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Alcune fonti di sicurezza marittima hanno annunciato che a bordo dell’imbarcazione si era verificata un’esplosione; nessuna parte in causa si è assunta la paternità dell’attacco

Petroliera russa danneggiata, una chiazza di greggio di quasi 400 chilometri quadrati minaccia le coste dell’Oman

Si moltiplicano gli inquinamenti nel Golfo Persico, bisogna intervenire prima che si consumi l’olocausto della vita marina
 |  Natura e biodiversità

La notizia viene riportata da Reuters ma fa parte di quel tipo di notizie che covano, hanno una lunga fase di gestazione prima di esplodere nella loro potenza e di penetrare come una lama calda nel panetto di burro della public opinion assorbita, almeno in occidente, nel contrastare il caldo esagerato di quest’estate sempre più incalzante, cercando refrigerio nei modi possibili e praticabili: «Una perdita di petrolio greggio da una petroliera arenata vicino a una riserva naturale in Oman ha creato una chiazza che copre quasi 400 chilometri quadrati», un’estensione di per sé assai inquietante. Questa dichiarazione fatta dal governo omanita, ieri, aleggiava nell’aria già da tempo; ne abbiamo dato notizia da queste colonne più volte, avvertendo del grave rischio che corrono gli ecosistemi marini e costieri in ragione delle incombenti catastrofi ambientale dovute all’inquinamento da idrocarburi.

Siamo stati, ahinoi, facili profeti.

Cerchiamo ora di ricostruire i fatti accaduti, basandoci sulle notizie rilanciate dalle agenzie stampa e riprese da diverse testate giornalistiche. L’origine dell’inquinamento in esame risale alla motocisterna “Caroline Bezengi”, lunga 274 metri, con a bordo un carico di greggio pari a circa un milione di barili di petrolio (circa 160.000 metri cubi), di provenienza dalla Russia e diretto in un porto asiatico. Ricordiamo che la petroliera in questione segnala, per la prima volta, difficoltà (l'8 giugno scorso!) a bordo mentre sta navigando al largo delle coste yemenite. Alcune fonti di sicurezza marittima hanno annunciato che a bordo della petroliera si era verificata un'esplosione; rileva, inoltre, segnalare che nessuna parte in causa si è mai assunta la paternità dell’attacco e di rivendicane l’azione compiuta.

Il sultanato dell'Oman - la sua prima dichiarazione ufficiale sull'impatto ambientale prodotto dall’inquinamento in corso - ha dichiarato lunedì (ieri per chi legge) di «voler affrontare il contrasto ed il contenimento dello sversamento di petrolio in prossimità delle isole Hallaniyat», aggiungiamo che si tratta di una riserva naturale creata appositamente intorno a queste isole, riconosciute aree naturali di grande pregio ambientale, in cui vivono diverse specie di fauna selvatica tra le quali emergono, in ordine d’importanza zoologica, le megattere del Mar Arabico e i cormorani di Socotra.

La macchia (oil slick) di petrolio è stato stimato copra quasi 400 km quadrati e le preoccupazioni del governo omanita oltre che per gli aspetti ambientali riguarderebbero anche i possibili negativi aspetti che potrebbero riversarsi sulle infrastrutture presenti nell'area, inclusi alcuni impianti di desalinizzazione e le strutture turistiche.

L’inquinamento rilevato e monitorato dai satelliti, si estende a Nord-Est delle isole e risulterebbe essere ancora distante dalla costa di 4 miglia (circa sette chilometri) dalla costa.

Sotto il profilo tecnico riguardante il contrasto e il contenimento dell’enorme quantitativo di petrolio sversato, si potrebbero fare diverse ipotesi d’intervento; alcune testate riportano la proposta di fare intervenire gli aerei in grado di spruzzare disperdente sulle superfici marine interessate dalla presenza di macchie di greggio. Argomento assai complesso e ambientalmente delicato dal quale ci asteniamo di fare commenti tecnici per mancanza di elementi tecnici per poter valutare obiettivamente e in completa serenità valutare se sussistono le condizioni per intervenire con i disperdenti; ricordiamo, comunque, che si tratta di prodotti chimici che non risolvono il problema alla radice in quanto la loro azione si limita a diluire l’inquinante sulla colonna d’acqua; tuttavia, va rimarcato che sostanzialmente il prodotto inquinante rimarrebbe interamente nella matrice liquida.

