
Sorpresa, non è la raccolta differenziata a far abbassare la Tari

Si è svolto presso l’Auditorium Sienambiente il convegno di presentazione dei dati per l’Ato Toscana sud relativi agli anni 2021-2025, promosso da Iren Ambiente e Università di Siena - Santa Chiara Lab e realizzato da Ref-Agenia. L’incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico, delle aziende del settore e degli enti locali per approfondire le principali dinamiche economiche e gestionali del servizio di igiene urbana, con un focus specifico sullo studio realizzato da Ref Ricerche sull’evoluzione dei servizi ambientali nell’Ato Toscana Sud, che comprende 104 comuni delle province di Arezzo, Siena, Grosseto e della Val di Cornia. Abbiamo intervistato Antonio Massarutto, docente di Scienza delle finanze dell’Università di Udine ed esperto di rifiuti, per un commento nel merito.
Intervista
Professor Massarutto, ha letto il Report di REF Ricerche per IREN sui costi della gestione dei rifiuti in Toscana, cosa ne pensa?
Prima di parlare del contenuto della ricerca, mi faccia dire che finalmente si sono utilizzati i dati dei PEF regolatori ARERA, una fonte di informazione dettagliata e di qualità che purtroppo oggi non è accessibile pubblicamente in formato open anche si tratta di documenti pubblici. Bravi i ricercatori di REF a acquisirla e ad elaborare quei dati preziosissimi. Ma si pone comunque un problema in Italia: i PEF, ma ancora di più i MUD (le dichiarazioni sui rifiuti dei singoli Comuni) non sono disponibili ai cittadini e ai ricercatori, così è impossibile fare analisi economiche e tecniche serie sul settore. Viene il sospetto che si voglia tenere coperte informazioni che invece potrebbero essere molto utili per migliorare il comparto. Quindi PEF e MUD accessibili gratuitamente e in open data a tutti.
Quindi il report di REF riesce a fornire un quadro interessante utilizzando una fonte cosi preziosa e poco utilizzata?
Prima di tutto lo studio chiarisce che la raccolta differenziata è una attività che costa, che non fa risparmiare gli utenti, anzi. Spesso i decisori politici hanno raccontato ai cittadini che con la raccolta differenziata la tariffa rifiuti diminuisce, e purtroppo non è così, come dimostrano i dati. Certo si può e si deve organizzare il servizio in modo efficiente e ci sono recuperi di costo a valle della filiera di smaltimento, ma la raccolta differenziata è una attività complessa, alcune modalità di raccolta (porta a porta, centri di raccolta) sono molto costosi. Poi c’è il fatto che le raccolte differenziate hanno rendimenti decrescenti: con l’aumentare delle percentuali aumentano i costi e diminuisce la qualità. Aumentano i ricavi, ma in modo meno che proporzionale.
Quindi il porta a porta non è un mantra assoluto?
No, come detto durante il convegno anche dagli stessi rappresentanti degli enti locali, i sistemi di raccolta devono essere adeguati ai diversi contesti territoriali. Il porta a porta funziona bene in certi contesti (comunità medio piccole con abitazioni monofamiliari) e meno bene in altri, in particolare nelle aree urbane complesse, ad alta densità abitativa e a forte presenza di pendolari, turisti e city users. I sistemi di raccolta vanno ottimizzati in base alle caratteristiche del territorio, e anche calibrati sui modelli comportamentali degli utenti: un aspetto, quest’ultimo, che merita di essere meglio indagato.
Anche perché la raccolta differenziata è solo il primo anello di una lunga catena.
Ha centrato un punto fondamentale. Da molti anni l’UE prevede che i target riguardino il riciclo effettivo e non la sola raccolta differenziata; eppure, i piani regionali continuano a focalizzarsi solo sulla raccolta, come se a valle di questa i rifiuti scomparissero. Va anche considerato che tra lo smaltimento e il riciclo c’è una vasta zona grigia di “recupero di materia”, come l’utilizzo della FOS per copertura discarica o il recupero delle ceneri di incenerimento e degli scarti della selezione nei materiali per costruzioni.
ATO SUD è l’unico territorio toscano che ha autosufficienza impiantistica per chiudere il ciclo, ma così aumenta i costi di smaltimento.
