
L’Ets fa male alle imprese? In 20 anni sono cresciute del 71%, le emissioni di CO2 calate del 39%

Grande è la confusione sotto il cielo confindustriale (e non solo) in merito ai destini dell’Eu Ets, ovvero il mercato europeo per le emissioni di CO2. Il presidente degli industriali italiani Emanuele Orsini vorrebbe «sospendere temporaneamente il sistema Ets» attribuendogli colpe per gli elevati prezzi dell’energia, e della stessa opinione è la premier Giorgia Meloni, che si spinge a parlare della «speculazione finanziaria che c’è attorno al sistema». Elettricità futura, che proprio in Confindustria ambisce a rappresentare la filiera elettrica, dichiara invece all’opposto che «una modifica repentina e unilaterale delle regole di mercato rischierebbe di danneggiare seriamente il settore elettrico, che è quello che investe di più in Italia (85 miliardi di euro nel triennio 2025-2027, con l’attivazione di 675mila posti di lavoro) e in particolare il comparto dell’idroelettrico».
Come stanno le cose? Il funzionamento dell’Ets è semplice, e si basa sul principio del “cap and trade”. Annualmente viene fissato un tetto che stabilisce la quantità massima che può essere emessa dagli impianti che rientrano nel sistema, ed entro questo limite le imprese possono acquistare o vendere quote in base alle loro esigenze. Una quota dà al suo titolare il diritto di emettere una tonnellata di CO2: le imprese che non ricevono quote di emissione a titolo gratuito o per le quali le quote ricevute non sono sufficienti a coprire le emissioni prodotte, devono acquistare le quote di emissione all’asta. Viceversa, chi ha quote di emissioni in eccesso rispetto alle emissioni prodotte, può venderle, stimolando l’innovazione e la competitività.
L’equilibrio tra la domanda e l’offerta di questi permessi determina il prezzo della CO2 (pari oggi a circa 72 euro per tonnellata emessa), mentre i proventi delle aste Ets vengono già ora messi in disponibilità dei singoli Stati. Fino alla revisione del 2023, la direttiva Eu Ets stabiliva che il 50% dei proventi fosse vincolato nell’utilizzo per le finalità climatiche; oggi tutti i proventi derivanti dalla vendita all’asta dovrebbero essere spesi sulla transizione ecologica (dagli investimenti sulle rinnovabili alla mobilità pubblica all’adattamento dei territori), sull’innovazione tecnologica (che possa anche ridurre le emissioni), sul sostegno finanziario per le famiglie a reddito medio-basso.
Più che un costo, dunque, l’Ets è un mezzo per redistribuire risorse a favore degli Stati a sostegno della transizione ecologica, per le famiglie tanto quanto per le imprese che non vogliano semplicemente godere di posizioni di rendita. Il problema è che lo Stato italiano non sta giocando secondo le regole, come mostra una recente analisi del think tank climatico Ecco: tra il 2012 e il 2024 le aste hanno generato proventi per l’Italia da 15,6 miliardi di euro, ma solo il 9% di questi fondi è stato destinato a finalità previste dalla direttiva europea, mentre la maggioranza viene destinata al fondo di ammortamento dei titoli di Stato. Un problema non solo italiano, peraltro, sul quale dovrebbe concentrarsi la revisione dell’Ets attesa nel prossimo Consiglio europeo.
«So che c’è molto dibattito», sull’Ets, commenta nel merito la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen: «L'Ets porta chiari benefici. Dalla sua introduzione nel 2005, le emissioni sono diminuite del 39%, mentre l'economia nei settori coperti dall'Ets è cresciuta del 71%. Questo dimostra che decarbonizzazione e competitività possono andare di pari passo, e i ricavi dell'Ets sono stati generati per oltre 260 miliardi di euro dal 2005. Tuttavia, gli Stati membri investono meno del 5% dei ricavi dell'Ets nella decarbonizzazione industriale. Credo sia giunto il momento che gli Stati membri si facciano avanti».
Le strade per tagliare il costo della bolletta sono altre, distanti anche dall’approccio che il Governo sta mettendo in campo nelle nuove bozze del decreto Energia-Bollette che si inseguono nelle ultime ore, dove si tenta di abbassare artificialmente il prezzo del gas all’ingrosso – che a sua volta determina marginalmente il prezzo dell’elettricità all’ingrosso – anziché garantire direttamente più spazio al vettore meno costoso: l’elettricità da fonti rinnovabili.
«I dati sono chiari come il sole – snocciola von der Leyen – Nel 2025, l'elettricità prodotta a gas costava in media più di 100 euro al megawattora. Il prezzo dell'elettricità prodotta dal solare? 34 euro. L'elettricità prodotta dal nucleare? Da 50 a 60 euro al megawattora. I numeri sono eloquenti. Le energie a basse emissioni di carbonio non sono solo prodotte localmente e pulite. Ci danno più indipendenza, più sicurezza e riducono i costi. Ecco perché oggi investiamo molto nell'energia a basse emissioni di carbonio». Per questo servono più impianti rinnovabili e più rapidamente, mentre in Italia – dove abbiamo speso 46 miliardi di euro per l’import di gas e petrolio – è rallentata sia la crescita delle installazioni (-3,9%) sia la produzione di elettricità pulita (-2,3%), a causa di un micidiale mix tra disinformazione e ostacoli normativi che non accennano ancora a diminuire.
«Ma è necessario fare di più per stabilizzare e abbassare i prezzi, quindi i prossimi anni saranno cruciali – conclude von der Leyen – perché l'Agenzia internazionale per l'energia ci dice che i prezzi del gas che stanno scendendo ora dovrebbero rimanere bassi anche nei prossimi tre-quattro anni. Dovremmo usare questo tempo per investire in un sistema energetico a basse emissioni di carbonio, che ci proteggerà quando i prezzi dei combustibili fossili torneranno a salire. È solo questione di tempo; poi saliranno di nuovo. Per questo, abbiamo bisogno delle infrastrutture per una vera Unione dell'energia. Perché i picchi di prezzo in un paese potrebbero spesso essere evitati se l'energia più economica potesse fluire attraverso il confine. Inoltre, dobbiamo modernizzare drasticamente la nostra tassazione dell'energia. Mentre i costi dell'energia diminuiscono, le imposte nazionali sull'energia aumentano. E le imposte che l'industria paga sull'elettricità sono 15 volte superiori a quelle sul gas. Questo è semplicemente sbagliato. Quindi stiamo collaborando con i governi nazionali per ridurre il carico fiscale e abbassare i prezzi».