In Italia, l’uso dei disperdenti non può avvenire se non dietro autorizzazione ministeriale; a nostra memoria – sufficientemente lunga - non risultano mai essere stati autorizzati l’uso di disperdenti per contrastare gli inquinamenti marini nelle acque territoriali italiane.

L’opzione intervento tradizionale, utilizzando panne galleggianti, skimmers e materiali capaci di assorbire la componente oleosa presente sulla superfice dall’acqua, a nostro modesto avviso, dovrebbe essere quella preferita. Tuttavia, richiamiamo il fatto che l’estensione di un simile inquinamento non può essere lasciato ad un singolo Stato (in questo caso il sultanato dell’Oman) ma dovrebbe essere affrontato mettendo a fattor comune dotazioni tecniche specifiche, expertise e know-how maturati nel settore marine pollution combating nel corso di oltre mezzo secolo d’interventi effettuati nei mari del mondo.

A questo punto, conditio sine qua non è poter disporre di una forza d’intervento antinquinamento internazionale, coordinata da un’entità sovrannazionale in grado di decidere strategie e tempi d’intervento e soprattutto organizzare la necessaria logistica per far fronte alle necessità operative legate alla recovery dei prodotti inquinanti. La macchia si avvicina pericolosamente alla costa e sappiamo bene quanto poi sarà difficile bonificare i tratti di costa investiti dalla marea nera, che continueranno a persistere lungo le coste colpite anche decenni dopo come testimoniano concretamente i casi della Exxon Valdez (1989), Haven (1991), Erika (1999) e Prestige (2002).

Fa riflettere la notizia riportata da John Amos, CEO di SkyTruth, un'organizzazione no-profit che mira a rafforzare la conservazione ambientale attraverso l'uso di immagini satellitari, che ha dichiarato: «Nonostante l’inquinamento marino provocato dall’esplosione fosse in corso da più di due mesi, non si sono registrati segni di attività antinquinamento e/o presenza di imbarcazioni nell’area inquinata che potessero far supporre si stesse predisponendo una risposta operativa per stabilizzare la “Caroline Bezengi” e rimuovere il carico di petrolio rimasto nelle cisterne» naturalmente, questa attività sarebbe stata finalizzata a prevenire lo sversamento catastrofico che, purtroppo, poi puntualmente si è verificato.

A questo punto l’accostamento analogico con la gasiera “Arctic Metagaz” colpita del marzo scorso a Sud di Malta ed incendiatasi in seguito all’esplosione verificatesi (risulta ancora nel Mediterraneo, all’ancora di fronte alla costa libica) e che nessuno ha ancora mosso un dito per il suo recupero e la successiva necessaria bonifica.

Possiamo ritenerci fortunati che a bordo c’era solo gas liquefatto che per la maggior parte è stato restituito all’atmosfera; ci fosse stato crued oil a bordo, adesso staremo ancora misurando il disastro ambientale che si sarebbe abbattuto sulle coste della Sicilia e di Malta. Non possiamo continuare a far finta di non vedere come le attività belliche stiano mettendo a grave rischio l’integrità dei beni naturali che appartengono a tutti: fino a quando potremmo continuare a fare i debiti scongiuri, sperando che la fortuna continui ad assisterci?

Aurelio Caligiore, Ammiraglio Ispettore del Corpo della Guardia Costiera

Da oltre quarant’anni Ufficiale della Marina Militare del Corpo della Guardia Costiera, l’Ammiraglio Ispettore Aurelio Caligiore è da sempre impegnato in attività legate alla tutela dell’ambiente. Nell’ultimo decennio è stato Capo del Reparto ambientale marino delle Capitanerie di Porto (RAM) presso il ministero dell’Ambiente. Attualmente è Commissario presso la Commissione Pnrr-Pniec del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase).