
Senza impianti rinnovabili non si difende neanche il paesaggio, eppure in Italia rallentano

Nell’ultimo anno in Europa è arrivata più elettricità da sole e vento che dai combustibili fossili, a livello globale le rinnovabili hanno superato il carbone e quest’anno il solo fotovoltaico scavalcherà il nucleare, mentre in Italia – dove abbiamo speso 46 miliardi di euro per l’import di gas e petrolio – è rallentata sia la crescita delle installazioni (-3,9%) sia la produzione di elettricità pulita (-2,3%), a causa di un micidiale mix tra disinformazione e ostacoli normativi che non accennano ancora a diminuire, come denunciato ieri dall’Associazione nazionale energia del vento (Anev).
Snocciolando i motivi sul fronte normativo, Anev mette in fila «i ritardi nell’attuazione delle direttive europee, manca ancora il Decreto Fer X che deve definire le procedure di Asta per le rinnovabili dal 2026 al 2030 e il Fer2 per le aste delle rinnovabili non ancora tecnologicamente mature; i passi indietro sulle semplificazioni amministrative col nuovo decreto Aree idonee che compromette alcuni procedimenti in corso e soprattutto castra quelli nuovi; i rischi del dl Bollette (recentemente denunciati anche dal vicepresidente Finco, Agostino Re Rebaudengo, ndr) dove si paventano azioni retroattive e una riorganizzazione delle connessioni che rischia di bloccare tutto per alcuni anni a venire…il tutto in un contesto nel quale un procedimento autorizzativo che dovrebbe durare meno di 2 anni nella realtà ne dura 3 per il fotovoltaico e addirittura oltre 5 per l’eolico».
Come esempio di disinformazione, Anev cita da ultimo il servizio del Tg5 su tre progetti eolici in tre regioni diverse, in cui è stato affermato che gli stessi avrebbero distrutto una montagna, una comunità e tutto l’ambiente circostante, che si sarebbe perso il paesaggio e la possibilità di fare la transumanza oltre ad avanzare dubbi sugli ancoraggi di quello off-shore.
«Tutti i progetti eolici, compresi quelli richiamati – commenta nel merito l’Anev – devono procedere attraverso processi amministrativi che ne certifichino la compatibilità con il territorio, il paesaggio, l’ambiente, i beni culturali ecc. affrontando lunghe e complesse procedure di Valutazione di impatto ambientale che impongono, in casi di impatti del progetto rispetto a elementi da tutelare, modifiche allo stesso onde scongiurare ogni tipo di impatto. Solo l’aumento della produzione di energia rinnovabile può invertire i mutamenti climatici in corso e quindi combattere la perdita di paesaggio, ambiente e territorio, oltre che della biodiversità. Il paesaggio non è immutabile e le minacce più rilevanti oggi non derivano dall’eolico, ma dagli effetti concreti del cambiamento climatico e dall’abbandono delle aree interne. Ignorare questo contesto rende il dibattito sulla tutela paesaggistica incompleto. Affrontare la questione energetica significa anche assumersi la responsabilità di proteggere il territorio e la biodiversità nel medio e lungo periodo. È indispensabile un’azione di coordinamento delle politiche di supporto alla transizione energetica che veda anche una campagna per la corretta informazione sui temi energetici e un maggiore diritto di tribuna per gli esperti del settore».
Su questo fronte però il Governo Meloni sta andando in direzione opposta, decidendo di quadruplicare per l’anno in corso gli investimenti pubblici sull’informazione pro-nucleare, senza stanziare un euro per quella sulle rinnovabili.
Sulla stessa linea dell’Anev si schiera Alessandro Migliorini, country manager di European energy Italia – cui fa capo l’impianto eolico Ferriere, tra quelli citati dal Tg5 –, ricordando che «in Italia, ad oggi, l’autorizzazione di un impianto di energia rinnovabile che sia eolico o fotovoltaico o agrivoltaico coinvolge: Stato (ministero dell’Ambiente, ministero della Cultura) Regioni, Province, Comuni, Soprintendenze e molti altri Enti. Questa sovrapposizione di competenze genera tempi autorizzativi molto lunghi, elevata incertezza per gli investitori, forte discrezionalità locale. Molte Regioni hanno introdotto limiti territoriali molto estesi alle aree idonee individuate dal governo centrale, distanze minime elevate da centri abitati o beni tutelati: si tratta di moratorie di fatto mascherate. Spesso queste scelte rispondono più ad approcci ideologici o pressioni elettorali locali che a valutazioni energetiche nazionali da cui deriva un conflitto strutturale tra interesse nazionale alla decarbonizzazione e sicurezza energetica e interesse locale fatto di consenso, tutela paesaggistica, opposizione visiva.
Di certo l'Italia possiede un patrimonio paesaggistico unico, ma ogni infrastruttura energetica (centrali, dighe, elettrodotti) ha sempre modificato il territorio e bloccare l’eolico non elimina l'impatto ambientale, sposta semplicemente la produzione di energia e investimenti all’estero e renderà l'Italia sempre più dipendente dalle fossili con le ovvie e naturali conseguenze in termini di emissioni e costi in bolletta. Quindi il dilemma reale è questo: preferiamo qualche turbina visibile o una dipendenza strutturale da gas e petrolio importati? Il punto politico ma anche energetico chiave è questo, se l’energia è un tema di sicurezza nazionale, allora le decisioni strategiche dovrebbero essere prevalentemente centrali».
Se il quadro normativo non può che essere nazionale per risultare coerente ed efficace lungo tutto lo Stivale, non c’è transizione ecologica senza coinvolgimento delle popolazioni locali, a partire da processi partecipativi e dall’uso intelligente delle risorse già oggi previste dalla normativa: per legge le compensazioni economiche relative all’installazione non possono superare il 3% dei proventi derivanti dalla valorizzazione dell’energia elettrica prodotta annualmente dall’impianto, una norma certamente migliorabile ma che offre già importanti margini per garantire vantaggi alla popolazione locale – e non solo al sistema-Paese – dalla produzione di energia pulita.





