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Le orche sono cannibali? Probabilmente sì, ma non ne sono consapevoli

La scoperta di pinne di orche strappate a morsi indicano il cannibalismo, ma orche residenti e migratrici potrebbero non riconoscersi come appartenenti alla stessa specie
 |  Natura e biodiversità

Nel 2022, Sergey Fomin del Dipartimento regionale della Kamchatka dell’Istituto Pacifico di Geigrafia della Russia, fece una scoperta straordinaria sull'isola di Bering, al largo della costa pacifica della Russia: una pinna di orca mozzata, segnata dai denti di un'altra orca. Nel 2024 fece un'altra scoperta dello stesso tipo. Le due pinne di orche mozzate ea rano state trovate a due chilometri di distanza l’una dall’altra.

Quando Olga Filatova, una cetologa dell'Università della Syddansk Universitet danese (SDU) ricevette le foto da Fomin, che collabora con lei da molto tempo, non ha avuto dubbi: «Un'orca aveva affondato i denti in un'altra orca, divorandola». Ma se questo potesse essere definito cannibalismo è meno certo.

Come spiegano alla SDU, «Per definizione, il cannibalismo si verifica quando un animale mangia un membro della propria specie. Nella tassonomia ufficiale, esiste una sola specie di orca: l'Orcinus orca, pertanto, il comportamento è classificabile come cannibalismo». Ma la Filatova, una biologa che fa parte anche del Climate Cluster della SDU, fa notare che «Nel mondo reale, le orche sono così diverse tra loro che molti ricercatori sostengono che dovrebbero essere divise in diverse sottospecie. Vivono in gruppi isolati l'uno dall'altro, non socializzano tra gruppi diversi e non si riproducono tra loro. Questo è vero anche in questo caso, e le orche cacciatrici molto probabilmente non percepiscono gli esemplari di cui si nutrono come appartenenti alla propria specie».

Insieme a Fomin e a Ivan Fedutin, che conduce ricerche sia per il Dipartimento di Biologia della SDU che al Fjord&Bælt a Kerteminde, in Danimarca, ha pubblicato su Marine Mammal Science lo studio “Predation by Mammal-Eating Bigg's Killer Whales (Orcinus orca rectipinnus) May Shape the Unique Social Structure of “Resident” Fish-Eating Killer Whales (O. o. ater) in the North Pacific” che esamina le due pinne e ipotizza su cosa possa significare la loro scoperta.

I ricercatori non escludono che le pinne provengano da carcasse e che gli animali siano morti per altre cause prima di essere mangiati, ma aggiungono: «Tuttavia, poiché le orche morte di solito affondano molto rapidamente e diventano inaccessibili, la caccia attiva è la spiegazione più probabile». Inoltre, ritengono improbabile che le ferite siano state causate da una "semplice" aggressione: «Le orche cacciatrici mangiano sempre gli animali che uccidono, lasciando in genere solo poche parti a basso contenuto energetico, come le pinne» e la Filatova aggiunge che «Se si trattasse solo di aggressione, non si prenderebbero la briga di strappare la pinna».

Nell'area in cui sono state rinvenute le pinne, vivono gruppi di orche residenti (Orcinus orca ater) che si nutrono di pesce e sono caratterizzati da una struttura familiare eccezionalmente forte: «Ogni famiglia - raccontano alla SDU - è guidata da una femmina e può comprendere fino a quattro generazioni di discendenti. Sia i figli maschi che le figlie femmine rimangono con il gruppo della madre per tutta la vita, allontanandosi solo per poche ore per accoppiarsi prima di tornare».

Ma la stessa area dell’oceano Pacifico settentrionale ospitano anche gruppi di orche migratrici (Orcinus orca rectipinnus) che vivono in unità sociali più piccole e disomogenee e cacciano altri mammiferi marini come foche, leoni marini, focene e altri cetacei. Sebbene i due tipi di orche vivano nella stessa area e – almeno tassonomicamente – appartengano alla stessa specie, non si mescolano mai e la Filatova è convinta che «Quasi certamente non si percepiscono come appartenenti alla stessa specie. Per i gruppi di passaggio, le orche residenti sono semplicemente prede. Per le residenti, le conseguenze di questa percezione sono sanguinose e talvolta fatali. Molto probabilmente, questa pressione predatoria le ha costrette a sviluppare la loro particolare struttura familiare molto unita, nella quale si proteggono a vicenda e quindi aumentano le loro possibilità di sopravvivenza».

Quella che sta dietro quelle pinne mozzate delle orche dell’estremo oriente russo è una storia evolutiva e climatica che ci porta indietro nel tempo: «Potrebbero essere trascorsi centinaia di migliaia di anni da quando residenti e migratrici si incontrarono per la prima volta vicino all'isola di Bering e da quando emerse la necessità di formare famiglie forti – spiegano ancora gli scienziati – La prime migratrici arrivarono dall'Atlantico quando le acque si liberarono dai ghiacci e colonizzarono la zona. Erano già lì quando le residenti vi si insediarono in seguito. A quel punto, le migratrici erano già predatori specializzati di mammiferi marini».

Secondo la Filatova, «Stiamo assistendo a un processo evolutivo: questi due gruppi, che non si mescolano mai, stanno diventando sempre più distinti. A un certo punto, saranno così diversi che diventeranno specie separate». E non sono solo questi due gruppi ad essere sottospecie distinte: in tutto il mondo, le orche sono molto diverse: alcune si nutrono quasi esclusivamente di balenottere minori, altre principalmente di foche, merluzzi antartici, tonni, pinguini o squali. Alcune vivono lungo le coste, altre esclusivamente in acque aperte, mentre altre ancora non hanno alcun habitat fisso.

Al largo dell'isola di Bering, i membri delle famiglie residenti occasionalmente si disperdono per un'ora o due e cercano contatti con altre famiglie residenti prima di tornare alle proprie. Più famiglie possono riunirsi in grandi raduni, soprattutto per fornire ai giovani - femmine e maschi - l'opportunità di accoppiarsi al di fuori della propria famiglia. Questi raduni possono estendersi per diversi chilometri quadrati. Durante questi eventi, i membri delle famiglie sono più distanti del solito, aumentando il rischio rappresentato dalla caccia esercitata dalle orche migratrici. E uno di questi incontri “nuziali” ebbe luogo pochi giorni prima che Sergey Fomin scoprisse una delle pinne mozzate con i segni dei morsi.

Umberto Mazzantini

Scrive per greenreport.it, dove si occupa soprattutto di biodiversità e politica internazionale, e collabora con La Nuova Ecologia ed ElbaReport. Considerato uno dei maggiori esperti dell’ambiente dell’Arcipelago Toscano, è un punto di riferimento per i media per quanto riguarda la natura e le vicende delle isole toscane. E’ responsabile nazionale Isole Minori di Legambiente e responsabile Mare di Legambiente Toscana. Ex sommozzatore professionista ed ex boscaiolo, ha più volte ricoperto la carica di consigliere e componente della giunta esecutiva del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.