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Il G8, 25 anni fa

Massa: «Le giornate di Genova cambiarono molte e molti di noi, da allora pensai che la mia vita sarebbe stata dedicata all’Arci»

Intervista al presidente nazionale dell’associazione: «Sono genovese, ricordo quei giorni come una ferita lacerante, profonda. Per la prima volta ho avuto paura delle forze dell’ordine». E poi: «Non abbiamo perso la voglia di cambiarlo veramente questo mondo. E ci ritroviamo qui, 25 anni dopo, non solo con questa convinzione, ma anche con l’idea che il lavoro che stiamo facendo è figlio di quella stagione»
 |  Interviste

Questo mondo non è in vendita. Venticinque anni dopo, le rivendicazioni di quello che venne chiamato il movimento dei movimenti restano attuali: la vita, la terra, il lavoro, l’acqua, la salute, la democrazia non sono merci qualsiasi, non possono essere affidate al cosiddetto ‘mercato’. I ‘no kings’ di oggi che si battono contro i re e le loro guerre, hanno da allora una bussola preziosa per ricordare agli smemorati e ai distratti i principi più elementari e non negoziabili del vivere civile. In quel luglio un caleidoscopio di movimenti piccoli e grandi si unì per dare una risposta ai potenti della terra, come tessere di un puzzle, ogni singolo pezzetto andava a comporre un quadro il cui titolo era emblematico: ‘voi G8, noi 6miliardi’. All’epoca Walter Massa, oggi presidente nazionale dell’Arci, non aveva ancora trent’anni. E da genovese le immagini della sua città militarizzata e ridotta a una fortezza sono rimaste indelebili nella sua memoria, così come quella di chiunque sia andato là in quella caldissima estate del 2001.

Intervista

Massa, quello di Genova è stato il tuo battesimo da attivista, in un percorso che ti avrebbe portato alla guida dell’Arci?

«Possiamo sicuramente dire, 25 anni dopo, che Genova è stata una scuola. Anche uno spartiacque, un cambio di stagione che ha segnato la vita delle organizzazioni, e anche molte vite personali. Donne e uomini che hanno lasciato da parte quello che avevano fatto prima di Genova, per intraprendere un cammino di militanza e di attivismo politico e sociale. Se la guardiamo da questo punto di vista sì, Genova mi ha dato la consapevolezza che la mia vita politica sarebbe stata dedicata completamente all’Arci».

‘Un altro mondo è possibile, anzi necessario’, gridavano i manifestanti. Parole che non hanno perso un grammo del loro valore ideale, in un mondo impestato da guerre e dove le disuguaglianze economiche e sociali sono aumentate in misura esponenziale. Cosa vuol dire tenere alta la bandiera della memoria di Genova al giorno d’oggi?

«Significa intanto leggere quella stagione che non partì da Genova, piuttosto arrivò a Genova dopo tutta una serie di iniziative e di manifestazioni. Occorre leggere quella stagione con l’occhio un po’ più distante, ma non distaccato. Lo ripeto, Genova fu comunque uno spartiacque, uno spirito che in parte andò perso, in parte divenne un fiume carsico. Dopo Genova ci fu Firenze con il primo Social forum europeo, dopo Firenze ci furono le più grandi manifestazioni per la pace mai messe in campo dalla società civile. Ricordo bene quell’anno, il 2003. Ma in quello stesso periodo ci fu anche la stagione dei girotondi, dei referendum sull’acqua, dei movimenti in difesa della Costituzione. Tenere alta la bandiera di Genova significa senza dubbio continuare a battersi per ciò che avevamo visto e denunciato allora. E che poi si è realizzato, in una forma così violenta che nemmeno noi potevamo immaginare all’epoca. Oggi significa anche fare il lavoro che portò a Genova, tornare a farlo con grande convinzione, un impegno teso a una larga convergenza, a una grande alleanza, non escludente ma inclusiva, che metta al centro il tema del cambiamento e dell’alternativa. É quello che è mancato in questi anni, e che ha prodotto i risultati che abbiamo sotto i nostri occhi. Secondo me all’epoca avevamo pure individuato quali potevano essere i nostri avversari. Non solo la politica, certamente il grande capitale. Di fronte a quello che accade oggi, la bandiera è tenuta alta dai movimenti, delle organizzazioni sociali e sindacali, anche da una parte della politica, penso ad esempio ai ‘no kings’. Stiamo provando a tenere alta quella bandiera, a portare avanti quell’idea di mondo diverso e possibile».   

Genova fu anche l’esperimento di una repressione capillare e violentissima, cariche delle forze dell’ordine, lacrimogeni poi vietati per la loro nocività, e ancora l’omicidio di un manifestante, Carlo Giuliani, la macelleria messicana alla scuola Diaz e le torture nel carcere di Bolzaneto. Storie indelebili nella memoria collettiva. Come ricordi quei giorni?