Prima di tutto ATO SUD ha impianti di incenerimento e recupero di energia, addirittura ne ha ampliato uno (Arezzo) mentre in altri territori inceneritori sono stati chiusi in modo irresponsabile. Incenerire costa di più che andare in discarica, ma la gerarchia europea è chiara nel disincentivare (adesso anche con un limite massimo) questa tecnologia di smaltimento. Inoltre, i costi della discarica sono bassi solo se ci si limita al costo industriale. Questo però non incorpora le componenti di costo esterno e la crescente scarsità di siti ove realizzare nuove discariche. Questo problema è ormai endemico al Nord, dove i siti sono sempre più rari e realizzare nuovi impianti è difficilissimo.
Quindi bene ha fatto ATO SUD a sviluppare la sua capacità di termovalorizzazione già da molti anni, grazie ad amministratori coraggiosi e pragmatici. L’inceneritore di Arezzo ho visto dai dati presentati che non costa molto, 142 euro tonnellata nel 2027.
Molti studi, compresi quelli da me realizzati, mostrano che il recupero energetico può costare anche molto meno, sfruttando al meglio le economie di scala, la cogenerazione di energia elettrica e calore. La fase intermedia del TMB consente maggiore flessibilità nella destinazione del secco, ma aggiunge una fase intermedia (che da sola costa intorno ai 50-60 €/t).
Per realizzare impianti di bacino alle scale adeguate serve però un coraggio che molte amministrazioni regionali non hanno. Pur di non pronunciare nemmeno la parola tabù che politici e cittadini non vogliono nemmeno sentir nominare, ci si avventura in tecnologie avveniristiche non sperimentate che rischiano di costare molto e di funzionare male. A cominciare dalle “combustioni senza fiamma” e dal “riciclo chimico”, che sono tecnologie promettenti e meritevoli di essere testate anche alla scala industriale, ma al momento sono piene di incognite soprattutto se si pensa di utilizzarle per la gestione del rifiuto residuo.
ATO SUD ha una configurazione particolare in cui il gestore del servizio non gestisce impianti, che ne pensa?
Il settore rifiuti urbani sta assumendo configurazioni sempre più complesse e il market design è in costante evoluzione. Questo comporta una certa elasticità dei modelli locali di gestione. ATO SUD ne ha scelto uno chiaro: disintegrazione verticale, ma regolazione degli impianti a valle. Un modello interessante, specie in un territorio poco denso e con una forte vocazione turistica, dove il gestore della raccolta deve affrontare sfide organizzative e gestionali specifiche. In fondo questo schema ha garantito l’autosufficienza impiantistica del territorio, garantendo una certa “sicurezza” al gestore della raccolta, come destinazione finale dei vari flussi.
Mi lasci aggiungere che un sistema di gestione deve necessariamente garantire la “chiusura del cerchio” a valle, anche se non necessariamente ciò significa autosufficienza territoriale. In un mondo globalizzato, importiamo energia, manufatti, cibo. Possiamo “importare” anche servizi di trattamento rifiuti da impianti collocati in altri territori, quello che conta è che il gestore disponga di soluzioni adeguate in una logica di medio-lungo termine, anche attraverso il mercato. Il principio di autosufficienza è stato una risposta adeguata in una fase storica in cui nessuno voleva realizzare gli impianti, e quindi ogni territorio andava responsabilizzato per trattare almeno i propri rifiuti. Con lo sviluppo del mercato e un’adeguata dotazione di impianti questo vincolo può essere senz’altro allentato se non rimosso del tutto.
Quali conclusioni trae dalla lettura dello studio?
Il settore rifiuti urbani sta diventando sempre più “capital intensive” come si vede dai dati e questa è una buona notizia. Quindi serve un approccio sempre più industriale a questo servizio. Il caso ATO SUD lo dimostra con chiarezza: l’attivo di un attore industriale vero come IREN ha consentito di avviare un ciclo virtuoso di investimenti, gestione efficiente e approccio industriale, che ha dato i primi risultati in questi 5 anni e ne darà sicuramente altri nei prossimi. Non c’è gestione dei rifiuti ambientalmente sostenibile senza crescita industriale. Il che non significa trascurare l’attore fondamentale di questo particolare servizio: l’utente. Anzi serviranno forme di engagement degli utenti innovative, da qui in avanti. Una cosa che ho visto nel convegno chiesta da tutti anche dalle amministrazioni locali.
Questa tendenza verso la maggiore intensità di capitale sollecita secondo me anche il regolatore a pensare a schemi tariffari adatti a sostenere gli investimenti.





