
Ex Ilva, la Corte d’Appello conferma il blocco. Ma spegnere Taranto è un rischio geopolitico per l’Italia

Il futuro dell’ex Ilva di Taranto non è solo una complessa partita economico-occupazionale, ma una questione di sicurezza nazionale. La possibile chiusura dell’area a caldo solleva allarmi sulla vulnerabilità industriale dell’Italia in uno scenario globale sempre più frammentato. Ne parliamo con Andrea Colli, professore di Storia dell’industria all’Università Bocconi, per capire cosa rischia davvero il sistema Paese se dovesse rinunciare alla sua produzione primaria di acciaio.
AGGIORNAMENTO ORE 13.
La decisione della Corte d’Appello di Milano ha sancito il punto di non ritorno per la siderurgia nazionale: l'istanza di sospensiva è stata respinta, confermando definitivamente che lo stop dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto dovrà scattare entro il 28 ottobre 2026. I giudici hanno messo nero su bianco un principio invalicabile: la tutela della salute dei cittadini prevale sulle esigenze della produzione industriale.
Si apre ora una corsa contro il tempo disperata e drammatica. I legali dell'azienda hanno già presentato ricorso in Cassazione, ma i tempi tecnici per una pronuncia sono ormai troppo stretti rispetto alla imminente scadenza di ottobre. Sul fronte strutturale l'ostacolo è insormontabile: la sentenza impone una bonifica totale dell'amianto ancora presente negli impianti, un macro-intervento che richiede in ogni caso il fermo prolungato dei macchinari. L'unica carta politica residua per evitare la paralisi sarebbe un decreto d'urgenza del Governo, una mossa ad altissimo rischio che verrebbe quasi certamente bocciata per incostituzionalità, avendo la magistratura blindato il diritto alla salute come prioritario.
Intervista
Professore, lei ha sottolineato che fermare l’area a caldo di Taranto esporrebbe l’Italia a forti vulnerabilità geopolitiche. Quali settori industriali chiave rischierebbero il blocco e da quali mercati esteri diventeremmo pericolosamente dipendenti per l’approvvigionamento di acciaio?
Un tempo le avrei detto senza esitazione “innanzitutto il settore automobilistico”, cosa, che nell’attuale fase storica non è più menzionabile, date le difficolta in cui si dibatte non tanto l’industria automobilistica nazionale (oramai pressoché inesistente) ma l’intero settore a livello Europeo. Eppure di acciaio c’è molto bisogno. Penso innanzitutto al settore delle grandi realizzazioni infrastrutturali, in particolare nel campo dei trasporti. Come noto. La rete ferroviaria, quella autostradale necessitano non solo di ampliamenti, ma anche di manutenzione e ammodernamenti, per cui l’acciaio risulta elemento imprescindibile – senza andare a toccare la controversa questione del Ponte sullo Stretto.
In secondo luogo siamo, purtroppo, in una fase storica in cui a livello globale le medie e grandi potenze vanno intraprendendo politiche di riarmo via via sempre più aggressive. L’industria globale degli armamenti è in fermento, compresa quella europea. La disponibilità di acciaio cessa, in questa prospettiva, di essere un qualcosa che si può lasciare tranquillamente dipendere dalla mano invisibile dei mercati. Le mani sono invece molto visibili, e sono quelle in grado di distorcere i mercati in funzione strategico-politica. Acquistare l’acciaio per produrre armamenti facendo leva esclusivamente sul mercato internazionale è una mossa azzardata, magari non nel breve periodo, ma sicuramente nel medio-lungo termine. Né, beninteso, vanno dimenticati gli stabilimenti di seconde lavorazioni a freddo che oggi producono derivati dall’acciaio prodotto a Taranto. Tra tutti, uno, non irrilevante per l’Italia, ovvero la cantieristica navale.
Spesso il dibattito pubblico si concentra esclusivamente sull’impatto ambientale della fabbrica. Tuttavia, gli investimenti della gestione straordinaria hanno cercato di allineare lo stabilimento a standard europei competitivi. Perché si fatica a riconoscere questo sforzo di modernizzazione ecologica nel racconto collettivo sull’Ilva?
Credo che la risposta a questa domanda vada cercata in parte in una sorta di “path dependence”, ovverossia di attaccamento a logiche e dinamiche del passato, ma anche in una certa inadeguatezza del sistema politico-istituzionale nel comunicare quanto sia stato effettivamente fatto, nel corso degli ultimi anni, da parte della gestione straordinaria che si è sostituita ai gestori del passato, che in effetti non hanno contribuito molto (o forse nulla) allo sforzo di modernizzazione. L’area a caldo dell’impianto tarantino risponde oggi a standard internazionali tra i più elevati. Ciò, tuttavia, non può cancellare il fatto che nel passato, la realizzazione degli impianti sia stata effettuata senza tenere in particolare considerazione agli aspetti di sostenibilità ambientale in senso lato. Ora, ci troviamo in una situazione in cui i comitati dei cittadini lamentano (giustamente) i problemi generati dal passato; e nello stesso tempo, non sono ancora visibili i potenziali vantaggi, anche ecologici, di un’area allineata ai più avanzati standard globali.
Guardando alla storia economica del nostro Paese, lo Stato ha sempre avuto un ruolo centrale nella siderurgia. Oggi, di fronte alla crisi della globalizzazione, una nazionalizzazione temporanea o un forte controllo pubblico sono l’unica via per salvare l’acciaio italiano, o esistono alternative di mercato credibili?
Questo è un Paese in cui i problemi del sistema industriale privato, di qualunque natura (sovraoccupazione, inefficienza, bassa redditività, persino difficoltà nelle transizioni generazionali) sono stati sbrigativamente risolti attraverso lo strumento della nazionalizzazione e dell’intervento straordinario pubblico più ingenerale. Indubbiamente, qualche decennio fa questa sarebbe stata la soluzione più semplice da applicare. Una statizzazione dello stabilimento avrebbe avuto come principale giustificazione la tutela di una filiera occupazionale che include non solo Taranto, ma anche altri stabilimenti sparsi per la penisola.
Oggi le condizioni sono del tutto diverse. Nonostante Taranto sia uno dei pochi poli produttivi “a caldo” esistenti nell’ambito UE, un suo sostegno pubblico sarebbe inevitabilmente soggetto allo scrutinio delle istituzioni europee, che non è detto che agiscano sulla base di considerazioni di natura “strategica” del tipo di quelle anticipate in precedenza. E comunque, una eventuale nazionalizzazione implicherebbe un intenso lavoro di lobbying da parte della politica Italiana presso Bruxelles. Le alternative di mercato credibili sono come noto due. Lo spegnimento dell’area a caldo e la cessione di quella a freddo a imprenditori italiani che ne hanno ipotizzata la rilevazione – e in questo caso si ricadrebbe nel problema strategico di cui sopra. Oppure l’ennesimo tentativo di affidarsi a un intervento straniero per continuare a produrre acciaio grezzo d’altoforno, nella speranza (non so quanto realistica) che vengano meno gli attuali dubi sulla redditività e sostenibilità dell’impianto pugliese.





