Ieri la visita agli impianti Jsw del governatore Rossi e della sottosegretaria Morani

Nelle acciaierie di Piombino si affaccia lo Stato, ma con quale politica industriale?

Rossi: «Abbiamo abbandonato settori dove l'Italia eccelleva e i tentativi di rilancio, anche nella siderurgia, attuati dal capitalismo non sono stati in grado di produrre i risultati attesi»

[11 Giugno 2020]

E alla fine, forse, nelle acciaierie di Piombino arriverà lo Stato. Ma sarà vera gloria? Difficile affermarlo, senza ancora avere un progetto di politica industriale per il comparto siderurgico. Ed essendo il mercato dell’acciaio campo assai minato, con una sovrapproduzione monstre dove l’Asia la fa da padrona, c’è – nonostante l’iniziativa sia notevole e condivisibile – poco da stare allegri.

A Piombino sono intervenuti ieri in tandem il governatore toscano Enrico Rossi e la sottosegretaria del ministero dello Sviluppo economico Alessia Morani, facendo visita alle acciaierie ex Lucchini oggi in mano a Jsw Steel, e tenuto un incontro con il management della società e poi con i sindacati.  “Una presenza dello Stato nei settori strategici dell’industria nazionale – ha detto Rossi – penso che sia necessaria. Se ne discute anche in Europa”.

Alla domanda di un cronista sulla durata dell’annunciato piano industriale ponte che potrebbe essere presentato in queste settimane e su quanto a lungo lo Stato, magari attraverso proprio Cassa depositi e prestiti o in un altro modo, debba rimanere all’interno della compagine societaria delle acciaierie, Rossi ha risposto che “quando uscire sarà qualcosa da valutare successivamente, ma qualche riflessione andrà fatta su come la privatizzazione dei grandi asset pubblici non abbia portato bene al nostro Paese. Abbiamo abbandonato settori – ha aggiunto – dove l’Italia eccelleva e i tentativi di rilancio, anche nella siderurgia, attuati dal capitalismo non sono stati in grado di produrre i risultati attesi”.

Una riflessione condivisibile, di cui ci siamo occupati anni fa e verso la quale anche la Legambiente Val di Cornia aveva sottolineato la necessità di una politica industriale per la siderurgia a livello (almeno) nazionale, ma oggi lo Stato quale idea ha nel merito a parte il non scontato ingresso?  Al momento non si è letto da nessuna parte, mentre invece servirebbe ricostruire l’intera filiera che si è persa negli anni o arranca di brutto: dai fornitori (in primis di rottame, visto che si parla di forni elettrici almeno per Piombino); alla commercializzazione dei prodotti (Piombino è leader nella produzione di rotaie, dunque tema legato anche alla mobilità sostenibile su ferro).

E poi c’è la questione delle questioni: come si gestiscono i rifiuti dell’acciaierie una volta che tutti ci auguriamo torneranno a piano regime? E come la mettiamo con le bonifiche e il risanamento ambientale dell’area, con i 50 milioni di euro promessi per la bonifica della falda nel 2014 che non sono mai arrivati? Quando Piombino tornerà a colare acciaio, anche da scarti (forno elettrico), questo significa che ci saranno centinaia di migliaia di tonnellate di nuovi rifiuti da gestire (riciclare e smaltire in sicurezza), oltre alla marea già presente che ancora non si è gestita.

Della parte ambientale Rossi ha affrontato solo l’altro tema, quella della riconversione dell’impianto: “Le risorse del Just Transition Fund sono lì a disposizione per la riconversione ecologico della produzione dell’acciaio. Lo ha detto anche Timmermans. E produzione verde e pulita vuol dire forni elettrici“.

“Il forno elettrico non è uscito dai nostro radar” ha quindi tranquillizzato la sottosegretaria Alessia Morani, che ha ricordato anche i 100 milioni che fino ad oggi Governo e Regione hanno messo sul tavolo per il rilancio del polo produttivo. E il punto è proprio quello: la produzione autonoma di acciaio. Senza, anche per i sindacati, non ci può essere futuro per Piombino. “E’ un investimento, non il solo, fondamentale e strategico per il rilancio dell’economia della città”, ha ribadito Rossi.

Il 23 aprile 2014, ricorda una nota della Regione, le acciaierie hanno spento l’altoforno. Pochi anni prima i russi, da poco subentrati, avevano lasciato la guida della società, che ancora oggi conta 1800 dipendenti diretti, che lavorano a rotazione tre o quattrocento per volta, ma che, con l’indotto e le maestranze di altre aziende, arrivano almeno a quota 5000.

Ma con una produzione autonoma, nuovi laminatoi, la logistica e gli investimenti fatti sul porto che possiede fondali di venti metri Piombino può essere ancora competitiva. Soprattutto per la produzione di rotaie, che ancora si vendono bene e c’è domanda e visto che è l’unico impianto in Italia in grado di farle.

Lo ribadisce anche il consigliere regionale (e a suo tempo sindaco della città) Gianni Anselmi. Bene dunque l’iniezione di liquidità, per superare la fase difficile. Bene, dice il consigliere regionale, il piano ponte. “Ma deve portare – sottolinea – al forno elettrico: quello deve rimanere l’orizzonte”.  E reclama il mantenimento di tutti gli impegni assunti da parte dell’azienda.

La pensa allo stesso modo anche la sottosegretaria Morani: “L’impegno di Cassa depositi e prestiti – chiarisce – sarà proporzionale e andrà di pari passo rispetto agli impegni della società e il traguardo rimane la ripresa della produzione d’acciaio”.