome è Balbir (People, 2025), sarebbe un errore considerare quest’ultima strage un episodio isolato. “I migranti sono valutati alla stessa stregua degli attrezzi di lavoro e allora, quando non servono più, si gettano via, a maggior ragione se hanno provato ad alzare la testa”.
Intervista
Ogni volta che ci scappano i morti si torna a parlare di caporalato e sfruttamento nei campi. Ma non è il segno di una realtà endemica?
Una realtà endemica, sistemica, organizzata, pianificata e diffusa. Non soltanto nazionale, ma internazionale. Non soltanto in agricoltura, ma in diversi ambiti del mercato del lavoro. Questo continuo mettersi il lutto al braccio, benché comprensibile, dà il segno di un profondo provincialismo e di una grave sottovalutazione della questione, di cui ci ricordiamo soltanto quando accadono eventi drammatici, traumatici, e non invece nella quotidianità. Non solo in ambito lavorativo, ma pure sul piano del consumo e della tutela ambientale. Siamo troppo distratti e anche, secondo me, in qualche modo complici.
Operai agricoli stranieri arsi vivi da connazionali. Che chiave di lettura possiamo dare?
L’atto in sé è di una violenza mai osservata prima. Un altissimo livello di brutalità, che ha fatto scalpore anche perché commesso in un luogo pubblico, una piazzola di sosta, sotto le telecamere, in una stazione di servizio dove poteva arrivare chiunque, ad esempio una famiglia partita da Bergamo per andare in vacanza. Non era il retro di un’azienda in mano alla mafia. L’altro aspetto inquietante è che gli esecutori guardavano negli occhi i loro connazionali mentre davano loro fuoco. Drammatico, sotto tanti punti di vista, ma per chi si occupa scientificamente della questione, quanto accaduto non è inaudito. Alessandro Leogrande ce lo ha spiegato, io stesso nel corso di questi ultimi vent’anni ho assistito a ‘lezioni punitive’ in cui si tentava di dare fuoco al lavoratore immigrato che cercava migliori condizioni di lavoro. Quella brutalità in quella forma estrema, l’atto del dare fuoco, è il tentativo di cancellare una persona e con lei le sue rivendicazioni. Purtroppo una costante nella storia del padronato e del caporalato italiano.
Quest’ultima tragedia è accaduta in Calabria. Ma appena pochi giorni prima un’auto con operai migranti che andavano al lavoro è finita fuori strada e sono morti tutti, in Veneto. Per non parlare della vita quotidiana insopportabile nei ghetti più grandi d’Europa, a partire da Borgo Mezzanone, in Puglia. Sembra proprio che non esistano isole felici nelle campagne italiane…
Il fenomeno è diffuso in tutto il paese, dobbiamo dirlo. Però non tutto il paese è interessato da sistemi di sfruttamento e di agromafia. Certo, è una patologia quotidiana e sistematica, abbraccia centinaia di migliaia di persone che ogni giorno vengono reclutate da caporali e sfruttate. Tanti non tornano a casa perché muoiono sul posto di lavoro. Al tempo stesso non dobbiamo generalizzare, non tutto il sistema delle imprese ragiona e lavora in questo modo. Comunque tragedie del genere sono drammaticamente ricorrenti, e questo indica che ci sono delle falle nella nostra democrazia.
Legge Bossi-Fini, decreti flussi, normative farraginose che rendono il permesso di soggiorno un terno a lotto…
Andrebbe completamente cancellata la Bossi-Fini. Ho seguito per ragioni di ricerca un trafficante di esseri umani indiano in patria. Ho visto con i miei occhi le trattative di reclutamento internazionale. Le persone venivano convinte a emigrare, e inserite nel sistema quote del ministero dell’Interno proprio grazie alla Bossi-Fini. Così finivano per diventare schiavi nelle nostre campagne. La Bossi-Fini è l’architrave dello schiavismo contemporaneo in Italia.
Se gli ‘invisibili’ sono l’ultima ruota del carro, anche i cosiddetti ‘regolari’ non sfuggono a un sistema fatto di sfruttamento, salari da fame, vite in alloggi fatiscenti. Succede ai lavoratori agricoli ma anche ai rider che vivono nelle città, ai tanti che lavorano nei cantieri edili. E i controlli, come al solito, latitano….
I controlli non ci sono per volontà politica. L’Ispettorato nazionale del lavoro e le forze dell’ordine si danno da fare. Ma sono troppo pochi, scoordinati, privi di una banca dati comune e di supporti tecnologici adeguati. Poi ci sono pezzi del nostro territorio totalmente sguarniti o pochissimo controllati. Fino al 2016 in provincia di Latina c’erano 5mila aziende agricole e solo due ispettori del lavoro. Questa non è una disorganizzazione, è una volontà politica ben precisa: non disturbare chi produce. Serve una procura distrettuale nazionale contro le agromafie, lo sfruttamento e i morti sul lavoro.
C’è chi sostiene che se non si sfruttassero i migranti, frutta, verdura e ortaggi costerebbero una fortuna, non sarebbero accessibili a tutti…
Non è vero. Abbiamo trovato caporalato e sfruttamento anche in filiere agricole che producevano beni ad alto valore aggiunto, vini venduti nelle boutique eno-gastronomiche a 300euro a bottiglia. Indagini, ricerche sociologiche e inchieste della magistratura hanno dimostrato che anche questi settori possono essere caratterizzate da tali patologie. Non è vero che il prodotto a bassissimo costo è indice di sfruttamento, mentre elevando il prezzo lo sfruttamento sparisce. Noi abbiamo decine e decine di aziende come le cooperative di Liberaterra, la cooperativa Pietra di scarto, le cooperative di Yvan Sagnet, che producono, rispettando l’ambiente e i diritti del lavoro, merci di qualità a prezzi accessibili anche per la pensionata al minimo.
Mafia e caporalato sono fenomeni intrecciati?
Le nostre organizzazioni mafiose entrano parzialmente nell’attività di sfruttamento diretto nelle campagne. Si occupano piuttosto della filiera successiva, quella che riguarda la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti, ‘condizionando’ l’attività dei grandi mercati ortofrutticoli. Penso a quello di Fondi, a quello di Milano, a quello di Vittoria in Sicilia. E si infiltrano nel sistema di tratta internazionale. Non ci sono evidenze consolidate sulla gestione diretta della ’ndrangheta dei lavoratori gravemente sfruttati. Nella filiera produttiva di base sono i datori di lavoro e i caporali a gestire in piena autonomia l’attività quotidiana. Non è raro comunque che questa o quell’impresa agricola siano controllate dalle mafie.
L’indignazione popolare per la tragica fine di Waseem Khan, 29 anni, Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Iayjad, 27 anni e il più giovane Ullah Ismat Qiemi, di appena 19, è fortissima. Basterà a fermare questo sistema malato?
Purtroppo torneremo a breve ad affrontare nuove tragedie del genere, stiamo per entrare nella stagione della raccolta degli ortaggi. É soltanto questione di tempo. É questione di tempo perché noi abbiamo un sistema di governo che tutela di fatto, anche politicamente, con le norme vigenti, chi è a capo di questa filiera. Un sistema padronale che poi diventa anche agromafioso. Ne fanno le spese i migranti, e più in generale lavoratrici e lavoratori, sia stranieri che italiani. Del resto, quando un ministro dell’agricoltura parla di ‘sostituzione etnica’, sta dando un segnale anche ai padroni e ai padrini dell’agromafia italiana, loro difendono la nazionalità di questo paese sfruttando gli invasori.





