
Ripristino della natura, il Piano nazionale è un fantasma: oggi è atteso in Ue ma resta secretato
Oltre due anni fa in Ue è stata approvata la legge europea sul ripristino della natura, nonostante il voto contrario del Governo Meloni, ed entro oggi tutti gli Stati membri sono chiamati a presentare i propri Piani nazionali di ripristino della natura in bozza – la versione definitiva è attesa entro settembre 2027 –definendo le priorità di ripristino, le misure, i finanziamenti e la governance fino al 2050. L’obiettivo? Entro il 2030 gli Stati membri dovranno avviare interventi per rigenerare almeno il 20% degli ecosistemi degradati, con un orizzonte di pieno recupero al 2050. È una sfida ambiziosa, che richiede visione, pianificazione e investimenti coerenti – anche perché la Commissione Ue stima che ogni euro investito nel ripristino della natura possa generare benefici economici a lungo termine compresi tra 8 e 38 euro, oltre a contribuire a frenare la sesta estinzione di massa in corso a livello globale. Eppure il Piano nazionale italiano, a oggi, è un fantasma: associazioni e cittadini non possono ancora sapere che cosa contenga.
Per questo quattordici organizzazioni ambientaliste chiedono al ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) di pubblicare il testo finale e chiarire quale effetto abbia avuto la consultazione conclusa il 24 giugno.
L’appello è firmato da Apicittadine, Blue Marine Foundation, Centro italiano studi ornitologici, Cipra Italia, Federazione nazionale Pro Natura, Fondazione Capellino, Fondazione Marevivo, Forum nazionale Salviamo il paesaggio-Difendiamo i territori, Lav, Legambiente, Lipu, Slow Food Italia, Worldrise e Wwf Italia.
A oggi, denunciano le associazioni, non risultano pubblicati i contributi ricevuti durante la consultazione, la loro valutazione, l’elenco delle osservazioni accolte o respinte e neppure i criteri adottati per decidere. Mancano dunque gli elementi necessari a verificare se il percorso partecipativo abbia davvero modificato il Piano, nonostante le rassicurazioni su un maggiore coinvolgimento dei portatori d’interesse e delle istituzioni scientifiche.
Il problema non riguarda soltanto il metodo. Senza il testo definitivo è impossibile stabilire se siano rimaste integre le misure proposte per tutelare e ricostruire gli ecosistemi, proprio mentre il Piano passa al vaglio della Commissione europea. Le indicazioni oggi disponibili non sono rassicuranti: in base all’ultima valutazione ASviS, in Italia ben 42% degli ecosistemi è in cattivo stato, mentre nella valutazione intermedia sul Piano realizzata dall’alleanza #RestoreNature a fine 2025 si parlava di «ritardi e inadeguatezze».
Oggi, per le 14 associazioni ambientaliste le preoccupazioni si concentrano soprattutto sugli ambienti urbani. Le quattordici organizzazioni contestano le richieste avanzate dall’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) e riprese dall’Associazione nazionale costruttori edili (Ance), che prevederebbero la cancellazione o la modifica di alcune salvaguardie fondamentali.
Tra le misure a rischio figurano il principio di non riduzione del verde urbano e della copertura arborea, la tutela dei suoli non ancora artificializzati e la sospensione delle trasformazioni capaci di produrre ulteriori perdite. Non essendo disponibile la versione trasmessa a Bruxelles, non è però possibile verificare se e in quale misura queste richieste siano state recepite.
Se le modifiche fossero confermate, avvertono le associazioni, il Piano rischierebbe di trasformarsi in un’altra occasione perduta. Il ripristino della natura dovrebbe invece rafforzare la resilienza degli ecosistemi urbani e agricoli, dei fiumi, dei boschi e degli ambienti marini e costieri davanti agli effetti sempre più evidenti della crisi climatica.
La coalizione chiede quindi alla Commissione europea di esaminare attentamente il documento italiano e di richiamare il Paese al rispetto degli obblighi di partecipazione e trasparenza previsti dal Regolamento europeo sul ripristino della natura.





