
La ricetta della Bce per abbassare le bollette è l’opposto del decreto Energia del Governo Meloni

Dopo mesi di rinvii e a meno di slittamenti dell’ultim’ora, è atteso per domani in Consiglio dei ministri il decreto Energia-Bollette cui è al lavoro il Governo Meloni, la cui compatibilità col diritto europeo – come preannuncia oggi un portavoce della Commissione Ue – è ancora tutta da valutare. Ma soprattutto restano da valutare le ricadute sui consumatori, perché l’esecutivo ha deciso d’incentivare il principale problema che tiene alti i costi per famiglie e imprese: i consumi di gas fossile.
Come torna oggi a spiegare la Banca centrale europea (Bce) in un nuovo rapporto, le «differenze di prezzo dell'elettricità tra i paesi dell'area dell'euro derivano dalle differenze nei mix energetici: i paesi che fanno maggiore affidamento sui combustibili fossili importati per la produzione di elettricità tendono ad affrontare prezzi più elevati». La bolletta è infatti composta da più voci – la Bce ne individua quattro ovvero i costi della materia prima e dell’approvvigionamento (che comprendono anche i costi della CO2 che si formano nel mercato Ets), i costi di rete, l’Iva, altre tasse e oneri –, ma è la prima che pesa per circa il 50% sui costi finali per le famiglie dell’area euro (e per il 63% sulle industrie energivore), seguita dai costi di rete (27% delle bollette domestiche e 12% per le energivore), Iva (14%), altre tasse e oneri (10%).
E per l’Italia il peso della materia prima – o meglio del costo all’ingrosso dell’elettricità (Pun) determinato generalmente in via marginale dal gas fossile – è ancora più elevato, come notava già nel giugno scorso Bankitalia: «Secondo i dati Eurostat, nella media degli ultimi 3 anni, esso ha contribuito al più al 75% del prezzo finale in bolletta pagato dalle famiglie (l’80% nel caso delle imprese)».

Eppure il decreto Energia in arrivo tende ad aumentare ancora di più la dipendenza dal gas fossile, dato che punta a compensare i produttori termoelettrici per i costi di trasporto e per quelli determinati dall’Ets, sempre che la Commissione Ue sia d’accordo. «Si andrebbe ad alterare il segnale di prezzo tra le tecnologie, finendo con l’aumentare la dipendenza dell’Italia dai Paesi da cui importiamo combustibili fossili – commenta su La Stampa il vicepresidente di Finco e fondatore di Asja energy, Agostino Re Rebaudengo – Preoccupa constatare come alcune misure vadano a incentivare l’utilizzo del gas, comprimendone artificialmente il prezzo, peraltro scaricando i costi delle agevolazioni al gas nella bolletta elettrica, invece di intervenire per aumentare in modo strutturale la diffusione dell’elettricità da fonti rinnovabili, l’energia più competitiva e indipendente dall’instabilità geopolitica. Le mancate entrate derivanti dai rimborsi previsti dall’articolo 5 sarebbero compensate attraverso componenti applicate ai consumi di energia elettrica. Ne derivano due paradossi: in primis, un’agevolazione al comparto gas verrebbe finanziata dalla bolletta elettrica, e, secondo, a sostenere questi costi sarebbero le famiglie e le piccole e medie imprese. Gli energivori sono già infatti esclusi da tali oneri, Particolarmente delicata – aggiunge Re Rebaudengo – appare la previsione relativa alla compensazione dei costi Ets, un sistema nato per orientare il mercato verso tecnologie a minori emissioni di CO2. Ridurre tale segnale economico andrebbe a scoraggiare l’innovazione tecnologica rallentando gli investimenti in rinnovabili e sistemi di accumulo».
Sulla stessa linea l’Associazione nazionale energia del vento (Anev), per la quale «ogni perdita di credibilità del sistema dovuta a interventi strutturali distorsivi dei meccanismi di formazione del prezzo, che tra l’altro rischiano pure di non superare il vaglio della giustizia amministrativa e comunitaria, rischierebbero di ripercuotersi negativamente sul sistema Paese. Dispiace constatare che a fronte di obiettivi largamente condivisi, e cioè la riduzione del costo dell’energia elettrica in Italia per gli utenti finali, si decida di non seguire la strada maestra e ampiamente disponibile, cioè aumentare significativamente la produzione da fonti energetiche rinnovabili (solo con l’ultima asta Gse si risparmieranno oltre 450 milioni all’anno) ma si provino percorsi scivolosi, poco efficaci e con gravi ripercussioni per l’intero sistema. Realizzare in tempi brevi una significativa crescita di eolico e fotovoltaico, senza dimenticare l’idroelettrico e la geotermia, potrebbe portare in cinque anni ad avere una riduzione del costo della bolletta enorme: sarebbe necessario un Piano Straordinario che consenta di sbloccare le Fer ferme nelle varie parti dei procedimenti autorizzativi, dalle Regioni alla commissione Via passando per le soluzioni di connessione alla rete e per finire con le Regioni o addirittura la presidenza del Consiglio dei ministri, per avere in tempi rapidissimi impianti pronti a produrre energia a basso costo per 20 anni e più».
Il problema è che, in realtà, sta accadendo il contrario. Nel 2025 italiano è rallentata sia la crescita delle installazioni (-3,9%) sia la produzione di elettricità pulita (-2,3%), a causa di un micidiale mix tra disinformazione e ostacoli normativi che non accennano ancora a diminuire – un procedimento autorizzativo che dovrebbe durare meno di 2 anni nella realtà ne dura 3 per il fotovoltaico e addirittura oltre 5 per l’eolico, osserva sempre l’Anev – e il 2026 è partito col freno a mano tirato: le nuove installazioni di impianti rinnovabili, notano da Terna, sono il 31% più basse rispetto a gennaio 2025.