«Io sono genovese, ricordo quei giorni come una ferita lacerante, profonda. Per la prima volta nella mia vita ho avuto paura delle forze dell’ordine. Lo dico da ex ragazzo che ha avuto una lunghissima esperienza di stadio (il presidente dell’Arci è un grande tifoso del Genoa, ndr), con una visione particolare dell’operato delle forze dell’ordine. Ma in quei giorni nella mia Genova, in particolare nella notte del 20 luglio, tornando a casa da solo, avevo paura di imbattermi in alcuni di loro. Ricordo questo stato d’animo come qualcosa di agghiacciante, scioccante. In uno Stato democratico, in uno Stato di diritto, avere paura delle forze dell’ordine è una sensazione davvero brutta, terribile. A Genova è stata messa in campo la violenza delle istituzioni. É stata anche la prima sperimentazione dell’utilizzo distorto dei media. Ricordo benissimo dieci giorni prima dell’inizio delle manifestazioni, a partire da quella del 18 dei migranti, i titoli sui giornali nazionali e internazionali. Davano notizia che lo Stato italiano aveva acquistato mille sacche da cadaveri in previsione di chissà quale tumulto. Un uso distorto dell’informazione, che contribuì a creare un clima pesantissimo in città. Genova fu una prova generale, che poi, ahimè, abbiamo visto messa in pratica anche in questi ultimi anni. Penso ai pestaggi degli studenti durante le manifestazioni per la Palestina, più in generale all’idea che il dissenso politico possa essere etichettato come terrorismo. Come spigare altrimenti l’iniziativa del governo americano che richiama 67 paesi del mondo per discutere le forme della repressione del movimento antifascista? Ahimè Genova ha insegnato al potere, al capitale, come reprimere e in qualche modo zittire il dissenso e la richiesta di un’alternativa».     

Ogni anno si torna a Genova. Con nel cuore la frase di Frida Kahlo: non come chi vince sempre, ma come chi non si arrende mai…

«Proprio così. Certo, quel movimento ha fatto anche degli errori. Il più grande fu quello di non costruire un’alleanza, una convergenza, con la politica. Una politica che per altro, in quella stagione, non aveva capito nulla. Compresa quella progressista. Non volle capire. Così diventò doppiamente difficile per noi trasformare le nostre analisi, le nostre intuizioni, le nostre proposte in una percezione collettiva nella vita quotidiana delle persone. Possiamo però dire che anche se abbiamo perso quella battaglia, perché fummo massacrati in piazza, e anche nelle aule di tribunale, non abbiamo perso la voglia di cambiarlo veramente questo mondo. E ci ritroviamo a Genova, 25 anni dopo, non solo con questa convinzione ma anche con l’idea che il lavoro che stiamo facendo è figlio di quella stagione».  

Frida Nacinovich

Frida Nacinovich (Pisa, 1971). Giornalista professionista, inizia l’attività nel 1995 collaborando con i quotidiani Liberazione e il manifesto, nel 1998 viene assunta a Liberazione, diretta da Sandro Curzi. Inviata parlamentare, vincitrice del premio Sulmona nel 2000, è stata coautrice del libro “Ditelo a Sparta” (Graphos) sulla guerra nei Balcani; di “Una finestra al quarto piano” (Ediesse), con Franco Garufi e Andrea Montagni; e de “Le cinque bandiere – 1967-2013” (Punto Rosso), ancora con Montagni. Collabora con la Rai e con Sky in televisione. Dal 2014 al 2017 è assistente politica dell’europarlamentare Curzio Maltese (Gue/Ngl) a Strasburgo e Bruxelles. Nel 2018 esce “Con parole loro. L’amore per il lavoro nella tempesta del postfordismo”, Ediesse collana Materiali, più di cento voci per lanciare anche un messaggio d’amore al lavoro, faticoso, stressante, troppo spesso malpagato e precario, ma che fa parte della vita di ciascuno di noi. Nel 2022 arriva “Il mondo è servito. Persone e ricette che migrano”, LiberEtà, undici storie di migrazione nelle quali i ricordi e la nostalgia del paese di origine si materializzano in una ricetta, nei sapori e negli odori di un piatto. Insieme ai cammini, ai viaggi della speranza, lungo i binari e in mezzo al mare, le ricette arrivano qui grazie a chi poi ce ne fa dono. Perché ovunque si cucinino le pietanze imparate dai genitori, lì c’è casa. È notista politica del mensile telematico ‘Reds’ della Filcams Cgil, e sul bisettimanale della Cgil ‘Sinistra sindacale’ (www.sinistrasindacale.it), continua a raccontare il lavoro nell’epoca della crisi, e in un mondo infestato da guerre permanenti dà spazio alle voci di pace, quelle di chi dice ‘no’ alle armi.