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Intervista a Daniela Luise (AsviS e Coordinamento delle Agende 21 locali Italiane)

I contratti climatici come leva per portare 9 città italiane a emissioni nette zero tra 4 anni

«Sono state scelte dalla Commissione europea per la “Missione neutralità climatica”. Forse non tutte riusciranno a raggiungere il risultato in così poco tempo, ma stanno procedendo con grande impegno»
 |  Interviste

Nove città italiane, un obiettivo: raggiungere la neutralità climatica entro il 2030. A quattro anni dalla selezione per la Missione Ue verso le emissioni nette zero, Bergamo, Bologna, Firenze, Milano, Padova, Parma, Prato, Roma e Torino sono alle prese con il passaggio più complesso: trasformare piani e obiettivi in interventi concreti e investimenti. A raccontare questo percorso, in cui la transizione climatica prende forma dai progetti delle città, è il Quaderno dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS) presentato oggi a Bologna, per fare il punto sui progressi compiuti, i progetti avviati e le barriere che ancora ostacolano la transizione entro il 2030. Ne abbiamo parlato con Daniela Luise, del Gruppo di lavoro 11 “Città sostenibile” ASviS e direttrice del Coordinamento Agende 21 locali italiane.

Intervista

A livello Ue le emissioni sono calate del 35,6% rispetto al 1990, mentre l’Italia è più indietro (-30%). L’obiettivo net zero è necessario quanto sfidante e le nove città prese in esame mirano a raggiungerlo tra appena 4 anni: a che punto sono?

In effetti, il valore medio per l’Italia è quello citato, ma le nove città partono da dati superiori e proprio per questo sono state scelte dalla Commissione europea per la “Missione neutralità climatica”. Forse non tutte riusciranno a raggiungere il risultato in così poco tempo, ma stanno procedendo con grande impegno, attivando anche interventi che coinvolgono i cittadini e le imprese. Solo con la collaborazione di tutti questi, infatti, possono essere raggiunti importanti risultati.

A livello nazionale uno dei dati più critici è quello dei trasporti, dove le emissioni sono addirittura cresciute dell’8% rispetto al 1990. Per diffondere la mobilità elettrica occorrono punti di ricarica pubblici e i Comuni potrebbero realizzarli all’interno dei lampioni stradali mettendo a frutto le reti di proprietà cittadina: cosa ne pensa? Ci sono casi virtuosi in tal senso nelle città della Missione Ue?

Le nove città hanno previsto nei Climate city contract (Ccc) molti interventi che hanno come obiettivo la transizione della mobilità urbana. Puntano su diversi tipi di azioni: promozione dei mezzi elettrici, rinnovare il trasporto collettivo e complessivamente sull’elettrificazione della mobilità. Stanno sicuramente agendo anche sulla rete dell’illuminazione pubblica e sulla produzione di energia rinnovabile, non mi risulta che ci siano progetti al momento specifici rispetto all’utilizzo dei lampioni come punti di ricarica, ma i Ccc sono dei documenti aperti e aggiornabili, i progetti previsti possono quindi essere modificati adattandoli alle nuove tecnologie disponibili.

Le Comunità energetiche rappresentano un elemento fondamentale per legare gli impianti rinnovabili alle comunità, eppure su 5 GW incentivabili dal Pnrr il Gse informa che il dato è fermo a 1,7 GW. Cosa non ha funzionato, e come recuperare il tempo perduto?

Tutte le città italiane stanno lavorando per l’attivazione delle Cer e sono quindi previste anche nelle attività delle nove città. I problemi riguardano i pesanti ritardi e i colli di bottiglia amministrativi nella gestione delle pratiche da parte del Gse e la normativa che ha continuato a cambiare. Rispetto alle opportunità del Pnrr le criticità sono dovute alla mancata validazione o alla modifica di impianti, con migliaia di istanze in stallo e sportelli sotto pressione. Tutte le nove città hanno progetti che riguardano l’attivazione di Cer nel proprio territorio.

A livello nazionale non c’è nessun fondo – al contrario dei 6 mln di euro stanziati solo in quest’anno dal Governo per il nucleare – destinato ad alimentare una corretta informazione sulle rinnovabili, e anche per questo si moltiplicano le sindromi Nimby e Nimto sui territori. Le città potrebbero fare di più sulla comunicazione?

Le città hanno avviato piani di comunicazione rilevanti, in particolare sulle rinnovabili e sulla riqualificazione energetica degli edifici privati ed industriali e sul contributo che possono dare nella riduzione delle emissioni climalteranti. Le nove città hanno anche attivato Sportelli informativi (One stop shop) che non si limitano ad informare, ma tendono a dare un servizio di promozione e motivazione ai privati verso la riqualificazione energetica degli edifici. Ulteriori informazioni sono disponibili nel Quaderno.

Le Amministrazioni comunali delle nove città hanno in mano le redini di alcune tra le maggiori utility nazionali. Potrebbe essere una leva per avvicinare l’economicità della transizione energetica alle tasche dei cittadini, ed eventualmente come?

I Ccc sono dei “contratti climatici” che vedono il coinvolgimento anche delle utility come soggetti che collaborano al raggiungimento degli obiettivi di neutralità climatica. Le utility hanno le competenze tecniche per promuovere ed attuare la transizione energetica nei territori, e rappresentano una leva straordinaria e concreta per trasferire i vantaggi economici della transizione energetica direttamente ai cittadini, contrastando al contempo la povertà energetica, e alle imprese. La tipologia di collaborazione è diversa in ogni città: in alcuni casi gestiscono estese reti di teleriscaldamento, il cui ampliamento è previsto nel Ccc, in altri possono avere un ruolo importante nell’attivazione e finanziamento delle Cer o possono intervenire nella riqualificazione degli edifici residenziali pubblici, oltre che nella mobilità sostenibile

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.