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Il caldo crescente e i suoi effetti sugli habitat forestali

Il futuro della biodiversità italiana al 2100 dipende dagli aspetti a scala locale
 |  Natura e biodiversità
Foto di un faggio (Ph. Gianmaria Bonari)

La relazione tra temperatura e biodiversità è oggi uno dei nodi centrali dell’ecologia, soprattutto in un’epoca segnata da cambiamenti climatici sempre più evidenti. Secondo l’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), la temperatura globale è destinata ad aumentare ulteriormente nei prossimi decenni. Capire come questo fenomeno influenzerà gli ecosistemi naturali è fondamentale al fine di sviluppare strategie di conservazione efficaci. Negli ultimi anni, numerosi studi hanno indagato gli effetti della temperatura a livello continentale o globale, confrontando biomi diversi. E’ meno chiaro, invece, cosa accada a scale spaziali ridotte, dove le dinamiche ecologiche e gli habitat possono variare in modo significativo anche all’interno di uno stesso bioma. A colmare questa lacuna contribuisce un nuovo studio condotto da un gruppo di ricercatori e pubblicato sulla rivista scientifica Global Ecology and Biogeography (https://doi.org/10.1111/geb.70186).

Analizzando diversi habitat forestali (latifoglie e aghifoglie mediterranee sempreverdi, latifoglie temperate decidue, e aghifoglie continentali alpine) distribuite lungo tutta la penisola italiana, i ricercatori hanno integrato dati sulla composizione delle comunità vegetali con informazioni climatiche, topografiche ed edafiche, elaborando scenari sui possibili sviluppi futuri della biodiversità vegetale per il 2081-2100.

“I risultati evidenziano che ogni habitat forestale all’interno di uno stesso bioma risponde in maniera specifica ad un eventuale aumento della temperatura per motivi ecologici diversi. Le foreste in ambienti freddi, come le latifoglie temperate decidue e aghifoglie continentali alpine, potrebbero sperimentare una maggiore ricchezza di specie dovuta dall’arrivo di elementi più termofili. Al contrario, le foreste in ambienti caldi, come latifoglie e aghifoglie mediterranee sempreverdi, potrebbero rischiare una perdita di specie dovuta ad un’intensificazione dell’aridità estiva e quindi, al superamento della loro soglia fisiologica di tolleranza”, sostiene Alessandro Bricca, ricercatore e primo firmatario dello studio, tra l’altro recentemente vincitore del terzo bando Fondo Italiano per la Scienza (FIS-3) con un progetto sullo stato di conservazione delle foreste italiane presso l’Università di Camerino. Lo studio, inoltre, evidenzia anche come “gli effetti del riscaldamento sulla biodiversità non sono affatto localmente uniformi all’interno di uno stesso habitat dal momento che le condizioni topografiche ed edafiche riescono a compensarle o ad intensificarle. Per esempio, in foreste latifoglie temperate decidue esposte a nord, l’aumento delle temperature potrebbe provocare taluni benefici per alcune specie rispetto alle stesse foreste esposte a sud”, sostiene Nicola Alessi ricercatore presso l’ISPRA (Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale) di Roma e co-supervisore dello studio. “Questi risultati hanno importanti e concrete implicazioni per la conservazione: non basta basarsi sulle previsioni climatiche globali, occorre considerare anche le caratteristiche locali e gli habitat.

La forma del terreno e la disponibilità d’acqua possono mitigare o amplificare gli effetti del riscaldamento. In questo contesto emerge con forza anche un altro aspetto cruciale: la gestione degli ecosistemi. Non esistono infatti soluzioni universalmente valide o strategie “globali” applicabili in modo uniforme. La gestione della biodiversità si sviluppa necessariamente su scala locale, dove ogni intervento deve essere calibrato sulle specificità del sito, tenendo conto delle condizioni microclimatiche, del suolo e della struttura del paesaggio”, afferma Gianmaria Bonari, ricercatore di botanica dell’Università di Siena e co-supervisore dello studio. In definitiva, la ricerca invita a guardare oltre le grandi tendenze globali: i meccanismi che regolano la biodiversità forestale si giocano anche, e soprattutto, su scala locale. Terreno, acqua e microclima emergono così come fattori chiave, capaci di determinare il destino delle specie vegetali tanto quanto l’aumento della temperatura globale.

Alessandro Bricca, Nicola Alessi e Gianmaria Bonari

Alessandro Bricca è ecologo della vegetazione presso l’Università di Camerino, dove studia le dinamiche che regolano gli ecosistemi. La sua attività di ricerca spazia dall’ecologia teorica a quella applicata, con l’obiettivo di comprendere come i cambiamenti globali e le pressioni antropiche stiano trasformando la biodiversità vegetale. Nicola Alessi è un ecologo della vegetazione presso l’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale. I suoi interessi scientifici sono la distribuzione della diversità vegetale, l’effetto della variabilità ambientale sugli habitat terrestri e la conservazione della natura. Gianmaria Bonari è un botanico ed ecologo della vegetazione presso l’Università di Siena. I suoi interessi scientifici riguardano la biodiversità e la biologia della conservazione a diverse scale spaziali.