
Soldi alle centrali più inquinanti e obblighi per il Pentagono: Trump si autoproclama «Campione del carbone»

Con una cerimonia mandata in diretta streaming sul canale Youtube della Casa Bianca, Donald Trump si è autoproclamato «Campione del carbone». E come dargli torto. Primo, perché ora sulla sua scrivania può sfoggiare un trofeo a forma di minatore con l’iscrizione «Undisputed Champion of Beautiful Clean Coal» («Campione indiscusso del carbone pulito e bello», sic!) consegnatagli dal ceo della Peabody energy (la più grande azienda al mondo produttrice di carbone) Jim Grech. E, secondo, perché circondato da minatori in divisa e caschi protettivi fatti venire per l’occasione a favore di telecamere nella sontuosa East Room, il presidente americano ha approfittato di questo evento dal titolo “The Champion of coal” per firmare un paio di atti che fanno compiere agli Stati Uniti ulteriori passi indietro nell’ambito delle politiche della tutela dell’ambiente e del contrasto alla crisi climatica.
Innanzitutto, Trump ha ordinato al dipartimento della Difesa di stipulare contratti a lungo termine per l’acquisto di energia elettrica generata esclusivamente da centrali a carbone. Il motivo di questa decisione, ha spiegato, è che il carbone garantisce un’affidabilità maggiore per le installazioni militari rispetto ad altre fonti di energia, considerate più a rischio in caso di blackout o emergenze nazionali di varia natura.
La seconda mossa che gli è valsa il titolo di «Campione del carbone»: di fronte a minatori e amministratori delegati di varie aziende del settore, il presidente americano ha annunciato uno stanziamento di 175 milioni di dollari da parte del dipartimento dell’Energia per finanziare lavori di ammodernamento e implementazione di sei centrali a carbone situate in West Virginia, Ohio, Kentucky, North Carolina e Virginia. Una mossa che nell’ambiente non dev’essere arrivata a sorpresa, considerando che giusto mentre il tycoon faceva questo annuncio, la Tennessee Valley Authority (la più grande utility pubblica statunitense) ha confermato che rinvierà a tempo indefinito la chiusura di due grandi impianti a carbone che avrebbero dovuto smettere di funzionare tra quest’anno e il 2028.
La terza mossa verrà concretizzata oggi, però da un lato era stata già annunciata due giorni fa dalla portavoce della Casa Bianca e dall’altro fa di Trump il campione non solo del carbone ma anche di petrolio e gas, ovvero la revoca dell’Endangerment finding dell’Agenzia per l’ambiente americana, il testo scientifico e legale che riconoscendo il collegamento tra emissioni e danni per la salute ha fatto da cardine a tutte le politiche riguardanti i settori dell’energia, dei trasporti e dell’industria dell’ultimo quindicennio.
Le mosse del presidente americano sono duramente criticate dalla storica associazione ambientalista Sierra club, che ricordando il fatto che il 91% dei progetti legati alle rinnovabili sono più economici di quelli relativi a fonti fossili come il carbone, dice per bocca della direttrice della campagna Beyond coal Laurie Williams: «Gli americani stanno già affrontando un aumento vertiginoso dei costi energetici e una grave crisi di accessibilità economica. Anziché aiutare le persone con le loro bollette elettriche proibitive, Donald Trump sta illegalmente salvando i suoi amici dell'industria del carbone con i preziosi soldi dei contribuenti. Mentre le bollette energetiche e ospedaliere si accumulano per le famiglie comuni, gli americani hanno un solo uomo da incolpare: Donald Trump, il campione indiscusso dell’energia costosa e dell'inquinamento mortale».
Ma poi, al di là delle dichiarazioni, c’è un dato che mostra quanto sia sbagliata questa rincorsa di Trump alle fonti fossili e in particolare a quella più inquinante del carbone, mentre in parallelo vengono messi bastoni tra le ruote ai settori dell’energia rinnovabile (spesso prontamente e provvidenzialmente rimossi dai giudici). Il dato viene dagli stessi Stati Uniti, anzi, di più, da un ente della stessa amministrazione americana: l’Energy information administration (Eia), che è l’agenzia statistica e analitica ufficiale del governo Usa e che fa capo al dipartimento dell’Energia, quello stesso dipartimento guidato da Chris Wright che ieri era alla Casa Bianca ad applaudire e ridere mentre Trump sbeffeggiava «quei pazzi dei mulini a vento», ebbene l’Eia, si diceva, ha appena rilasciato l’ultimo Short-Term Energy Outlook, in cui oltre alle «prospettive energetiche a breve termine» compare però un dato piuttosto significativo, quanto a utilità delle rinnovabili. Eccolo, riportato letterale dal bollettino dell’Agenzia americana: «Si prevede un aumento della domanda di elettricità determinato sia dall’incremento dell’attività economica sia dalla crescita dei data center concentrati in Texas e nelle regioni del Medio Atlantico. Tuttavia, l’aumento del consumo di elettricità calcolato nelle nostre previsioni sta diventando più esteso dal punto di vista geografico. Questo mese abbiamo aumentato le nostre previsioni sul consumo di elettricità sia nella regione centrale che in quella del Midwest a causa delle maggiori aspettative di espansione dei data center in quelle aree». E poi ecco il dato, che per quanto infilato al termine del paragrafo e citato solo en passant non può che apparire in tutta evidenza alla luce delle strategie contrarie di Trump: «Prevediamo che la crescente domanda di elettricità sarà soddisfatta principalmente attraverso un aumento della produzione di energia solare. Prevediamo un aumento del 17% della produzione di energia solare nel 2026 e un ulteriore aumento del 23% nel 2027, mentre la produzione di energia eolica aumenterà rispettivamente del 6% e del 7% in quegli anni». Ma la Casa Bianca organizza eventi per dare soldi all’industria del carbone. Bene per i vertici aziendali del settore e per Trump, che ci ha guadagnato una statuetta, male per tutti gli altri.





